Caterina Rocchi, la “mangaka” lucchese che insegna i fumetti a 450 studenti
La storia di una grande passione che è diventata un mestiere, grazie soprattutto ai tantissimi viaggi in Giappone «Ho scoperto questo mondo a 11 anni. Prima guardavo Sailor Moon in televisione, ma credevo fosse italiana...»
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flavia piccinni
Ci sono passioni che diventano mestieri. Ci sono desideri che si trasformano dal tratto di una matita in un manga e poi prendono le pareti, i soffitti, il pavimento di una scuola. È questa la storia di Caterina Rocchi, 26 anni, capelli scuri e pelle candida, quasi trasparente. Caterina che ha trasformato la sua passione in una realtà e adesso si sta preparanzo per Lucca Comics come si va alla guerra: «Abbiamo un sacco di eventi in programma, così tanti che non posso scriverli tutti! Il nostro stand sarà appena fuori dall'area Japan Town (JAP834)».
Caterina scandisce piano le parole, lo sguardo incorniciato da degli occhiali, il sorriso gentile. Mi spiega che tutto è nato quando era bambina: «Allora guardavo cartoni animati tratti da manga, ma come potevo sapere che Sailor Moon veniva dal Giappone? Parlava in italiano in TV, quindi non mi sono mai fatta domande. I manga li ho scoperti poi intorno agli 11 anni, inizialmente vedendo i servizi in televisione che li additavano come satanici e violenti... Poi, quando ho letto un manga per la prima volta, ho scoperto che non erano affatto così».
Lettura dopo lettura, hai maturato l’idea di andare in Giappone a studiarli da vicino. Eri molto piccola: come hanno reagito i tuoi genitori?
«Sono stati presi in contropiede, ma si sono ripresi alla grande e ora mi sostengono in tutto e per tutto. Per prima cosa mi dissero che avrei dovuto studiare giapponese, perché i manga vengono fatti in Giappone, quindi un giorno sarei dovuta andare là e non potevo certo parlare in italiano o in inglese. Quindi a 13 anni ho cominciato a studiare la lingua giapponese, con mia madre che per divertimento lo faceva insieme a me».
Quando sei andata per la prima volta in Giappone quanti anni avevi?
«La prima volta avevo 14 anni e sono andata con tutta la mia famiglia per fare un giro turistico. Poi io e mia madre siamo rimaste per studiare in una scuola di lingua giapponese. L'anno seguente già studiavo manga in una scuola specializzata. Mia madre mi ha sempre accompagnata, almeno finché non ho raggiunto la maggiore età che in Giappone è 20 anni. Io ho amato molto il Giappone».
Ma qual è stata la prima cosa che hai visto?
«Credo le vending machine giapponesi, che vendono anche bibite calde. Visto che leggevo un sacco di manga sapevo anche come funzionavano, e lo stesso valeva per un sacco di altre cose: sembrava che vivessi lì per come ero a mio agio con la metropolitana, i convenience store, il cibo del luogo... Non c’ero mai stata fisicamente, ma attraverso i fumetti ho “vissuto” quelle situazioni molto prima di toccare il suolo giapponese. E poi, quando ho messo piede fuori dall'aereoporto mi sono messa a piangere: non ci potevo credere!».
In questi anni sei tornata spesso.
«Non so più dire il numero, ho perso il conto... Ci sono stata minimo una volta l'anno da quando avevo 14 anni, e ora ne ho 26. Finché andavo a scuola potevo andare solo durante le vacanze estive. Poi, quando sono cresciuta ho continuato da me, una volta sono anche restata per 9 mesi durante i quali ho lavorato nel campo del disegno facendo essenzialmente la food blogger versione fumetto, e nel frattempo andando anche in una scuola di giapponese».
Facciamo un passo indietro. Qual è la tua formazione?
«Ho fatto pochi corsi di disegno prima di entrare nel liceo artistico, poi durante i tre mesi di vacanze estive due li passavo sempre in Giappone a studiare manga, totalizzando 11 mesi di studio su 12! Ho studiato un po' anche in Italia, ma la maggior parte di quello che uso ora l'ho imparato in Giappone, anche perché non c'erano molte alternative. Anche per questo ho creato una scuola di manga che fosse mia, per dare agli altri le stesse possibilità che ho avuto io (senza studiare giapponese o farsi 12 ore di aereo, aggiungerei)».
Qual è la prima cosa che hai imparato in Giappone?
«Come tenere il pennino. Come tecnica è abbastanza avanzata, e non ne avevo mai usato uno prima di quel giorno, i materiali da manga non si trovano in cartoleria in Italia...».
Come è nata la “Lucca Manga School”?
«Volevo studiare oltre le vacanze estive. Con i miei genitori abbiamo pensato di portare uno dei miei insegnanti dal Giappone in Italia per fare una lezione, e radunare un po' dei miei amici per studiare tutti insieme. A quel tempo avevo 17 anni, poi i miei maestri giapponesi mi hanno detto che ero pronta a salire in cattedra io stessa, a 19. L’idea era di fare una lezione l'anno, ma adesso facciamo oltre 60 corsi».
A chi vi rivolgete?
«Ogni anno coinvolgiamo circa 450 studenti, in classi di massimo dieci persone. La maggior parte dei nostri studenti sono delle medie o superiori, ma ci sono anche studenti ben più grandi. La scuola è fatta apposta per chi studia, lavora, o vive lontano. I corsi sono durante i weekend, i ponti, le feste dal lavoro, e si possono comprare corsi singoli di tre giorni. Vogliamo che ognuno abbia modo di parlare con l'insegnante e di confrontarsi. La cosa più bella, secondo me, è che vengono da tutta Italia e a volte anche dall'estero».
Chi insegna da voi?
«I nostri insegnanti sono italiani, ma tutti preparati da maestri giapponesi, e frequentano spesso corsi di aggiornamento con maestri giapponesi o lavorano direttamente con loro. Continuiamo ad invitare ogni anno maestri ed editori dal Giappone, ed in quel caso traduco io personalmente. Questo perché tradurre una lezione altamente specializzata è molto difficile».
Dopo quei nove mesi in Giappone, perché hai deciso poi di tornare a Lucca?
«In realtà non l'ho mai lasciata, non sono mai andata in Giappone pensando: stavolta non torno. Alla fine a Lucca c'è la mia scuola, e non posso lasciarla da sola troppo a lungo!». —
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