Massa, addio al viticoltore che fece scoprire il Candia in tutto il mondo
Giovanni Cima fu un pioniere apuano del fortunato fenomeno del wine & food. «Creò vini raffinati e attenti ai gusti del pubblico»
MASSA. Lui sì che è stato un imprenditore – un viticoltore – eroico. Virtuoso e antesignano è stato Giovanni Cima, agricoltore prima di tutto, scomparso a 80 anni, e meritevole di aver trasformato un vino – il nettare del Candia – da una bevanda contadina in una raffinatezza. Con i suoi 18 ettari di terreno sulle colline tra Carrara e Massa, ha dato vita a un’impresa che porta il suo cognome e che è agricola, vitivinicola, con agriturismo e ristorante, un prezioso micro-cosmo che rappresenta il Dna apuano dell’esplosivo fenomeno del wine & food.
L’imprenditore
Tra i fondatori del Consorzio di Tutela del Candia Doc – oggi realtà solida e riconosciuta nel panorama enologico toscano – Giovanni Cima ha il merito di aver fatto conoscere il vino di Candia nel mondo. Siamo tra il ’94 e il ’95 quando le bottiglie “de noantri” varcano – grazie a lui – i confini della provincia apuana. È il 1998 quando il vino del Candia comincia a stregare americani e giapponesi, fino ad essere conosciuto in mezzo mondo. E con intuito e sguardo lungo sull’orizzonte dà un’impronta tutta nuova al mondo vitivinicolo locale battezzando quel felice connubio, oggi fenomeno consolidato, che c’è tra degustazione e ristorazione. «Giovanni ha inaugurato una nuova stagione del nostro vino – sono le parole che giungono da Coldiretti Massa-Carrara – È stato un innovatore: tra i primi, se non il primo, a valorizzare i vitigni autoctoni creando vini sempre più raffinati e al passo con i gusti dei consumatori. Serio, per bene, intraprendente nonostante l’avanzare dell’età, mancherà a tutti». «La figura di Giovanni – dicono gli amici del Consorzio di Tutela – è stata determinante per la nascita dell’ente e per noi produttori. Ha ispirato molti di noi. È riuscito a tradurre l’identità del territorio e la sua storia nei suoi vini; tutti noi oggi siamo figli della sua visione. All’amico Aurelio (il figlio, ndr) che del Consorzio è stato presidente per tanti anni, giungano le nostre più sincere condoglianze».
Il padre e il nonno
Oggi l’azienda agricola Cima è una realtà da 100mila bottiglie l’anno. Qui, sulle colline del Candia, siamo alla quinta generazione: quella degli adorati nipoti – Angelica, Chiara e Gianluigi – nati tra il ’95 e il’ 98 tant’è che a loro – proprio nel ’98 – il nonno dedica Anchigi, un Sangiovese in purezza, che si chiama con le prime lettere dei loro nomi. Ed è anche da questo tenero cadeaux che emerge con forza quanto la Cima sia, nel senso più auspicabile del termine, un’impresa “di famiglia”; oggi il figlio Aurelio si occupa del vino, la figlia Giovanna della ristorazione; era invece Graziella, la moglie di Giovanni, scomparsa un anno e mezzo fa, a “tenere la cassa” come è risaputo. «Abbiamo lavorato 50 anni fianco a fianco – dice il figlio Aurelio – e abbiamo litigato ogni giorno per fare poi pace la sera. Lui era lui. A cena ci si accordava, poi lui la mattina (era del resto il primo che si alzava, alle 6) buttava tutto all’aria e faceva di testa sua. E ha sempre fatto bene».
Era un grande degustatore di vini – «dal pomeriggio in avanti», dice Aurelio – beveva il suo, ma apprezzava molto anche quello dei colleghi. E amava lo sport, lui-storico sponsor del Gruppo Sportivo Romagnano Ciclismo. Era un uomo tutto d’un pezzo Giovanni, con un gran carattere, sempre mosso dal rispetto: per se stesso e per gli altri. Anche nella malattia degli ultimi mesi – accudito con amore dalle sorelle Tilde e Gina, le zie che i figli di Giovanni ringraziano con il cuore – ha dato a tutti una grande lezione di vita.
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