«Riqualificare lo stadio è l’ultima occasione per rivedere il calcio e sviluppare il turismo»
Piero Pacini, commerciante e tifoso storico, invita tutte le forze politiche a lavorare unite per raggiungere l’obiettivo
/ LUCCA
È un tifoso storico. Ma anche un commerciante che ha viaggiato e ha operato in Germania con la sua attività di gelatiere da generazioni. E ha una visione d’insieme che scavalca l’arborato cerchio. Tanto che le sue idee mitteleuropee paiono troppo innovative per chi preferisce curare gli interessi di bottega sicuramente, in termini elettorali, più redditizi. Piero Pacini, nel novembre 2011 principale ispiratore e allora vice presidente di Lucca United (la cooperativa dei tifosi sorta con lo scopo di vigilare, proporre, unire la tifoseria nel nome della Lucchese), guarda al progetto di riqualificazione del Porta Elisa come l’ultima occasione per tornare a rivedere il calcio che conta: «É l’ultimo treno. - dice - O la città tutta ci sale sopra oppure le porte si chiuderanno per sempre. Ci ritroviamo con strutture pubbliche fatiscenti e a rischio incolumità: strade, ponti, scuole, ospedali e impianti sportivi. Dall’Europa arriverà un fiume di soldi e c’è la possibilità di ripartire con il piede giusto rimediando ai tanti guasti commessi in passato. Guai però a dividersi per interessi di bottega come accade sempre a questo Paese di Guelfi e Ghibellini. Dobbiamo imitare il modello tedesco dove, sui principi generali (scuola, sanità, sport), c’è unità d’intenti tra i partiti democratici. Il nuovo Porta Elisa dovrà essere uno stadio senza barriere perché il futuro dello sport deve basarsi sul rispetto, sulla tolleranza e quindi sull’accettazione della sconfitta. Chi non si adegua è fuori dal gioco. E il nuovo impianto deve garantire un reddito 12 mesi all’anno. Dai negozi di prossimità alle strutture sportive (palestre, fitness) sino agli studi legati alla medicina dello sport. E da giugno ad agosto la possibilità di usare lo stadio per concerti, recital e grandi eventi teatrali o musicali compreso, in parte, il Summer Festival. Un modo per dare respiro al centro storico che dovrebbe concentrarsi di più su un turismo di qualità con appuntamenti di spessore dedicati, ad esempio, alle opere di Puccini che deve diventare il brand di Lucca come Mozart lo è per Vienna e Salisburgo. Poi sono necessari parcheggi sotterranei nella zona dello stadio».
Già, ma come la mettiamo con la Soprintendenza?
«Vorrei sommessamente ricordare che esiste un mega parcheggio sotto il lago di Ginevra e il posto auto a 5 piani incastonato nella roccia a Salisburgo. Siamo nel Terzo Millennio e serve una visione più elastica. Se ci sono le condizioni geologiche si fa anche sotto lo stadio e se, durante gli scavi, si trova un reperto si realizza una teca in quell’angolo e si concludono i lavori. La tribuna coperta va smontata e installata in un luogo della memoria».
Come autorevole esponente del tifo qual è il giudizio sulla nuova società?
«La dirigenza, sorretta dall’amministrazione Tambellini, si è comportata in modo esemplare. Siamo tornati nei professionisti, e non era scontato, in meno di un anno e ora dovrà programmare il futuro. La politica di valorizzazione dei giovani mi trova pienamente concorde. A Pontedera, con il dg Paolo Giovannini, la attuano da 8 anni e i granata hanno disputato spesso i playoff ricavando dal minutaggio quasi 900mila euro e lanciando tanti ragazzi. Ma soprattutto a fine stagione dai calciatori ai dipendenti sino ai fornitori, tutti ricevono quanto spetta: i bilanci sono in ordine e arrivano importanti plusvalenze. Serve però un settore giovanile made in Lucca che comprenda e sviluppi anche il calcio femminile ormai una componente irrinunciabile. Un vivaio che formi prima l’uomo e poi il calciatore che sia libero da vincoli e venga incontro alle esigenze delle famiglie e non serva, come accade spesso, per fare cassa attraverso i kit in dotazione ».
Qual è il futuro dell’azionariato popolare in Italia?
«Assieme a degli amici ho dato vita 9 anni fa all’esperienza di Lucca United. É stata una realtà fantastica con anni di soddisfazioni e la possibilità di entrare nel direttivo nazionale del Supporters Trust. A mio avviso la nostra mission è venuta meno nel momento in cui, a dispetto dei santi, la maggioranza è voluta entrare a far parte dell’allora società. I tempi non erano maturi e di fronte alle prime difficoltà protagonismi e differenti impostazioni hanno finito per dividerci al nostro interno. Le dico, con amarezza, una cosa: l’Italia è una nazione dove difficilmente l’azionariato popolare potrà avere un seguito reale. Stanno sparendo i mecenati e i colossi dell’imprenditoria locale a vantaggio di magnati, società e multinazionali estere: cinesi, statunitensi, inglesi». —
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