«Il dominio in campionato nasconde i difetti di una Juve mal costruita»
Mister Orrico è schietto come sempre: «Dybala fuori ruolo, Pjanic non contrasta, Khedira è un giocatore finito e Emre Can pare suo fratello»
«Immagina tre corse per i primi quattro posti della classifica. Per lo scudetto, la Juve gareggia da sola, ma non è detto che sia un bene: la facilità di vincere in Italia maschera difetti che potrebbero pesare tanto in Europa. Lo sprint per il secondo e terzo posto sarà appassionante e i tempi sembrano maturi per un rovesciamento tra Napoli e Inter, all'inseguimento della pur sempre lontana capolista. Infine la quarta piazza, l'ultima che vale la Champions: qui c'è la corsa a handicap tra Milan, Roma e Lazio. La spunterà chi avrà saputo sopportare meglio i propri limiti».
Se la immagina così, Corrado Orrico, la seconda parte di stagione della Serie A. Un Giro d'Italia del pallone, con la Vecchia Signora che si tiene ben cucita addosso la sua maglia rosa, e le altre costrette a spartirsi le briciole di un torneo che mai come quest'anno pare avere un vincitore scontato. Ma al consueto appuntamento di inizio anno con il Maestro di Volpara non mancano gli spunti di riflessione su un campionato che presenta anche novità interessanti, come pure vecchi vizi che con il calcio, in realtà, non c'entrano niente.
Al noto ristorante Pancino 2 ai Ronchi di Marina di Massa ci sono anche il titolare Gianluca Baldini (per anni chef personale di Moratti a bordo del suo yacht) e gli amici Luigi Balloni, Mino Bordigoni e Valentina Buttini. L'intervista si trasforma così in una discussione a più voci - orchestrate sapientemente da Orrico - in cui si spazia dal calcio alla filosofia.
Mister partiamo dalla Juventus, assoluta protagonista in campionato ma con un pensiero fisso in testa per la Champions. Difficile trovarle punti deboli in Italia. Sarà così anche in Europa?
«Attenzione: la Juve è tutt'altro che perfetta. Sì, in Italia corre da sola, come se gli unici avversari fossero i record del passato. Ma lo strapotere in campionato nasconde lacune che rischiano invece di emergere in modo evidente in Champions. In primis, l'equivoco tattico in attacco, la zona nobile del campo dalla quale è stato estromesso Dybala a vantaggio di Mandzukic. Badate bene: il croato lo farei giocare sempre, solo non come centravanti. Fa gol? Sicuro, ma sono gol, sia nei numeri che nei modi, tipici di un centrocampista che si inserisce dentro l'area. Mandzukic assicurerebbe le stesse reti anche se arretrasse il suo raggio d'azione, mentre così mancano i 20 gol di Dybala, una delle migliori seconde punte al mondo, penalizzato dallo scacchiere di Allegri. La coppia di attacco dovrebbe essere Ronaldo più Dybala, con Douglas Costa e Bernardeschi (quando sta bene) sugli esterni e Mandzukic arretrato a fare il lavoro sporco che oggi viene chiesto all'argentino. Ma la vera debolezza della Vecchia Signora è in un centrocampo mal costruito. Pjanic? Giocatore delizioso, bravo, bello a vedersi, ma con problemi enormi sul piano dinamico e del contrasto. Se non si vuole rinunciare a lui, bisogna che sia accompagnato da due mediani che abbiano corsa, potenza e tecnica. Matuidi può andare, ma gli altri? Bentancur non è da Juve, Khedira è un giocatore finito, Emre Can sembra il fratello di Khedira. Ramsey sarebbe un acquisto perfetto, ma servirebbe come il pane ora, non a giugno. Perché in Europa la Juve rischia. Già dagli ottavi, contro una squadra forte in ogni reparto, mentre i bianconeri sono devastanti in attacco, ultra affidabili in difesa, ma deboli a centrocampo. L'Atletico però non diventi un alibi: se vuoi vincere la Champions, quelle squadre le devi battere, prima o dopo poco importa. E non è detto che la Juve ci riesca. A quel punto, sarebbe difficile accettare di aver speso 340 milioni per CR7 e non aver raggiunto l'obiettivo dichiarato».
Il Napoli non ha colmato il gap che lo separa dalla Juve. Nemmeno Ancelotti sembra potersi avvicinare più di quanto non avesse fatto Sarri. I partenopei rimarranno gli eterni secondi?
«La verità è che il Napoli è arrivato al capolinea del suo percorso di crescita, iniziato dalla Serie C e culminato con i secondi posti in campionato e le esperienze europee. Più in alto, però, non si può andare. O almeno non con l'impostazione aziendalista di De Laurentiis. Lui è un uomo abituato a fare i conti e ha deciso di non concedersi mercati faraonici. Non lo ha fatto l'anno scorso e neanche quest'anno. Dalla società ribadiscono che non acquisteranno fenomeni, ma che vogliono scoprire i campioni di domani. Il presidente gestisce bene il Napoli con equilibrio costante tra entrate e uscite, poiché questa è la sua mentalità. Che può anche essere condivisibile, purché sia chiaro a tutti che per fare un ulteriore salto di qualità servirebbero i fuoriclasse che costano centinaia di milioni. È qui che il Napoli, inevitabilmente, frena. A prescindere da chi siede in panchina. Se mi aspettavo più ambizione da Ancelotti? In realtà mi sorprende che sia andato a Napoli consapevole di questa filosofia così diversa dal suo modo di allenare, lui che ha sempre lavorato con i veri campioni, con “le Juventus” dei campionati esteri. Fateci caso, però: i grandi allenatori sono bravissimi nei primi dieci anni di attività, mentre nella seconda parte di carriera si ritrovano con la pancia piena e le motivazioni sgonfie. Insomma: De Laurentiis ha provato il colpo a effetto in panchina, ma il Napoli non può migliorare oltre con una rosa così costruita. Per questo, più che puntare alla Juve, dovrebbe guardarsi le spalle dall'Inter e, per il futuro, anche dal Milan, che hanno progetti più ambiziosi». —
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