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L'analisi

Lucca, la città del commercio ha perso 1 negozio su 4: crescono solo ristoranti e alloggi

di Gianni Parrini

	Turisti seduti a un caffè in piazza San Michele (foto archivio)
Turisti seduti a un caffè in piazza San Michele (foto archivio)

Dal 2012 sparite 252 attività tra centro storico e periferia: colpiti soprattutto i negozi di vicinato. E l’e-commerce accelera il declino. I dati completi in fondo all’articolo

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LUCCA. La città del commercio ha cambiato pelle. I numeri raccontano una trasformazione ormai evidente: il commercio tradizionale continua ad arretrare mentre crescono le attività legate al turismo e alla ristorazione. È una dinamica che riguarda molte città italiane, ma nel capoluogo lucchese assume un significato particolare: qui, per secoli, il commercio ha rappresentato uno dei pilastri dell’identità economica urbana. I dati parlano chiaro. Nel 2012 nel centro storico si contavano 397 negozi al dettaglio, mentre fuori dalle Mura erano 635. Nel 2025 le attività sono scese rispettivamente a 298 e 482. In tredici anni significa 252 negozi in meno e una contrazione di circa un quarto del totale. Un cambiamento che si inserisce in una tendenza più ampia: secondo la tradizionale indagine nazionale sulla Demografia d’impresa, realizzata dall’ufficio studi di Confcommercio, Lucca si colloca al 40° posto tra 122 città italiane per perdita di attività commerciali tra il 2012 e il 2025.

Accelerazione con il Covid

Uno degli elementi che emergono con maggiore chiarezza dall’analisi dei dati riguarda il ritmo del cambiamento. Se si confrontano le tre fotografie temporali – 2012, 2019 e 2025 – si vede infatti che la contrazione del commercio al dettaglio diventa più intensa nell’ultima fase. Nel centro storico i negozi passano da 397 nel 2012 a 357 nel 2019, per poi scendere a 298 nel 2025 . La perdita è quindi di 40 attività nel primo periodo (-10%) e di 59 nel secondo (-16%) sebbene sia persino più corto (6 anni invece di 7). Un andamento simile si registra fuori dalle Mura: le attività passano da 635 a 564 tra il 2012 e il 2019, per poi calare ulteriormente a 482 nel 2025. Anche qui il ridimensionamento è più forte nell’ultima fase, con 82 negozi in meno (-14,5%) dopo il 2019. È il segno che la trasformazione del tessuto commerciale è sì iniziata prima del Covid ma ha trovato nella pandemia e nei lockdown un potente acceleratore del mutamento. Del resto, proprio tra il 2020 e il 2021, con i vari lockdown e le misure restrittive il commercio online è esploso: secondo i dati Istat, nel 2020 le vendite online sono aumentate del 33,8% rispetto all’anno precedente, mentre molti altri canali di vendita registravano cali. Nei primi nove mesi del 2021 il valore delle vendite online è cresciuto di oltre il 57% rispetto al 2019.

Meno negozi, più locali

Il ridimensionamento del commercio non ha colpito tutti i settori allo stesso modo. A soffrire di più sono state le categorie tradizionali del tessuto urbano. Nel centro storico, ad esempio, gli esercizi non specializzati passano da 21 a 11, i negozi di libri e giocattoli da 26 a 16, le edicole da 13 a 7. Anche l’abbigliamento arretra sensibilmente: da 91 attività nel 2012 a 45 nel 2025. Fuori dalle Mura il quadro non è molto diverso. Le edicole scendono da 22 a 13, i negozi di mobili e ferramenta da 69 a 43, mentre l’abbigliamento passa da 114 a 74 attività.

Parallelamente cresce il comparto della ristorazione. Nel centro storico i ristoranti sono passati da 44 a 73, mentre fuori dal centro salgono da 119 a 139. I bar, invece, diminuiscono sia dentro sia fuori le Mura: da 70 a 57 nel centro storico e da 138 a 101 fuori. Il risultato è una città che cambia funzione economica: meno commercio tradizionale e più attività orientate ai visitatori.

Turismo invisibile

C’è ma non si vede, almeno non in questi numeri. I dati sull’ospitalità raccontano solo una parte del fenomeno. Nella statistica sulle imprese le altre forme di alloggio – b&b e strutture extralberghiere registrate come attività – passano nel centro storico da 27 nel 2012 a 30 nel 2025, mentre fuori centro salgono da 75 a 119, con un incremento vicino al 60%. Ma questi dati non intercettano la fetta più grande dell’offerta turistica: gli alloggi privati affittati in forma non imprenditoriale. Con l’introduzione del Cin è emerso che a Lucca gli appartamenti messi in affitto direttamente dai proprietari ai turisti sono quasi duemila. Il turismo, insomma, cresce molto più di quanto dicano le sole imprese registrate.

I numeri



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