Il Tirreno

Carrara, il sogno di Piero Faggioni: un anfiteatro di marmo creato nelle nostre cave

Carrara, il sogno di Piero Faggioni: un anfiteatro di marmo creato nelle nostre cave

Il grande regista lirico premiato al Rotary: porterà il suo Boris a S. Pietroburgo al Festival delle Notti Bianche e al Royal Opera House Muscat in Oman

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CARRARA. L'anfiteatro di Carrara nasce a mezza altezza tra le cave, tra i canaloni bianchi di marmo tagliati più di 2000 anni fa e guarda dritto in faccia il mare, allacciando un dialogo idilliaco tra costa e montagna. Un luogo in cui lo spettatore si perde tra musica, cielo e mare.

È così che se lo immagina Piero Faggioni, il celebre regista di lirica, che ha diretto capolavori indiscussi, acclamati da critica e pubblico, andati in scena nei teatri più prestigiosi ed importanti del mondo: dalla Scala di Milano, al Metropolitan di New York, all'Opera di Parigi. Il regista, che ha fatto la storia della lirica coltivando e accompagnando verso il successo talenti come Placido Domingo o Ruggiero Raimondi, nacque a Carrara nel 1936 ma si trasferì a Milano con la famiglia molto presto, dieci anni dopo, lasciando nella nostra città un conto in sospeso, che nonostante il tempo trascorso ed il successo internazionale raggiunto, non si è mai chiuso, anzi: si acuì quando, all'epoca della giunta Fazzi-Contigli, proponendo alla città di utilizzare una delle cave dismesse per creare un anfiteatro, venne attaccato duramente dal mondo dell'impresa lapidea: “Cosa ti credi? Le cave sono roba nostra. Mi sentii rispondere da un importante imprenditore carrarese” ricorda Faggioni.

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Una specie di maledizione, quindi, che lega il destino del grande artista al marmo apuano, visto che il padre, imprenditore del lapideo prima della guerra, scelse di abbandonare la città proprio per il livore maturato a seguito dell'esproprio subito per opera del regime fascista. «Nel futuro ho speranza che a Carrara qualcuno si svegli, basterebbe anche solo una parte dei soldi frutto dell'evasione e delle ricchezze provenienti dalle cave per ripristinare il Politeama o per costruire un nuovo teatro. E poi un anfiteatro scolpito nella cava, alla Taormina, sarebbe meraviglioso» commenta Faggioni che parla dei Giganti della Montagna di Pirandello perché, dice, si riconosce tanto nei teatranti dell'opera di Pirandello che, pazzi sognatori come lui, si ostinano a voler rappresentare il loro spettacolo nonostante la volontà contraria degli abitanti e che finiscono per essere colpiti dalle pietre lanciate dalle figure mitologiche dei Giganti, appunto, della montagna.

Ma in realtà il Maestro ha un conto in sospeso anche con l'Italia: «Il paese che ha inventato l'Opera e che ha prodotto il 60% del repertorio lirico esistente nel mondo, è il paese che la tratta peggio, con una gestione politica e non meritocratica dei teatri» si sfoga Piero Faggioni che da più di 12 anni non vede rappresentare in Italia i suoi Boris e Don Quichotte, i suoi capolavori: «Il mio Boris – prosegue - è stato rappresentato solo a Venezia, Roma, Bologna, Firenze e Parma: mai a Genova o a Torino per esempio».

Ed è proprio con Boris che il regista tornerà nel 2018 a San Pietroburgo, per il Festival delle Notti Bianche, nel periodo di maggio-giugno-luglio, quando il giorno arriva a durare quasi diciotto ore e la luce del sole resiste al buio notturno creando particolari giochi di luce a tinte rosa. Così come a settembre, sempre Boris, arriverà per la prima volta al Royal Opera House Muscat, il teatro fatto costruire alcuni anni fa dal Principe dell'Oman, appassionato di lirica: «Il Principe si è fatto costruire un teatro ispirandosi all'Opera di Parigi e sta invitando spettacoli da tutto il mondo» ha spiegato Piero Faggioni, per il cui Don Quichotte, Angelo Foletto, critico musicale tra i più importanti, si chiese nel suo articolo dell'epoca: «E' di Massenet o di Faggioni?».

Un talento, quello di Faggioni, scoperto per merito in parte del caso ed in parte per la sua forte determinazione. Iniziati gli studi in legge infatti, accompagnati dagli studi al Conservatorio, il Maestro decise improvvisamente, contro la volontà del padre, di abbandonare la facoltà di Giurisprudenza e di dedicarsi alla recitazione, andando a studiare mimo con Orazio Costa presso l'Accademia d'Arte Drammatica di Roma, dove si diplomò. Recitò con Strehler al Piccolo: «Il carisma di Strehler non era sentito solo da noi attori - racconta di quel periodo - ma da tutta la città che aveva visto trasformare quel piccolo spazio, quel vecchio cinema che durante la guerra era stato addirittura una sala di tortura, in uno dei due o tre teatri più importanti al mondo». Passò poi al cinema, diventando assistente di Luchino Visconti, finché non incontrò il suo mentore: Jean Vilar. «Io odiavo la lirica ma sentii dire che Vilar cercava un assistente che non avesse mai fatto Opera ma che avesse fatto teatro e che conoscesse un po' di musica. E io venivo dal teatro, conoscevo un po' di musica e soprattutto volevo conoscere Vilar: per cui mi presentai».

Da quel momento, da quell'esordio alla Fenice di Venezia con la Bohème, Piero Faggioni non lasciò più l'Opera, diventandone un profondo innovatore, cercando non più solo la musicalità nell'interpretazione ma anche il sentimento ed introducendo l'intensità della recitazione nella lirica. I suoi lavori, preceduti da un puntuale lavoro di ricerca filologica e musicologica per la ricostruzione minuziosa del clima naturale della storia raccontata, si caratterizzarono per un uso raffinato delle luci: tant'è che nel Don Quichotte di Massenet vennero creati ben 600 punti luce. «L'ho visto in Giappone, in Siberia, dappertutto: la musica ha un potere sublime, ha il potere di far lievitare le parole e diventa trasversale a tutte le lingue e tutte le classi, accumula emozioni perché l'emozione non nasce tra il cantante e uno spettatore ma dai mille spettatori che stanno intorno, perché è un fatto corale, dove ognuno porta qualcosa e quanto creato da un solo cervello, dall'autore, galvanizza e lega la gente» ha commentato Piero Faggioni, probabilmente pensando ancora al suo anfiteatro tra le cave, nel ricevere il premio Paul Harrys Fellow, il massimo riconoscimento che il Rotary Club assegna alle eccellenze e che il Rotary Club di Carrara e Massa ha consegnato, lo scorso martedì sera, nelle mani del Maestro, cercando di saldare almeno in parte quel conto ancora in sospeso che la città ha con il regista.

Francesca Vatteroni
 

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