«Ritroviamo la cultura della sconfitta»
Sandro Lulli
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ESEMPIO. Accanto Igor Protti a 18 anni nel Livorno e alla fine della carriera Sopra in prestito alla Fiorentina e insieme al padre e alla sorella Igor Protti: basta insegnare solo a vincere, contano amicizia e la gioia di giocare
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LIVORNO. Il «calcio verde» che si trasforma in una fiera dei sogni. O degli inganni. Che non forma ma deforma, depista, fuorvia. Che insegna, ma non tutto fino in fondo. Il calcio verde dei giovani che diventa mercato: squali e squaletti senza scrupoli che promettono la carriera veloce, la strada maestra per un club prestigioso che non arriverà mai. Sembra di rivivere l'atmosfera del film «Bellissima», diretto da Luchino Visconti nel 1951: con la madre (l'immensa Anna Magnani) che voleva la sua bambina attrice a tutti i costi ma si rende conto in tempo di aver sbagliato tutto e smaschera l'ambiente infido e meschino del dietro le quinte di Cinecittà dove si aggiravano personaggi senza scrupoli (Walter Chiari, che nella vita era un generoso, strepitoso nella sua ripugnanza d'individuo legato al ruolo del film). Il malcostume. Le Scuole Calcio e i vivai livornesi alzano la voce, denunciano il malcostume di ragazzini reclutati da club grandi o presunti grandi; osservatori o presunti tali che inculcano idee sbagliate nella testa dei ragazzi che smarriscono il senso ludico e vogliono giocare dove si vince. Il problema è sul tavolo: Igor Protti lo conosce, lo vive e lo ha vissuto e soprattutto, da persona sensibile qual è, lo condanna senza mezzi termini. «I ragazzi devono restare con gli amici, nell'ambiente dove sono cresciuti e vivere l'infanzia e l'adolescenza a contatto con la famiglia. E le famiglie stesse devono vigilare che il gioco non si trasformi in professione in anni in cui i ragazzi hanno bisogno di altro per crescere con il giusto equilibrio psicologioco. In anni dove è più giusto che abbiano maggiori attenzioni per la scuola e appunto la famiglia e gli amici che non per una squadra vincente o meno». Prima le esigenze. Entra così, Igor, nel problema esodo-calciatori in erba, dopo la denuncia del direttore sportivo dell'Orlando Telco, Giuliano Giuliani. «La regolamentazione da parte della Figc serve, è lecita, sempre che al centro della questione restino le esigenze del ragazzo. Il quale nel caso non si trovi bene in un ambiente è giusto che possa cambiare o seguire l'amico. Perché a 11, 12, 13 o 14 anni ci deve essere la felicità e la spensieratezza di giocare a calcio, non lo stress di stare in un contesto che opprime e soffoca le emozioni». Cultura della sconfitta. E il bomber amaranto di tutti i tempi mette in risalto un altro errore che viene perpetuato troppe volte a livello giovanile non necessariamente nei vivai di Livorno e provincia. «Dobbiamo insegnare ai ragazzi a divertirsi e a farli crescere anche nella cultura della sconfitta. E questo non tutti lo fanno. E chi non lo fa sbaglia. Basta a insegnare ai giovani a cercarsi sempre una squadra destinata a primeggiare in classifica. Quindi basta a considerare fenomeno chi vince e una nullità chi perde. Basta far giocare sempre e comunque i più bravi. Perché un domani quei ragazzi che non vanno mai in panchina potrebbero avere problemi e magari anche smettere alle prime delusioni. E nel frattempo quelli che non giocavano mai potrebbero aver cambiato sport, essere diventati nemici di un calcio che magari due anni dopo li avrebbe visti capaci di togliersi soddisfazioni». Naturale, anzi ovvio, che Igor Protti peschi nel pozzo profondo dei propri ricordi della gioventù trascorsa sull'Adriatico. Dormivo col pallone. «Lo sai, io sono nato innamorato del calcio e a tre anni non mi addormentavo se non avevo nel letto il pallone da abbracciare. Iniziai in una squadra che si chiamava «Gladiatori», poi da tredici a diciotto giocai nel Rimini, prima di venire a Livorno. Ebbene, siccome ero uno di quelli ritenuti bravi, che giocavano sempre, quando iniziai ad assaggiare la panchina andai incontro a tanti problemi, quasi mi ribellavo alle scelte dell'allenatore che talvolta preferiva altri compagni a me. Invece a distanza di tempo quest'uomo lo ricordo con tanto affetto perché il suo modo d'agire era giusto ed ho capito dopo quanto sia stato capace d'insegnarmi. E forse a lui, che trattava tutti i ragazzi in modo uguale, devo gran parte di ciò che sono riuscito a fare dopo». Le famiglie vigilino. Igor Protti riassume la problematica dei settori giovanili in questo modo: «Un no deciso a tutti coloro che agiscono in maniera scorretta cercando di arricchirsi alle spalle dei ragazzi strappandoli alle squadre dove crescono e stanno bene. Ma anche un no deciso a chi tratta i ragazzi come professionisti cercando di trattenerli contro la loro volontà perché i giovani devono essere liberi di frequentare l'ambiente nel quale meglio si sentono e dove ritengono di coltivare la loro passione. Ma sopra a tutto ciò ci deve essere la famiglia che vigila e guida i ragazzi senza opprimerli e chiedere prestazioni e rendimento che non sono in grado di offrire perché è in quel momento che il ragazzo si demoralizza diventa insicuro e si allontana dal calcio».
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