Il Tirreno

Lucca

Omicidio

Lunata, uccise l’ex amico con una fucilata: a processo in Corte d’Assise

di Luca Tronchetti

	A sinistra Marjan Pepa con il suo avvocato Francesco Vetere
A sinistra Marjan Pepa con il suo avvocato Francesco Vetere

A giudizio il camionista libero dall'8 gennaio, rischia l'ergastolo

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LUCCA. Basta un’ora al gup Alessandro Dal Torrione per rinviare a giudizio il 3 giugno davanti alla Corte d’Assise l’autore dell’omicidio di Artan Kaja, 52 anni, titolare della ditta di trasporti “Tony Service”, avvenuto il 7 gennaio del 2025 nel piazzale della multinazionale del settore imballaggi Smurfit Kappa a Lunata. Marjan Pepa, 52 anni, albanese, accusato reo confesso del delitto, si presenta a palazzo di Giustizia di via Galli Tassi poco dopo le 12 accompagnato dal suo legale, avvocato Francesco Vetere del foro di La Spezia. É libero dal 8 gennaio scorso: scarcerato dal penitenziario di San Giorgio, dove era recluso, per decorrenza dei termini di custodia cautelare in quanto, nel corso di un anno, non era ancora stata disposta l’ordinanza con cui il giudice fissava la data del processo. Da oltre 60 giorni Pepa si trova a Milano dalla sorella con divieto di espatrio e obbligo di firma tre volte alla settimana alla stazione dei carabinieri più vicina. «Prosegue nella sua solitudine interiore in quel senso di vuoto e di distacco. – sostiene l’avvocato Vetere – Non vuol parlare di quella sera del 7 gennaio 2025 e tantomeno aggiungere particolare all’omicidio del connazionale. Per reagire alla situazione psico-emotiva è alla ricerca di un’occupazione, di un lavoro».

L’udienza preliminare

Durante l’udienza preliminare – iniziata alle 12,30 e terminata alle 13,30 – l’imputato, giacchetto blu e scarpe da ginnastica, si è seduto accanto al suo legale senza proferire parola. L’avvocato Vetere ha chiesto di procedere nel giudizio con il rito abbreviato, ma essendo stata contestata l’aggravante della premeditazione il giudice dell’udienza preliminare non ha ammesso l’istanza della difesa. Presenti anche la moglie, i due figli e il fratello della vittima – tutti assistiti dall’avvocato Federica Maffei del foro di Lucca – che si sono costituiti parte civile nel processo. Stessa richiesta è stata presentata e accolta dal gup Dal Torrione nei confronti della multinazionale Smurfit, assistita dal penalista Marco Treggi, che ventilava un danno economico e di immagine poiché l’omicidio volontario, che ha avuto un’eco importante sui media, è avvenuto nel piazzale della ditta di Lunata causando, stando al legale, una lesione della considerazione pubblica e della reputazione aziendale. In aula anche il procuratore facente funzioni Lucia Rugani, titolare dell’indagine, che ha brevemente ripercorso le tappe della vicenda che vede Marjan Pepa rispondere del reato di omicidio volontario premeditato per aver ammazzato con un colpo di fucile in testa l’ex amico, coetaneo e connazionale. Certo è che in questa storia mancano due pezzi del puzzle – oltre a una confessione piena e circostanziata – che sono l’arma del delitto e il cellulare dell’assassino. Con l’autore che non ha mai indicato il luogo in cui sarebbero stati occultati e i carabinieri che, dopo un anno di accertamenti, non sono riusciti a recuperarli.

Movente da chiarire

Un omicidio costellato da punti interrogativi. Primo tra tutti: il movente. É possibile arrivare ad uccidere un uomo – che comunque lo aveva aiutato a trovare un’occupazione ospitandolo appena giunto in Italia – a sangue freddo, alle spalle mentre stava parlando al cellulare, soltanto per una vendetta causata da dissapori personali che lo avevano portato a licenziarsi dopo una scazzottata avvenuta nel piazzale della ditta? Dalla mattina dell’8 gennaio Pepa presentandosi spontaneamente alla caserma di Cortile degli Svizzeri – dopo che nell’immediatezza le forze dell’ordine e i volontari intervenuti avevano ipotizzato che il decesso di Kaja era da attribuirsi a un malore – si è limitato a dire «sono la causa della morte di Artan» senza aggiungere particolari nonostante i successivi interrogatori in carcere. Una dichiarazione di colpevolezza prima di chiudersi in un silenzio esteso ai compagni di cella e ai familiari. Un mutismo che finisce per non spiegare la genesi del delitto. Pepa conosceva l’ambiente per averci lavorato come esterno per una decina d’anni. In silenzio era arrivato alle spalle di Artan e aveva esploso il colpo. Poi aveva raccolto la cartuccia per sparire, ritornando sui passi percorsi per introdursi nella cartiera, scavalcando il muro di confine che separa il camposanto dalla Smurfit. l
 

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