"Kevin ir nero" parla dopo l'arresto a Livorno: «Non sono un maranza, li detesto»
Il trentatreenne, dopo l'obbligo di firma per la rapina in piazza Micheli, non nega le sue responsabilità: «Ho sbagliato, ma per una felpa sui social sono stato messo alla gogna». «Mi dicono di tornare in Africa per il colore della pelle, ma sono nato e cresciuto qui. A Calafuria presenterò il primo album, racconta la mia vita fin da piccolo, i dolori e le felicità. Chiedo di supportare il rap labronico»
LIVORNO. «Ho sbagliato e al giudice mi sono dichiarato colpevole. Sui social sono stato messo alla gogna e per una felpa non lo trovo giusto. Non ho fatto male a nessuno. Mi hanno dato del “maranza”, ma non sanno che io i “maranza” li odio e non voglio essere accomunato a loro. Scrivo testi musicali da tanti anni, ma dal vivo canto da un anno e mezzo, massimo due. Mi piace raccontare la mia vita, il mio vissuto fin da quando ero piccolo, i dolori e la felicità. Su quanto successo in piazza Micheli, invece, lo ripeto: ho sbagliato. Non l’ho mai messo in dubbio e in tribunale mi sono assunto le mie responsabilità come era giusto fare».
Il rapper livornese “Kevin ir nero” – al secolo Kevin Abdi Hussein, 33 anni – racconta per la prima volta quello che è accaduto esattamente una settimana fa davanti alla paninoteca “Skip”, in fondo a via Grande, quando ha litigato con dei ragazzini ed è stato poi arrestato dalla polizia in piazza Cavour per rapina, tentata estorsione e resistenza a pubblico ufficiale. Il cantante, secondo l’accusa, avrebbe privato un giovane della sua felpa arancione, sotto la minaccia di un pugno premuto sul volto, tentato di farsi offrire da mangiare nello stesso locale (non ci sarebbe riuscito perché il ragazzino in questione non aveva soldi ndr) e poi reagito agli agenti mentre lo bloccavano, cercando di divincolarsi. Il tutto, sempre secondo la procura, indossando un anello “tirapugni”. Lui, però, quell’anello non lo voleva (e non lo ha comunque fatto ndr) utilizzare per fare del male a qualcuno. Al termine dell’udienza di convalida dell’arresto, poi confermato dal giudice per le indagini preliminari, come già riportato dal Tirreno è stato rimesso in libertà (era ai domiciliari) e per lui è stato disposta la misura cautelare dell’obbligo di firma in questura.
Kevin, ci racconti meglio ciò che è successo la scorsa settimana in piazza Micheli.
«Non vorrei parlare molto altro su quanto accaduto, visto che ho già ammesso le mie responsabilità. Sull’anello che indossavo, in realtà, vorrei ribadire che è di mia madre e non l’ho certo utilizzato per ferire le persone. Anzi: io non ho toccato proprio nessuno».
Sui social in molti l’hanno attaccata per quello che ha fatto quella notte.
«La verità è che sono stato messo alla gogna per una felpa. In ogni caso non ho mai negato le mie responsabilità. Anzi, come ho ripetuto, ho ammesso subito tutto».
Sono fioccati anche diversi commenti razzisti, del tipo: “Speriamo che torni a casa sua”, alludendo al continente africano per il colore della sua pelle. Fra l’altro lei è nato e cresciuto a Livorno. Casa sua, insomma, è Livorno e solamente Livorno.
«Sono commenti astiosi che mi hanno dato veramente noia. Ci sono comunque abituato, ma negli anni la situazione da questo punto di vista è peggiorata tantissimo e ovunque. È cambiato tutto: leggo molte cattiverie gratuite. Io ho sbagliato e l’ho ammesso. Ma sul web le persone esagerano. Sono davvero cattive».
Ora lei ha l’obbligo di firma.
«Proprio adesso (nel pomeriggio di giovedì 27 agosto ndr) sto andando in questura per firmare».
Su Facebook l’hanno anche accomunata a un “maranza” (termine che contraddistingue un giovane che fa parte di gruppi di strada, spavaldo, con linguaggio volgare e abbigliamento vistoso come tute e borselli firmati ndr)
«Odio i “maranza”. Mi stanno sulle p... e io non sono certo il tipo che va in giro in bella mostra con le pistole».
Nel pomeriggio di domenica 30 agosto presenterà, fra l’altro, il suo primo album.
«Sì, si intitola “Buffalo K”. L’appuntamento è a partire dalle 17 a Calafuria: domenica, con me, ci saranno altri tre-quattro ragazzi. Si autoproducono come me, sono fortissimi. È un mondo non semplice, dove si spendono tanti soldi anche solo per l’autoproduzione. Tutti sono bravi a pagare tanti soldi per andare a registrare a Milano, noi invece continuiamo così con i nostri mezzi. Porteremo la cassa e ci metteremo a cantare. Ho deciso di presentarlo a Calafuria, sotto al ponte, perché è uno dei miei posti del cuore, quello dove insieme ai miei amici sono cresciuto. Spero che tanta gente ci possa ammirare e che qualcuno possa scoprirci. Per me la musica è una grande passione, uno sfogo. Mi piace tantissimo. E spero anche che le persone capiscano il significato vero dei miei testi, in cui racconto la mia vita, la mia felicità e i miei dolori. Ai livornesi chiedo di supportare il nostro rap».
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