Stefano Antonelli, primario anestesista e musicista che cura i bimbi vittime di guerra: «Oltre 50 missioni tra Medio Oriente e Africa»
Massa, il direttore dell’Unità Complessa di Anestesia e Rianimazione Apuana e Lunigiana racconta la sua esperienza nelle missioni umanitarie: «Facciamo centinaia di screening. Posso ritagliarmi spazi grazie ai miei colleghi di reparto»
MASSA. Da settembre 2024, l’ex cardioanestesista rianimatore dell’Ospedale del Cuore dottor Stefano Antonelli è direttore dell’Unità Complessa di Anestesia e Rianimazione Apuana e Lunigiana, struttura che lo impegna a governare turni, emergenze, responsabilità, carenze di personale. Di tanto in tanto, lascia per qualche giorno il peso del governo clinico e gestionale, prende un aereo e torna dove la medicina è nuda, essenziale e irrimandabile. In quei luoghi feriti dalle guerre, ritrova una parte profonda di sé, in cui batte anche un cuore di musicista.
Dottor Antonelli, come concilia il suo nuovo ruolo con le missioni umanitarie?
«Non ho ancora 61 anni, finché reggo vado. Purtroppo posso usare solo il periodo di ferie e sono limitate. Se ce la faccio, parto due volte l’anno. Dal 2009 collaboro con la Ong Emergenza Sorrisi, che offre trattamenti chirurgici e assistenza medica a bambini colpiti da gravi malformazioni cranio-facciali. Si curano ustioni gravissime, malnutrizione, esiti di esplosioni, infezioni, amputazioni, deformazioni che impediscono di aprire la bocca, alzare un braccio, mangiare, vivere normalmente. Ci sono bambini con il collo retratto, altri con braccia serrate da esiti cicatriziali, altri a costretti a nutrirsi solo con liquidi perché la bocca non si apre più».
A quante missioni ha partecipato?
«Ad oggi, più di una cinquantina, fra area subsahariana e Medio Oriente. Diciassette anni di partenze, ritorni, frontiere. Una mappa del dolore contemporaneo: Uganda, Benin, Burkina Faso, Pakistan, Iraq, Somalia sono luoghi in cui spesso si entra sotto protezione armata; negli alberghi si vive fra misure di sicurezza rigidissime e può diventare difficile anche mostrare un passaporto senza affrontare un interrogatorio. Brazzaville in Congo è stata l’ultima missione, la prima in quel paese. 8 giorni in tutto, 5 di lavoro operatorio pieno, 43 bambini trattati. La media per missione è tra i 40 e i 50 interventi di anestesia pediatrica per volta. Capita che i piccoli pazienti li rivediamo anni dopo per interventi correttivi, diventati ragazzi. La missione, allora, smette di essere un episodio e diventa una storia lunga. In parallelo c’è la formazione ai sanitari che facciamo in loco».
Cosa è più difficile affrontare?
«In quei Paesi, non sempre esiste un’anestesia moderna adattabile alle condizioni che servirebbero. Ci si deve misurare con ciò che si trova, coi limiti doganali sull’importazione dei farmaci, la necessità di comprare in loco ciò che si può reperire, sperando di riuscire a portare più farmaci possibile. Poi c’è il ritmo delle missioni, macchina rodata ma feroce. Si viaggia di notte, si arriva, si fa lo screening. In una giornata si visitano da 100 a 200 bambini, in Iraq si è arrivati a 400. A Mogadiscio, feci da solo 48 bambini in cinque giorni. Ma è una dimensione collettiva».
In che senso?
«La prima solidarietà la fanno i colleghi che restano al lavoro. È una staffetta: partire, per chi dirige un reparto, significa poter contare su colleghi che reggano il peso dell’assenza, rendendo possibile quel gesto. Mi prestano un po’ della loro vita, del loro tempo, affinché io possa andare giù. Una solidarietà che permette altra solidarietà.
È mai stato coinvolto in missioni umanitarie per conto della Farnesina?
«È capitato con le operazioni di trasferimento di piccoli pazienti palestinesi, tramite una macchina coordinata dal Ministero, dalla Regione Toscana, da Cross e 46ª Aerobrigata di Pisa. Sono stato a Eilat sul Mar Rosso, per prendere in carico bambini bisognosi di cure importanti, tra cui amputati, tracheotomizzati, vittime di esplosioni, sopravvissuti alle guerre. Vengono trasportati su aerei militari, poi smistati negli ospedali italiani in base alle necessità: Roma, Meyer, Bergamo, e strutture pediatriche come l'Ospedale del Cuore.
Svolgerà missioni nel periodo pasquale?
«Era tutto pronto per una missione in Cisgiordania tra il 7 e il 14 aprile, stoppata per la chiusura degli spazi aerei. Sono amareggiato, ma ci riproveremo entro l’anno. Le missioni sono faticose, devi confrontarti con la diplomazia per i visti sensibili tra Paesi e Paesi, ma ti lasciano nell’animo un appagamento e una soddisfazione impagabili».
E in mezzo, c’è posto anche per la musica…
«La musica è il mio miglior psicofarmaco, senza effetti collaterali. Ho sempre portato la chitarra con me, ora che mi conoscono me la fanno trovare lì. Spesso improvviso suonando strumenti locali fuori dai canoni occidentali. Per me è un’altra forma di contatto, un modo per rompere la diffidenza iniziale e avvicinarmi a persone che non ti conoscono ma che così conquisti e ti affidano il figlio. In contesti segnati dalla paura e dalla violenza, questo conta moltissimo. La musica unisce».
Nel 2022 compose “Ninna Nanna topino mio” allo scoppio della guerra in Ucraina...
«Sì, parlava di un padre che dà la buonanotte al figlio dentro un bunker, sperando che il sonno lo protegga dalla realtà fuori. L’ha ascoltata Marco Falagiani (produttore collaboratore di Bigazzi, ndr) l’ha ascoltata e riarrangiata. C'è un progetto che la riguarda. Tra pochi giorni ritirerò un premio per meriti sociali dalla Regione Toscana. Ma i meriti vanno a persone come una moglie in ospedale che, per ringraziare delle cure al marito, ha fatto una donazione alla Ong per salvare i bambini. Anche un euro è sufficiente».
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