Il Tirreno

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Spettacolo e impegno civile

Cambiamento climatico: il regista premio Oscar Stevens a Lucca

di Silvia Barsotti
Cambiamento climatico: il regista premio Oscar Stevens a Lucca

L'autore di "The Cove" sarà in città per incontrare gli studenti e il pubblico

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LUCCA. Il cambiamento climatico, lo sfruttamento degli animali, la caccia, la deforestazione. Un filo rosso scorre tra tutti questi temi. E proprio dove ci si aspetterebbe una chiusura, affiora invece un’incisione: cinque parole scritte in stampatello. Punto di non ritorno. Ne sentiamo parlare continuamente. In televisione, al cinema, sui giornali; se ne discute perfino al bar, tra amici. C’è chi minimizza, chi esagera, chi si informa e chi non lo fa. E se da un lato il continuo bombardamento di informazioni sembra essere l’unica strada per smuovere le coscienze, dall’altro c’è il rischio che ci si abitui, che si diventi insensibili, che più niente riesca a impressionare. Il pericolo è la rassegnazione. C’è chi, però, a questo rischio non si piega e continua a lottare per una causa che ritiene imprescindibile, nonostante un contesto politico che – a suo dire – sembra remare nella direzione opposta. Questo qualcuno è Fisher Stevens: attore, regista e produttore. Il 31 marzo Stevens sarà a Lucca (cinema Centrale alle 21) per un appuntamento doppiamente speciale: da un lato il primo degli incontri primaverili organizzati dal Lucca Film Festival, dall’altro la sua presenza ad accompagnare la proiezione, per scuole e pubblico, di The Cove, il documentario vincitore dell’Oscar 2009 di cui è produttore. Abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo. E dalla Grande Mela Fisher Stevens ci ha parlato di sé, dei molti ruoli ricoperti in questi anni, della sua volontà di trasmettere al mondo l’urgenza del cambiamento climatico e della speranza che, negli Stati Uniti, le cose possano cambiare presto.

«Ho fatto molti film sul cambiamento climatico. In questo momento l’amministrazione Trump ha praticamente cancellato tutte le leggi per proteggere il pianeta. È qualcosa di profondamente deprimente e triste. Ma dobbiamo continuare a lottare». Stevens insiste sul fatto che il vero obiettivo sia raggiungere chi non è già convinto, ma ammette con amarezza quanto sia difficile incidere in un contesto politico che, a suo giudizio, continua a negare l’emergenza climatica e a smantellare ogni forma di regolamentazione ambientale. Nel 2009 esce The Cove, un documentario insieme thriller, inchiesta e denuncia. Il tema è quello della caccia ai delfini nelle acque di Taiji, una baia a sud di Osaka, in Giappone. Un lavoro che porta alla luce una realtà crudele: ogni anno i delfini vengono catturati per i parchi acquatici o uccisi per fini commerciali. «Mi sono unito al film circa un anno dopo l’inizio del lavoro. Volevo farne un thriller, perché avevo appena visto Ocean’s Eleven. C’erano tutti gli elementi: il colpo, che in questo caso consisteva nell’intrufolarsi nella baia con telecamere nascoste, i buoni, i cattivi, e anche immagini molto belle». L’idea, insomma, era chiara: non limitarsi a documentare, ma costruire una tensione narrativa capace di coinvolgere il pubblico senza alleggerire la gravità di ciò che mostrava. «La scena della baia, quando colpiscono e accoltellano i delfini, era così grottesca e così orribile che abbiamo dovuto davvero ridurla al minimo. Ma persino quella sequenza di pochi secondi impediva a molte persone di guardare il film». The Cove ha vinto l’Oscar come miglior documentario nel 2010. Ma in un film di questo genere, come si misura davvero il successo? Conta di più un premio o la possibilità di cambiare anche solo lo sguardo di uno spettatore? «Vincere un Academy Award è davvero una bella cosa. Ma il punto è se un film riesce davvero a produrre cambiamento. A volte si può fare la differenza, che tu vinca l’Oscar oppure no». Per spiegarsi, Stevens cita diversi documentari recenti, da No Other Land a Navalny, insistendo su quanto sia difficile trasformare un riconoscimento in effetti reali. Nel caso di The Cove, però, rivendica un risultato concreto: le uccisioni non si sono fermate, ma si sono ridotte sensibilmente. Televisione, cinema, teatro e documentari. Fisher Stevens è un professionista il cui lavoro attraversa ruoli e linguaggi diversi. Ma, ultimamente, ce n’è uno che gli manca profondamente. «Ho avuto una grande fortuna nel lavorare con persone come Wes Anderson e anche in una serie come Succession. Ma mi manca fare teatro e spero un giorno di tornare sul palco. Lì ho passato dei momenti bellissimi. È un’altra cosa: ti fa usare una parte diversa del cervello e del corpo». l
 

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