L’arte drammatica un ponte tra chi desidera le stelle
L’esperienza del teatro in carcere a Massa e il Covid raccontata dal regista e attore Alessandro Bianchi
Valentina Landucci
massa. È stato il mantra dei primi mesi: quelli dello scetticismo e dello stupore, poi diventati paura e lutti. E lo abbiamo ripetuto fino alla nausea quando i mesi sono diventati un anno, e ancora un anno e mezzo, quando lo stupore, la paura e i lutti sono diventati esasperazione, depressione e rabbia. Ci dicevamo: torneremo a riveder le stelle. Tra qualche reminiscenza letteraria delle scuole superiori, condita dalla retorica dei programmi tv sul tema. Ma tant’è, a riveder le stelle ci siamo tornati quando c’è chi invece non lo può fare. Dentro un carcere il desiderio di riveder le stelle non è questione di pandemia. Ma è vero che l’emergenza Covid è stata, per le persone detenute, una prova ulteriore, un appesantimento di una condizione umana di per sè drammatica. Se però qualcosa di buono il Covid l’ha portato è stato proprio “condannare” tutti, in misura diversa, a una esperienza di privazione della libertà, dando una mano a chi lavora per mettere in connessione la vita, le vite, fuori e dentro le mura di un istituto detentivo. Quello che fanno e hanno continuato a fare anche con l’emergenza coronavirus i promotori dei laboratori teatrali in carcere a Massa nell’ambito del progetto “Fuori e Dentro le mura Teatro 2021”, che coinvolge in primis la compagnia teatrale Experia e l’associazione Empatheatre con la collaborazione con la direzione della Casa Circondariale di Massa e il Cpia.
In questi giorni i componenti della compagnia teatrale “Oltre la tempesta” sono stati protagonisti di un primo ritorno sul palco fuori dall’istituto: la settimana scorsa con lo spettacolo diretto da Alessandro J. Bianchi “Shylock” , liberamente tratto dal Mercante di Venezia di Shakespeare. Domani un secondo appuntamento con lo spettacolo “2219, Falcone e Borsellino…picchi?” con la Compagnia Gentilgesto di Palermo sempre nell’ambito di “Fuori e Dentro le Mura Teatro 2021”.
«Il progetto nasce con le carceri 11 anni fa, prima a Lucca, poi a San Gimignano e infine a Massa – spiega l’attore e registra Bianchi – grazie a due associazioni: Experia e Empatheatrea che fondono le proprie diverse esperienze. Da un lato il teatro di prosa, quello musicale e l’esperienza legata al cinema, dall’altro il teatro sociale. Il percorso ha preso le mosse dal fatto ce mio padre faceva il volontario nelle carceri ed è questo che ci ha portato a iniziare un percorso che da Lucca poi è arrivato fino a Massa». Un istituto, quello massese, che ha con forza ricercato – grazie alla direzione – la possibilità di avviare un progetto teatrale. «Ci fu primo incontro con il carcere e una prima esperienza, ormai tre anni fa, che ha portato a una prima produzione. Così è nata “Oltre la tempesta” che ha coinvolto 28 persone detenute». L’intesa con la direzione ma più in generale con tutto il mondo di professionalità, dagli agenti al personale educativo e così via, è massima, come riconosce lo stesso Bianchi. «C’è grande collaborazione e comunità di intenti: una cosa preziosa e anche rara a volte».
Grazie a questo la compagnia può uscire fuori dal carcere e, prima ancora, far entrare dentro le mura quello che c’è fuori: dagli aspiranti attori agli spettatori. Che poi è uno degli obiettivi dell’intero progetto: fare in modo che si crei una connessione, un dialogo tra dentro e fuori, nella convinzione che solo così si possano affrontare e superare pregiudizi e diffidenze. «L’etica è estetica e l’estetica è etica, questa è la formula che ci guida nell’intervento – prosegue Bianchi – La vocazione artistica si cala dentro queste situazioni e si amplifica. Questo è, del resto, il ruolo che dovrebbe avere l’arte: veicolare storie per favorire una cittadinanza attiva, perché le persone crescano e si confrontino». E questa finalità ispira lo stesso Bianchi, attore professionista dal curriculum importante (Anatolij Vassiliev e Nikoloij Karpov tra i nomi di rilievo nel suo percorso formativo e professionale), che nel fare teatro in carcere declina il valore e – come la definisce – la maledizione dell’arte drammatica: «il legame con l’umanità, le persone che salgono sul palco, la loro unicità, le loro storie». Quelle che Bianchi e la compagnia hanno vissuto nella loro interezza e drammaticità durante l’emergenza Covid che ha colpito pesantemente chi vive la realtà carceraria. «Le persone detenute si sono trovate in difficoltà per diversi motivi, erano bloccati i colloqui, c’è voluto tempo per organizzare le comunicazioni a distanza e le informazioni che arrivavano dentro dalla tv hanno creato della tensione. A Massa siamo riusciti a continuare a fare teatro con gruppi più piccoli ed è stato molto positivo perché in qualche modo siamo stati portatori di un punto di vista diverso. È stata una occasione per creare maggiore coesione nel gruppo, per rielaborare paure e emozioni. Ed il vissuto è poi entrato nel lavoro e piano piano si sono allentate anche le tensioni. È stata una occasione interessante che ci ha permesso di fare progetti che la gente, questa volta, capiva all’esterno perché con il Covid a tutti era molto più chiaro cosa significasse vivere una condizione di costrizione. Insomma questa situazione ha permesso di connetterci con persone che diversamente non avremmo raggiunto».
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