Franceschi, i segreti della nuova regina del nuoto: «Troppo grassa, volevo smettere. Devo la rinascita a mio padre»
La campionessa livornese si racconta: dopo l’exploit nei 400 misti ha frantumato anche il record italiano dei 200 fissandolo a 2’10’’05 e strappando anche il secondo pass individuale per i Mondiali di Fukuoka
LIVORNO. Maturità. Consapevolezza. Fame. Ambizione. I recenti successi di Sara Franceschi sono da ricercarsi in questi quattro ingredienti, fondamentali nel ricettario dello sportivo e in particolare in quelle che piacciono ai campioni. Un'ascesa che non è stata tutta rosa e fiori: dopo le Olimpiadi di Rio de Janeiro (2016) - vissute da matricola ad appena 17 anni - la Franceschi cadde infatti in un periodo buio. Niente sembrava andare per il verso giusto. Pochi risultati. Nessuna convocazione prestigiosa. Un percorso di crescita minato di ostacoli che l'aveva confinata nella lista dei talenti inespressi. Ma Sara è stata più forte anche delle difficoltà. Con pazienza e dedizione ha continuato a macinare chilometri, seguita in vasca dal padre Stefano. Il suo punto di riferimento. Il primo a non aver mai smesso di credere nella potenzialità di un’atleta che a Riccione, dopo l’exploit nei 400 misti (4’35’’98), ha frantumato anche il record italiano dei 200 fissandolo a 2’10’’05 e strappando anche il secondo pass individuale per i Mondiali di Fukuoka (Giappone, 23/30 luglio): «Al 7 Colli 2021, alla vigilia delle Olimpiadi, avevo nuotato 2’10’’26, mancando il record per un centesimo. Quindi stavolta lo volevo a tutti i costi...».
Sono stati i dettagli a fare la differenza?
«Senza ombra di dubbio; durante l’anno ci alleniamo tanto in termini di volume e km, ma poi sono i particolari a far la differenza. Ho lavorato molto sulle frazioni a farfalla a rana, ovvero quelle che nell’ultimo periodo mi venivano peggio, e finalmente questo record l’ho fatto mio».
Sara Franceschi è oggi una delle icone della nazionale di nuoto al femminile. La stessa che nel 2018 aveva addirittura pensato di appendere costume e occhialini al chiodo?
«Il 2018 è stato un anno particolare, non riuscivo ad esprimermi. Ingrassai 10 chili e quasi mi vergognavo a stare in costume. Una volta finita la maturità, grazie soprattutto al sostegno della mia famiglia, decisi di ributtarmi in acqua, anche perché senza la piscina non sapevo stare. Ci è voluto un po’ di tempo, esami clinici, visite dal nutrizionista ma adesso eccomi qua, matura e ambiziosa».
Cosa è cambiato nella sua testa?
«La medaglia di Melbourne (argento nei 400 misti in vasca corta, ndr) e gli ultimi risultati a livello internazionale mi hanno sbloccata. Ho acquisito consapevolezza di quello che sono e di quello che posso fare. E gran parte del merito va al mio allenatore, nonché mio papà, perché lui per primo ha sempre creduto in me e nelle mie qualità».
Il rapporto tra lei e suo padre sembra davvero una delle chiavi del successo.
«Che un babbo sia il primo tifoso della figlia credo sia normale. Sul piano vasca è la prima persona che cerco, anche lui - come me - tiene molto sui dettagli. Per un mistista nuotare bene è fondamentale, bisogna curare la tecnica ogni giorno e per questo credo che Stefano sia uno dei tecnici più preparati, almeno in Italia».
A Riccione una delle prime persone che l’ha abbracciata dopo il record è stata Federica Pellegrini.
«Siamo amiche, siamo state in vacanza insieme e pure lei nei momenti di difficoltà mi è stata vicino; da una campionessa come lei - ora membro dei Cio - non si smette mai di imparare».
I 400 misti li aveva dedicati in diretta tv a suo nonno, Claudio Aprea, scomparso due mesi fa. E i 200?
«A tutta la mia famiglia, al mio staff e alle mie società. Il risultato è il frutto di tantissime componenti e tutte giornalmente risultano importanti».
Adesso Fukuoka, poi dritta verso Parigi 2024. Con quale spirito?
«I tempi di Riccione rientrano nei primi 10 al mondo in questa stagione. Addirittura nei 400 misti sono 5°, di conseguenza perché non sognare una medaglia. Sarà il mio primo Mondiale in vasca lunga, dopo che ho partecipato a 2 Olimpiadi. A Parigi ci penseremo esattamente tra un anno, una cosa alla volta».l
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