Livorno: addio a Guido Cappellini, genio della vita che amava lo sport e regalava sorrisi
Aveva 63 anni. Il ricordo dell’amico fraterno Giorgio Billeri: «Le serate in Baracchina Rossa, i viaggi e l’amore per i figli»
LIVORNO. Guido Cappellini è morto la notte scorsa nel reparto delle cure palliative dell’Ospedale. Aveva compiuto 63 anni da tre giorni e una malattia implacabile l’ha portato via in pochi mesi. Sposato con Cristina Ceccarini, padre di Leonardo e Tommaso, nonno di Mattia, lascia anche la sorella Raffaella. Da ieri il corpo è alla camera mortuaria dell’Ospedale. I funerali si sono svolti ieri pomeriggio, seguiti dalla cremazione. L’amico di sempre, Giorgio Billeri, lo ricorda così.
Se ne va Guido Cappellini, un genio della vita. Il genio non è soltanto quello che dipinge, scolpisce, scrive, firma capolavori. Il genio è anche colui che fa della vita un caleidoscopio di emozioni, di buonumore, di intuizioni linguistiche, di empatia, di rapporti, di affetti, di amicizie, e con il suo genio migliora la vita di chi incrocia nella sua traiettoria. Questo è stato, e per me per sempre sarà, Guido Cappellini.
Un uomo che tutti, proprio tutti, conoscevano e facevano proprio. Una persona che non potevi ignorare, perché lui ti conquistava in pochi minuti, con inevitabile naturalezza.
Un’intelligenza fulminante, irrituale, scanzonata, mai banale, mai dozzinale, mille e mille invenzioni lessicali, le immagini che tratteggiava dal nulla, la cultura non scolastica ma forgiata da anni di letture, di visioni, di parole, la risata annunciata da quegli occhi che diventavano all’improvviso piccoli come due fessure, le interminabili telefonate che ti rimettevano in linea con l’allegria.
Guido era l’ottimismo: ha insegnato a me, e a molti altri, a vedere il mondo sotto una lente positiva, non rosa a tutti i costi ma che cavalcava l’onda dell’ottimismo anche nei momenti difficili. Sdrammatizzare, smussare, levigare, con intelligente soavità. Questo era Guido, che adesso se n’è andato in punta di piedi, sconfitto da qualcosa di troppo crudele, in poche settimane. Mi piace pensare che si sia soltanto spostato altrove, aspettandoci. Illusione, certo, lenimento contro questo sordo dolore.
Guido Cappellini è stato qualcosa, è stato qualcuno nella sua comunità, in questa sua Livorno di cui amava l’essenza e ironicamente sottolineava gli eccessi. Ha brillato nel suo decennale lavoro di rappresentante, macinando milioni di chilometri per tutta la Toscana, ma non poteva bastare quel lavoro per contenerne la debordante umanità, la fantasia, la creatività ammaliante. Guido ha trovato nello sport la sua grande passione e, in qualche modo, ha incrociato gli affetti più cari proprio con lo sport. La moglie Cristina Ceccarini, donna di enorme forza e dolcezza, è stata giocatrice di basket negli anni Ottanta e il cognato, Gianluca Ceccarini, ha brillato fino alla serie A tra Libertas e Sassari, trasferendo poi il dna della palla a spicchi alla figlia Sara.
I figli, Leonardo e Tommaso, erano il suo grande orgoglio, seppure mitigato a parole da quella schiva modestia che è stata la cifra della sua troppo breve esistenza. Ragazzi sani, cresciuti con i giusti valori, entrambi portieri, il ruolo più solitario eppure più glorioso del calcio: Leonardo cresciuto nell’Empoli e poi tra i pali di Ponsacco, Cecina e tante altre squadre, Tommaso nel Piombino. E lui, Guido, sempre con quel distacco che nascondeva il fuoco dell’amore, a seguirli in ogni tribuna, sole o pioggia, insieme a Cristina. E Leonardo che un anno fa gli ha regalato Mattia, il primo e amatissimo nipotino, del quale mi annunciò la nascita con la sua ironia che difendeva la commozione, come una palizzata. Siamo vecchi, disse. Già.
Ma Guido Cappellini è stato tanto altro. Negli anni Ottanta collaborò a lungo alo sport del Tirreno, sotto l’egida di Vinicio Saltini, perché aveva anche una penna ispirata. E poi la sua passione per il Livorno calcio, quella per la Pielle, negli anni Ottanta dei Guelfi contro Ghibellini dove entravamo al palasport ore prima del derby, stretti come sardine e lanciavamo terribili strali a quelli della sponda opposta per poi, alla sera, ritrovarci tutti insieme in tavole felici di brachetti e focaccine.
Le serate in Baracchina Rossa a parlare dello sport degli anni passati, quello in bianco e nero, di cui Guido era il massimo esperto: date, nomi, episodi. Sapeva tutto, perché la sua era una cultura non scolastica, ma maturata attraverso tante letture. I viaggi pieni di stupidaggini, le trasferte al seguito del Livorno che perdeva sempre ai playoff, e lui ci restava male, salvo poi farci ridere come matti nel viaggio di ritorno. Decine di amici, migliaia di conoscenti oggi lo piangono, perché con lui se ne va un mattone delle nostre vite, e non basterà tutta la calcina del mondo per rimediare.
Questo è stato, anzi è, Guido Cappellini. Uno che, anche nella morte, va coniugato al presente. Perché resta, dentro chiunque ne abbia incrociato la traiettoria terrena.
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