«Ero onorato di portare il borsone a Riva perché dai campioni s’impara sempre»
Vito Graziani, mezzo secolo di calcio dall’oratorio al settore giovanile della Lucchese. E una carriera tutta da raccontare
il personaggio
luca tronchetti
Porsi degli obiettivi e sacrificarsi con tenacia per raggiungerli. Un mantra ripetuto mille volte ai suoi tanti allievi. Perché nel calcio, come nella vita, nessuno ti regala nulla. È questo l’unico concetto che per Vito Graziani, calciatore professionista per 16 stagioni, conta ancora per davvero nonostante sia quasi trascorso mezzo secolo da quando l’attuale responsabile del settore giovanile della Lucchese per la prima volta indossò gli scarpini. Romano atipico (della capitale gli è rimasta solo l’inflessione dialettale) dal 1990, l’anno in cui ha detto basta con il professionismo, ha scelto di vivere a Lucca (la famiglia abita a Nave) con la moglie Antonella (conosciuta in Sardegna a 19 anni, una laurea in scienze biologiche all’università di Pisa) e il figlio Edoardo (ex Berretti rossonera e oggi assicuratore). «Mi sono innamorato della Toscana nel periodo in cui giocavo a Pisa. E la campagna lucchese mi è entrata nel cuore: paesaggi meravigliosi e alta qualità della vita».
ORATORIO E VIVAIO
Nasce a Cinecittà e a 12 inizia a giocare all’Oratorio Don Bosco. Di nascosto al padre. «Era dipendente comunale e del pallone non ne voleva sapere. Una sera mi affrontò. Mi fece la paternale, ma poi comprese che il pallone poteva diventare il mio lavoro». Graziani approda all’Almas Roma: «Società con due campi da undici. Mi allenava un albanese, Naim Krieziu, soprannominato “la freccia di Tirana” che vinse il primo scudetto della Roma nel 1942. Nell’Almas c’erano anche Bellini, Quagliozzi, Giansanti e Racchetta. E grazie a un mediatore toscano finimmo tutti al Cagliari».
INCONTRO CON RIVA
In Sardegna incontra i resti dei rossoblù che vinsero lo scudetto del 1970: Gori, Brugnera, Nenè, Tomasini, Niccolai. E logicamente “Giggirriva”. «Rimanevi affascinato da quei personaggi. E da loro imparavi a vivere. Non mi vergogno a dirlo e ne vado orgoglioso: più di una volta ho portato il borsone a Rombo di Tuono. Era un piacere e un onore. Ma non erano idoli irraggiungibili come i divi del calcio moderno. Ti venivano vicino e con una pacca sulla schiena e una parola d’incoraggiamento ti facevano sentire importante. A Cagliari sono stato sino al 1979. Ho avuto 5 allenatori: Chiappella, dotato di grande umanità mi fece debuttare in A; Radice, un autentico innovatore; Suarez, il più bravo dal punto di vista tecnico e capace di trovarmi il ruolo giusto sistemandomi 20 metri più indietro rispetto alla mia posizione a ridosso delle punte; Tiddia, un isolano gioviale e Toneatto, un sergente di ferro. Sembrava burbero, ma aveva un cuore d’oro. Con lui il confronto era continuo e l’atteggiamento di sfida nei nostri riguardi era un modo per tenerci sulla corda. Con lui in panchina perdemmo la serie A per colpa di un’arancia. Al termine del match con il Lecce vinto al Sant’Elia un agrume, lanciato dagli spalti , colpì in testa il centrocampista salentino Cannito. Morale? Due punti di penalizzazione e spareggi con Atalanta e Pescara. Finimmo ko».
ADDIO ALLA SERIE A
Nei 9 anni in B, Vito Graziani per altre due volte sfiorò il ritorno in A: «I due anni trascorsi al Pisa di Anconetani furono formativi. Nel 1980 grazie a un mio gol salvai i nerazzurri e l’anno dopo giocai sempre tanto che mi volevano in A. Invece Romeo mi cedette al Brescia, appena retrocesso in B: i lombardi finirono in C e mi ritrovai ancora tra i cadetti alla Reggiana». Un anno prolifico: 8 reti, record personale: «Dovevo andare alla Lazio di Chinaglia. Invece presero il brasiliano Batista e per me fu di nuovo serie B: Padova». In Veneto girandola di allenatori: Sereni, Agroppi, Rambone: «Agroppi è stato un allenatore a cui sono rimasto legatissimo. Era maniacale in tutto. Dalla preparazione alla partita. Eravamo quinti quando, stressatissimo, si dimise. Arrivò Rambone, personaggio bislacco. Scaramantico come pochi e fissato con gli ostacoli. In allenamento li metteva ovunque come dovessimo partecipare a gare di atletica» Nel 1986 l’ultima chance per tornare in A: «Mi volle Agroppi a Perugia. Non perdevamo mai e la promozione sembrava cosa fatta. Invece contro il Pisa, antagonista della stagione, lo stopper Brunetti perse le staffe e colpì con un diretto Kieft. Rimanemmo in dieci e addio sogni di gloria».
LO SVINCOLO E LA C
Abituato a firmare contratti annuali e a dimostrare ogni volta il suo valore, Graziani si trova a fare i conti con lo svincolo: «Avevo una proposta in B a Catania, ma rifiutai. A novembre firmai un triennale in C con la Ternana. Il primo anno retrocedemmo e l’anno dopo con Facco in panchina e un giovane Di Canio, un talento puro che a 18 anni faceva robe incredibili, perdemmo gli spareggi promozione». Ancora due stagioni nei professionisti (Chieti e Bisceglie): «In Puglia per un breve periodo feci pure l’allenatore in prima squadra. Ma avevo deciso di tornare in Toscana per lavorare come assicuratore (Generali, Axa, Milano, Carige) specializzandomi nelle polizze per gli infortuni dei calciatori. Scesi in Eccellenza e Promozione (Fucecchio, PorcariMontecarlo, Bientina). E poi iniziai ad allenare i giovani del Ponte del Giglio. Nel 2002 la chiamata di Luporini che mi porta alla Lucchese».
Masini, Masiello, Massoni, Guidi, sono tanti i ragazzi allenati. Il calcio è cambiato. «Prima eri responsabilizzato su tutto: dai soldi, a cui dovevi saper dare un valore, alla gestione della carriera. A tutti i ragazzi dico una cosa: abbiate idee chiare e priorità nella vita. Non si può diventare professionisti con il calcio e al contempo uscire con gli amici, tirar tardi la sera o correre in bici. A meno che tu non sia Maradona devi migliorarti tutti i giorni con una ferocia determinazione per riuscire ad elevarti». —
