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Lucca, orgoglio e passione per i 70 anni dell'ex calciatore Lucio Nobile

di Luca Tronchetti

	A destra Lucio Nobile con Sergio Brio
A destra Lucio Nobile con Sergio Brio

Cena con la famiglia riunita per l’ex terzino icona di un periodo irripetibile. «Altro che procuratori: dodicenne mi presentai solo al provino per la Juve»

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LUCCA. Orgoglio, passione e sacrificio per un calciatore che ha rappresentato un’epoca – gli anni Settanta – con le cinque stagioni in maglia rossonera (158 presenze e sei reti in campionato), i quattro anni trascorsi in panchina (tre nel settore giovanile con le finali nazionali con la squadra Primavera e una come vice di Corrado Orrico) e una vita all’ombra delle Mura dove ha formato una splendida famiglia e a fine carriera ha svolto, partendo da zero, l’attività di perito assicurativo con uno studio tecnico che oggi conta di 12 collaboratori e due segretarie. Animo gentile, modi signorili, destino e caratteristiche impresse nel cognome. Lucio Nobile, forse il più forte terzino di spinta della Lucchese di sempre, ieri sera ha festeggiato i suoi 70 anni al ristorante in compagnia della moglie Antonella, delle figlie Valentina e Chiara, di nipoti, consuoceri e un gruppo di amici fidati: «Lucca mi ha dato tanto e fa male vedere la squadra ridotta a giocare in campionati paesani. Le ricette per voltare pagina? Programmazione e coinvolgimento. Una polisportiva sarebbe l’ideale. Servono spazi per progettare strutture all’avanguardia, istruttori adatti alla formazione dei giovani, imprenditori e industriale capaci di sposare un progetto super partes indipendente che unisca e sia lontano da un mal pancismo politico di questi anni Duemila. Se solo alcune aziende cartarie decidessero di unirsi per proporre un calcio sano basato sulla valorizzazione del settore giovanile Lucca e la Lucchese potrebbero stazionare stabilmente in B facendo un giro anche in A. Come presidente del Panathlon sono pronto a mettere il mio impegno a favore dei valori educativi dello sport che debbono unire le generazioni sotto la bandiera del fair play».

Il suo calcio nasce dalla strada, dalle interminabili partite all’oratorio

«Sono nato a Torino, ultimo di una famiglia composta da sette figli, con mio padre Domenico ferroviere e mia mamma Antonietta casalinga. I primi calci nella Salus la squadra dell’Oratorio Murialdo della chiesa della Salute con le scarpette bullonate già sfondate regalate da mio fratello Franco. Sognavo di diventare una grande mezzala come Omar Sivori, la stella della Juventus».

Oggi a 12 anni i ragazzi hanno già il procuratore, frequentano le scuole calcio, hanno scarpette con plantari e suole confortevoli, mute in tessuto sintetico resistente, leggero, traspirante per assorbire il sudore...

«Li abbiamo viziati troppo. Pensi che al primo provino con la Juventus, avrò avuto 12 anni, andai da solo. Presi il tram delle 9 per dirigermi verso il campo Combi in corso Vittorio Emanuele dove c’erano uno stage per i nati negli anni 1956-57-58. Ad accoglierci c’era il maestro Mario Pedrale, figura storica che ha lavorato per 25 anni nel vivaio bianconero. Eravamo un centinaio: ci raggruppava e chiedeva in quale ruolo volevamo giocare. Poi iniziavano le partitelle 11 contro 11 che duravano una decina di minuti. Al termine fermava il gioco e chiamava i bimbi che sarebbero stati tesserati. In quel lasso di tempo la palla non la toccai mai perché nessuno me la passò. Ma non mi piansi addosso e una settimana dopo mi ripresentai. Avevo imparato la lezione. Mi sistemai accanto al cerchio del centrocampo mi feci passare il pallone e ricevuta la sfera iniziai a dribblare e correre sino al limite dell’area avversaria. Pedrale mi chiamò subito e mi consegnò una busta con dentro maglietta, pantaloncini e scarpette. É stato uno dei giorni più felici della mia vita. E quando firmai il cartellino allegata c’era una tessera per vedere tutte le partite al Comunale anche quelle del Torino. Avvalorando un principio che oggi pare essersi smarrito: avversari sempre, nemici mai. Invece in questi decenni si va alla partita come fosse una guerra».

Oggi a 18 anni si firmano contratti per centinaia di migliaia di euro: la bella vita, la celebrità, i soldi facili sono un polo attrattivo contrario alle regole dello sport

«Dopo aver fatto tutta la trafila – dai Pulcini alla Primavera, giocando da libero, stopper e terzino – sono arrivato alla prima squadra. Mi davano 30mila lire al mese più vitto e alloggio. Con quei soldi acquistavi una maglietta “Lacoste”, un paio di jeans “Levis” e un mocassino “College”. Il 9 aprile 1975 – ero già stato in panchina contro l’Inter a San Siro e quando avevo chiesto il premio partita mi era stato risposto che la scelta di portarmi con la prima squadra era già una gratificazione – vengo convocato per la semifinale di Coppa Uefa in Olanda contro il Twente. Il ragionier Secco, l’uomo dei conti, mi chiama in sede e mi chiede quanti fiorini olandesi (all’epoca non c’era l’Euro) mi servivano: l’equivalente di 60mila lire. A fine mese mi presento per ricevere la busta paga, ma la segretaria mi blocca. ‘Sono venuto per riscuotere lo stipendio’ replico. La risposta oggi fa sorridere: ‘I soldi li ha già presi con i fiorini ’. E meno male non li avevo spesi altrimenti per due mesi avrei fatto la fame».

Un tempo l’obiettivo di chi si affacciava al calcio era quello di giocare titolare. Oggi i canoni sono rovesciati: pochi tra i giovani vogliono scendere di categoria.

«Io pur di giocare ho rinunciato alla A e sono venuto in C alla Lucchese. Nell’estate del 1975 il direttore bianconero Giuliano mi convoca in sede e mi annuncia che sarò l’unico della Primavera a giocare in serie A: destinazione Como. In pratica mi trovai coinvolto nell’affare che portò il lucchese Marco Tardelli per un miliardo più il sottoscritto alla Vecchia Signora. Mi avevano promesso che avrei giocato, ma finivo regolarmente in tribuna perché il mio ruolo era coperto dall’esperto Melgrati. Ero costretto a disputare il mercoledì le partite del campionato under 23. Così a ottobre chiamai la Juventus sollecitando il rientro a Torino. Destino volle che mi stava seguendo un ex giornalista, Claudio Nassi, diventato direttore sportivo della Lucchese. Mi venne a vedere in una gara under 23 e mi propose di andare a giocare in C a Lucca. Al mio posto in riva al Lario arrivò il mio compagno di camera e amico alla Juventus e in nazionale militare, Paolo Rossi. Io della Toscana conoscevo solo Viareggio perché avevo giocato la Coppa Carnevale, ma di Lucca mi aveva parlato in termini entusiastici un compagno nelle giovanili bianconere, Gianfranco Zappelli. Non ci pensai due volte e accettai nonostante le lacrime di mia mamma che non voleva lasciassi la A. Un unico rimpianto: non aver mai debuttato nella massima serie».

Romeo Anconetani poteva cambiare la sua carriera e la storia calcistica di Lucca

«Era un vulcano d’idee, un trascinatore. Nell’estate del 1977 mentre mi allenavo allo stadio arriva il segretario rossonero Ragone con un foglio da firmare in cui sostenevo di trovarmi bene a Lucca. Era vero: avevo conosciuto la donna della mia vita, incontrata per la prima volta una domenica mattina a messa, ed ero in sintonia con compagni e tifosi. Anconetani aveva trovato un mezzo accordo per la mia cessione al Napoli. Il presidente alla Juve – che sino all’ultimo mi ha tenuto in sospeso con Trapattoni che alla fine scelse Brio come vice Morini – per la mia metà offrì 180 milioni, un mucchio di soldi per l’epoca. E prima di partire con la nazionale militare per i mondiali a Damasco mi disse di fare attenzione a non farmi male. Il destino volle diversamente: in quel maledetto sintetico in Siria mi procurai un’ernia al disco. E l’anno dei 5000 tifosi a Ferrara patii le pene dell’inferno prima di alzare bandiera bianca. Anconetani però mi fece operare all’ospedale di Careggi da uno specialista, e nel giro di pochi mesi tornai più forte di prima. Quell’infortunio mi tarpò le ali. Al calciomercato mi vedevano come un appestato. Soltanto lui, che era andato a Pisa facendo le fortune del club nerazzurro, nutriva fiducia in me. Ma Biagini, allora presidente della Lucchese, sparò una cifra alta e addio B».

Nei cadetti ci ha giocato a 29 anni grazie a un tecnico a cui deve tanto: Giampietro Vitali

«Ho avuto Corsi, Meregalli, Bergamasco, tutti bravi allenatori. Ma Vitali era più avanti. Aveva frequentato il Corso di Coverciano e con lui si parlava di tattica, ci spiegava alla lavagna i movimenti da fare in campo ed era un innovatore anche per quanto riguarda l’alimentazione. Si è ricordato di me quando, scaduto il contratto con il Campania, mi stavo allenando con una squadra di Terza categoria. Era l’allenatore della Sambenedettese e in quella squadra ho fatto cinque anni fantastici e oltre 130 partite tra i cadetti. Quando Vitali è scomparso ho pianto dal dispiacere».

Qual è stata la punta più forte affrontata

«Ho annullato Schillaci che con me andava fuori di testa, ho bloccato un nazionale come Galderisi e non ho fatto veder palla a un talento come Lombardo. L’unico che non sono riuscito a fermare è stato Vialli degli inizi con la Cremonese. Partì da centrocampo palla al piede e, nonostante fossi rapido, non ci fu verso di raggiungerlo: arrivò al limite dell’area e infilò il portiere» .

Si rivede oggi in un calciatore di serie A

«Con i dovuti paragoni come terzino di spinta che unisce forza fisica e velocità mi rivedo nel capitano del Napoli della Nazionale, Giovanni Di Lorenzo, originario della provincia di Lucca e che ha iniziato proprio nella Lucchese».l


 

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