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Il caso

Lucca, accusato d’omicidio torna libero per la decorrenza dei termini

di Luca Tronchetti
Lucca, accusato d’omicidio torna libero per la decorrenza dei termini

La scarcerazione legata a un ritardo nell’avviso di conclusione delle indagini

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LUCCA. È uscito dal penitenziario di San Giorgio nel pomeriggio di giovedì e adesso non si trova più in Toscana. È da alcuni parenti a Milano. Di fatto adesso è libero senza obblighi Marjan Pepa, 52 anni, albanese, in carcere da un anno (si costituì ai carabinieri la mattina del 8 gennaio 20 25) con l’accusa di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione per aver ucciso nel piazzale della multinazionale del settore imballaggi Smurfit Kappa a Lunata con un colpo di fucile in testa l’ex amico, coetaneo e connazionale Artan Kaja. Il motivo dell’inattesa scarcerazione? Decorrenza termini. Perché, in base all’articolo 303 del codice di procedura penale, un detenuto torna in libertà per il reato di omicidio volontario (o comunque un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a 20 anni) se entro un anno non è stato emesso il provvedimento che dispone il giudizio o l’ordinanza con cui il giudice dispone il giudizio abbreviato e quindi senza che sia stata pronunciata la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti.

Il pubblico ministero Lucia Rugani aveva emesso a dicembre l’avvio di conclusione delle indagini nei confronti di Pepa, unico indagato del delitto avvenuto tra le 18,30 e le 19,30 del 7 gennaio 2025 nel piazzale dell’azienda della Piana di Lucca e, nelle prime ore, valutato come «incidente sul lavoro o caduta accidentale da un muletto».

In realtà la mattina successiva Marjan Pepa, ex camionista, si era presentato spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Cortile degli Svizzeri sostenendo di essere «la causa della morte di Artan» per poi chiudersi in un assoluto mutismo senza mai rivelare particolari dell’agguato e senza mai far ritrovare agli inquirenti l’arma del delitto (un fucile a pallini) e il cellulare. Il movente invece era apparso subito chiaro: dissapori, con tanto di scazzottata avvenuta all’interno del piazzale alcuni mesi prima dell’assassinio, tra Pepa e Kaja, albanese ben inserito nel tessuto sociale, titolare di una ditta di trasporti “Tony Service” e che aveva ospitato per un certo periodo e offerto il lavoro a quello che poi sarebbe stato il suo carnefice. In un anno gli inquirenti avrebbero cercato in ogni modo di scalfire il muro di omertà cercando di fare maggiore chiarezza senza ricevere alcuna collaborazione dall’imputato che non si è mai lasciato andare a confidenze con i compagni di cella e nemmeno con il suo legale, l’avvocato Francesco Vetere del foro di La Spezia.

Corto circuito

La domanda sorge spontanea: cosa potrebbe essere accaduto? C’è stato un blackout legato all’interruzione dei termini di custodia cautelare. L’ufficio requirente avrebbe dovuto inviare l’avviso di conclusione delle indagini prima del mese di dicembre. Perché, codice alla mano, la difesa ha un termine di 20 giorni per depositare memorie o chiedere l’interrogatorio dell’imputato. A quel punto trascorrono 10 giorni per la notifica del provvedimento di richiesta di rinvio a giudizio al giudice per le indagini preliminari che prende un breve lasso di tempo per fissare la data dell’udienza. Quindi il ritardo nell’avviso di conclusione delle indagini ha provocato l’effetto valanga e il tribunale non ha potuto far altro che accogliere l’istanza del legale dell’imputato e procedere alla scarcerazione.

Possibili rimedi

E adesso? Il giudice può applicare altre misure cautelari (obbligo di firma o dimora, domiciliari e persino il ripristino del carcere) se permangono i presupposti: pericolo di fuga o inquinamento delle prove. «Il mio assistito è una persona pacata, ma molto chiusa, solitaria, senza amici, senza una compagnia – sostiene l’avvocato Vetere – Probabilmente un anaffettivo che soffre di depressione e che durante i colloqui, pur ritenendosi responsabile del delitto, non ha mai voluto soffermarsi sul ricordo dell’omicidio come se volesse allontanare quei momenti. Ora si trova in casa di parenti e non credo proprio che voglia allontanarsi dall’Italia ed evitare il processo. In questo periodo valuterò se chiedere o meno una consulenza tecnica da parte di uno psicopatologo». l
 

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