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Italia fuori dai Mondiali e i problemi nei settori giovanili: l’analisi di una società locale livornese che fa riflettere

di Redazione web

	Moise Kean e il campo del Carli Salviano a Livorno
Moise Kean e il campo del Carli Salviano a Livorno

Con un post social, la società del Carli Salviano ha messo l’attenzione su tante criticità che i bambini di oggi vivono nei vivai

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LIVORNO. Italia per la terza volta consecutiva senza Mondiali. La sconfitta ai calci di rigore contro la Bosnia da parte dei ragazzi di Gattuso rappresenta l’ennesimo fallimento del calcio italiano che non arriva a giocarsi la fase a eliminazione del campionato iridato dalla vittoria del 2006 in Germania. Il grande interrogativo del giorno dopo è sempre lo stesso: qual è la ricetta giusta per ripartire.

Il Carli Salviano, storico club dilettantistico di Livorno con un vivaio molto ampio, pone i riflettori su un tema molto interessante a livello di settore giovanile.

Il post social

Questa generazione di calciatori professionisti viene ormai selezionata a 5, 6, massimo 7 anni – si evidenzia nel post del Carli -. A quell’età le società professionistiche decidono su chi investire, sottraendo i bambini alle realtà dilettantistiche. Li prendono e, in molti casi, li portano anche a 100/150 km da casa. Il punto è che tutti quelli che potrebbero svilupparsi più tardi — a 10, 11 anni, come accadeva un tempo — oggi vengono già considerati fuori tempo massimo per il sistema professionistico.

Il problema è tutto qui. I bambini dovrebbero restare nei settori giovanili delle società dilettantistiche almeno fino ai 10/12 anni. Solo in una fase in cui lo sviluppo fisico e cognitivo è più strutturato ha senso fare delle scelte, senza rischiare di perdere talento e, soprattutto, permettendo ai ragazzi di crescere nel divertimento e non sotto la pressione di essere un investimento.

La FIGC Federazione Italiana Giuoco Calcio ha consentito che questo modello si affermasse, diventando di fatto complice di un’impostazione che finisce per svalutare il lavoro delle società dilettantistiche, mentre si continua a esaltare il ruolo dei “professionisti” dei club strutturati, spesso eretti a riferimento unico su come si dovrebbe insegnare calcio.

E poi c’è un’altra domanda, che prima o poi andrà affrontata:
è davvero normale arrivare a giocare a 11 solo a 14 anni?

È il momento di riprenderci il futuro.
Ripartendo dal calcio vero, quello delle società dilettantistiche: fatto di passione, di territorio e anche di allenatori senza patentino, ma con 40 anni di esperienza sui campi di periferia.

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