Livorno, anche Manlio Porcellini se ne va: «Lavorare in queste condizioni è dura»
«Non c’è struttura sanitaria, sono tornato gratis e siamo andati avanti coi favori personali»
LIVORNO. Manlio Porcellini si è dimesso dalla figura di medico dell’Unione Sportiva Livorno. Resta da capire se le strade si potranno incrociarsi di nuovo nel giro di breve tempo oppure no. Porcellini, è molto più di un medico sociale nella storia amaranto.
È una figura che attraversa quarant’anni di calcio alle nostre latitudini, dai campi della C1, poi della C2, il primo fallimento dell’epoca Mantovani, la ripartenza dall’Eccellenza, l’Interregionale con Achilli presidente, la promozione in C1 e fino all’arrivo di Spinelli, che produsse prima la serie B, poi il massimo campionato e addirittura l’avventura europea.
Un uomo che ha conosciuto allenatori, presidenti e generazioni di giocatori, da Massimiliano Allegri a Igor Protti, da Giorgio Chiellini ai protagonisti delle stagioni più esaltanti del club. Le sue prime apparizioni nello staff medico risalgono alla stagione 1985-86, presidenza di Enrico Fernandez Affricano, quando iniziò a sostituire saltuariamente per le trasferte, Mario Ricordati, “comandante in capo” che non amava tanto andar per campi esterni. Era il Livorno degli anni difficili, quello della C2 e delle ricostruzioni continue. Da allora, però, il rapporto con la società non si è mai interrotto davvero. «Ho visto tutto – racconta – dalla Serie C alla Serie A, fino ai momenti più complicati dopo la fine dell’era Spinelli». Nel corso dei decenni, Porcellini è diventato un punto di riferimento non solo professionale ma anche umano. Molti dei giocatori passati da Livorno sono rimasti suoi pazienti e amici. «Con tanti di loro ho ancora rapporti splendidi. Allegri, Chiellini, Protti: sono rimasti legati a me e io a loro».
Dopo una pausa di due anni durante il periodo del Covid, quando lavorò alla PL per restare vicino al campo, nell’estate scorsa era tornato ufficialmente in amaranto come responsabile sanitario e medico sociale. Un ritorno fatto, sottolinea lui stesso, «gratuitamente, per amore del Livorno». Poi, però, sono arrivate le dimissioni. «Ho lasciato senza polemiche – spiega – ma perché non c’erano le condizioni per andare avanti. Ho passato un anno molto tribolato».
Qual è stato il problema principale?
«La mancanza di una struttura sanitaria vera. Nel calcio professionistico servono professionisti in ogni settore: medici, fisioterapisti, massaggiatori, specialisti esterni. Quest’anno siamo andati avanti troppo spesso grazie alle amicizie personali e ai favori».
In che senso?
«Quando serviva un esame strumentale o una visita specialistica, mi appoggiavo ai rapporti costruiti in tanti anni di lavoro. Persone che mi hanno aiutato anche gratuitamente. Ma una società professionistica non può vivere chiedendo continuamente favori».
Lei ha parlato di un settore sanitario “dilettantistico”.
«Sì, perché il settore sanitario deve essere organizzato, strutturato, riconosciuto come fondamentale. Un giocatore curato bene recupera prima e torna in campo prima. È un investimento per la società. E questo deve essere capito».
Ne ha parlato con il presidente?
«Abbiamo avuto una lunga chiacchierata molto tranquilla. Nessuna polemica. Gli ho spiegato che, se vuole affrontare seriamente un campionato professionistico, bisogna creare una struttura sanitaria adeguata».
E lui come ha reagito?
«Mi ha ascoltato e mi ha detto che molte delle cose che dicevo erano giuste. Io gli ho lasciato le mie indicazioni su quello che serve per lavorare bene».
La porta resta aperta?
«Ufficialmente, mi sono dimesso. Però, non faccio il fenomeno: per il bene del Livorno potrei anche tornare. Dipenderà dalla volontà della società di costruire davvero una struttura come quella che ho consigliato».
Diciamo allora che attende segnali concreti....
«Esatto. Diciamo che andare avanti nelle condizioni dell’ultima stagione è dura ma qualora vedessi che certe cose che ho spiegato al presidente vengono prese in considerazione, allora sarei felice di tornare al mio posto».
Porcellini chiude senza rancori, ma con un messaggio preciso: «Avere una certa organizzazione è vitale nel calcio moderno. Io le responsabilità me le sono sempre prese, e per il Livorno ci sarò sempre. Ma serve un segnale ed è quello che aspetto».
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