Il Tirreno

Livorno

La strage

Moby Prince, audizione di Onorato: «Cause esterne dietro la tragedia» – Cosa ha detto in commissione d’inchiesta

di Claudia Guarino

	Il Moby Prince distrutto dalle fiamme (Foto d’archivio)
◗
Il Moby Prince distrutto dalle fiamme (Foto d’archivio)

L’armatore rilancia l’ipotesi della bomba e della bettolina: «Chessa era preparato e l’errore umano è da escludere così come l’ipotesi nebbia»

4 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Ribadisce il concetto della causa esterna, considerando plausibile, oltre all’ipotesi dell’ordigno anche quella della possibile presenza di una bettolina a ridosso dell’Agip Abruzzo. Nessuna nebbia, la cui presenza sarebbe comunque stata ininfluente, né errori umani, considerando la preparazione del comandante. Un portellone difettoso? «Lo sento nominare adesso per la prima volta». Il pilota automatico utilizzato all’imbocco del porto? Illogico. Torna a parlare di Moby Prince l’armatore Vincenzo Onorato, che all’epoca della tragedia era presidente di Moby Lines e amministratore delegato di Nav.Ar.Ma, società proprietaria del traghetto. Lo ha fatto ieri mattina durante un’audizione di fronte alla commissione parlamentare di inchiesta. «Questa storia è una ferita aperta che non si rimarginerà più», ha detto Onorato al termine di un incontro durante cui gli è stato chiesto di dar conto anche di risarcimenti, premi assicurativi e indagini. «All’equipaggio dell’Agip Abruzzo – è il pensiero dell’armatore – è stata garantita una stanza per due giorni e la possibilità di incontrare avvocati e periti prima degli interrogatori. Il risultato è che i membri dell’equipaggio hanno fatto dichiarazioni speculari, carte veline». Il che, secondo l’armatore, è quanto meno sospetto. Ma andiamo con ordine.

La causa dell’impatto

Di fronte ai parlamentari della commissione, riuniti nell’aula romana di Palazzo San Macuto, Onorato ha ribadito quanto già da lui espresso in passato. «Alla base dell’impatto deve esserci stata una causa esterna», ha detto. Intanto perché «non ho mai trovato una persona come Ugo Chessa, che era una rigidità del comando assoluta» dunque «il fatto che la nave andasse a collidere con un’altra nave a sole 2,7 miglia dal porto di Livorno era tecnicamente impossibile». In tutto questo «che ci fosse o meno nebbia è un dettaglio ininfluente per un uomo delle capacità di Chessa». Onorato ha poi fatto riferimento all’ipotesi della bettolina.

La bettolina

«Il comandante di Agip Abruzzo ha parlato di una bettolina. Come fa un comandante così di lungo corso a scambiare un traghetto con una bettolina?». L’armatore sostiene di parlare da uomo esperto di mare nell’affermare che le dimensioni delle due imbarcazioni sono differenti. Per questo sarebbe impossibile vedere una petroliera e sostenere di aver visto una bettolina. «Poi non so che cosa ci facesse una bettolina là, ma facciamo l’ipotesi che la bettolina fosse stata sotto bordo all’Agip senza luci. Chessa rileva sul radar solo l’Agip in uscita. Poi improvvisamente, ma è un’ipotesi, poniamo che la bettolina si stacchi dall’Agip Abruzzo perché ha finito di fare ciò che stava facendo. E a quel punto se ne va a luci spente. Allora sul ponte di comando appare il bersaglio nuovo. Non si vede, ma il radar segna due cose (l’Agip e la bettolina, ndr) e la prospettiva del comandante cambia».

Le altre ipotesi

Oltre alla nebbia, Onorato ritiene che siano da escludere anche le possibilità che alla base della collisione ci sia stato un errore umano o un guasto. «A distanza di un paio d’anni, con la nave bruciata, fu chiesta una perizia per vedere se il timone funzionava. Fu creato un ponte elettrico e incredibilmente il timone funzionò. Quindi non era un problema del timone». E il riferimento a un presunto malfunzionamento del portellone di poppa «è ridicolo perché avrebbe impedito l’imbarco dei veicoli». Più convincente, invece, appare secondo Onorato l’opzione bomba: «Quando lessi della perizia Massari sulla presenza di esplosivo sulla nave – ha detto l’armatore – pensai che quella era la spiegazione».

Il risarcimento

Per quanto riguarda invece i risarcimenti, erogati a seguito di un accordo stipulato tra le assicurazioni collegate all’armatore e a Eni, che sottoscrisse il patto prima della conclusione dell’iter giudiziario, «l’indomani dell’incidente mio padre aveva come preoccupazione le famiglie dei marittimi e diede ordine all’ufficio legale di pensare ai risarcimenti perché la gente non sapeva di che vivere. Abbiamo rinunciato al limite armatoriale perché la preoccupazione di papà era risarcire le famiglie. Perché non abbiamo accusato gli altri? – ha proseguito Onorato –. Noi eravamo sul banco degli imputati, qualsiasi cosa avessimo detto sarebbe stato ritenuto finalizzato a distogliere l’attenzione da nostre presunte colpe. Era una mission impossible». Onorato ha aggiunto che «Il costo per Nav.Ar.Ma fu un incremento stratosferico delle polizze assicurative, i cui effetti durano anche adesso. E comunque, malgrado il rimborso, abbiamo venduto tre navi e ridimensionato l’operatività della flotta. Alcuni ci consigliarono di cambiare nome alla Compagnia perché nessuno voleva più viaggiare con noi. Io dissi va bene, chiamiamola Moby, perché non abbiamo niente a che vedere con questa tragedia. È rimasta Moby».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Attenzione

Richiamo urgente di latte fresco e caffè per moka: tutti i prodotti coinvolti

di Redazione web