Il Tirreno

Livorno

Matteo, il tiratore non vedente che fa sempre centro con il tatto

Eva Bertolacci
Matteo, il tiratore non vedente che fa sempre centro con il tatto

Livorno, Panariello a 28 anni ha bissato il successo dello scorso anno ai campionati italiani di tiro con l'arco. «Che emozione. Ora sogno un’esperienza internazionale»

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LIVORNO. Matteo Panariello per il secondo anno consecutivo ha vinto il campionato italiano di Tiro con l'arco Para Archery di Padova. Un bel traguardo per un livornese di 28 anni che si è approcciato a questa disciplina solo da due anni. Un traguardo ancora più prezioso se si pensa che dalla nascita, 19 marzo 1988, Matteo è non vedente e a questi, come e più che in altri livelli è assai difficile confermarsi campione per la seconda volta.

Matteo, come è stata questa seconda esperienza?

«È stata particolare, più difficoltosa della precedente per certi aspetti perché è difficile abituarsi alla tensione: prima dell'arco facevo danza sportiva e la tensione la scaricavi sul partner, qui sei solo contro te stesso, è più dura. L'anno scorso affrontai il mio primo campionato italiano di tiro con l'arco quasi per gioco. Con il mio tecnico Paolo Del Nista affrontammo la gara quasi con leggerezza, era la mia prima esperienza. Quest'anno dovevo riconfermare l'oro avendo fatto male il campionato indoor e arrivare alla medaglia più preziosa di nuovo è stato emozionante. In qualificazione avevo tirato male, ero teso poi negli scontri diretti è scattato qualcosa: in finale ero sotto 4-0 perché avevo perso i primi due scontri, poi ho rimontato vincendo alla fine 6-4. Ti dirò, rispetto al 2015 mi sono divertito di più, ero maggiormente cosciente di ciò che stavo facendo, è stato più emozionante. C'è stato del sano agonismo quest'anno. Un po' come vincere ai rigori».

Che sensazioni ti dà uno sport come il tiro con l'arco?

«Mi dà un sacco di emozioni, mi arrabbio facilmente perché sono un perfezionista, ma qui se non ti alleni duramente è difficile fare bene le cose».

Quanto ti alleni?

«Tre-quattro volte la settimana, poi a casa ho un bersaglio con cui mi alleno manualmente, senza mirino tattile, dalla distanza di tre metri».

Come hai iniziato?

«A fine 2013 attraverso l'Inail, facevo danza sportiva agonistica e inizialmente pensavo che questo sport fosse troppo guidato e che non avrebbe messo in risalto le mie capacità. In realtà mi piacque subito, contattai la Compagnia Arcieri Livornesi e il presidente regionale Tiziano Faraoni per entrare nel gruppo Para Arcieri della Toscana».

Ma come funziona il mirino tattile?

«È una specie di elle a due aste, una di queste poggia a terra e serve a metterci i piedi, serve a darti la direzione, l'asta verticale che sale ha sulla cima una sorta di staffetta dove appoggi il dorso della mano, ti dà la direzione del bersaglio che dista trenta metri ma ovviamente non ti garantisce il centro. Devi lavorare molto di spalle per trovare l'equilibrio e l'assetto giusto».

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Rispetto alla danza c'è più parità con gli avversari?

«Sì perché nella danza gareggiano anche gli ipovedenti che hanno qualche vantaggio in più, quindi più in alto del terzo posto non riuscivo mai ad arrivare. Nel Para Archery usi la maschera quindi anche chi ha residui visivi parte come gli altri».

Qual è il tuo sogno?

«Mi piacerebbe arrivare a fare qualcosa a livello internazionale, rappresentare il proprio paese sarebbe davvero bello. Tutti dicono che la cecità sia un limite, ma i limiti sono quelli che uno si pone. Io potevo scegliere di adagiarmi sulla mia condizione e farmi compatire, ho scelto di vivere e ho fatto tante belle esperienze. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che mi hanno aiutato tanto permettendomi di affrontare al meglio la mia situazione e la vita. Grazie a loro ho potuto godermi belle esperienze come la bici, i video games e i miei studi, anche se non ero molto bravo e i miei tre li ho sempre presi. Dopo il Cecioni indirizzo umanistico ho provato l'università, informatica umanistica ma non era adatta a me, mi sono preso una pausa poi si vedrà. Da un anno mi dedico anche al canto e mi piace molto».

I tuoi prossimi impegni?

«L'11 settembre il campionato regionale all’Argentario, poi a febbraio il campionato indoor: è un titolo che mi manca e vorrei farlo bene».

Com'è vivere a Livorno?

«Non è facile, ci vorrebbero tante migliorìe a partire dai marciapiedi che sono difficoltosi. Non solo per me, ma penso anche a chi ha difficoltà a deambulare o agli anziani. A livello tecnologico ci sono moltissimi aiuti, anche con i navigatori e gli smartphone, poi ti fanno dei corsi per la mobilità però le aziende di trasporto dovrebbero dotare i propri mezzi di un segnalatore della fermata che ti dice dove scendere. I livornesi sono gente di cuore, nessuno ti nega mai un aiuto o ti tratta con indifferenza, l'indifferenza purtroppo c'è in chi conta e non è così sensibile ai nostri problemi».

In attesa che anche qui Livorno superi i propri limiti, noi non possiamo fare altro che tifare per chi i suoi limiti li ha superati alla grande, scagliando quella freccia ben oltre i pregiudizi e l'indifferenza.

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