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Morto Edgar Morin: addio all’umanista gigante del “pensiero complesso” – La famiglia era originaria di Livorno

di Redazione web

	Edgar Morin
Edgar Morin

Il sociologo, antropologo e filosofo francese aveva 104 anni. Era nato a Parigi l'8 giugno 1921 in una famiglia ebrea sefardita, originaria di Livorno

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Ha dedicato tutta la sua lunghissima vita allo studio di un metodo di conoscenza in grado di tradurre la complessità del reale e avvicinare l'uomo al mistero delle cose, sempre schierato a sinistra. Sociologo, antropologo, filosofo o semplicemente intellettuale impegnato del "vasto mondo": di Edgar Morin, morto a Parigi all'età di 104 anni, a pochi giorni dal compimento del suo 105esimo compleanno, si può dire che sia stato tutto questo, senza però lasciarsi ridurre a nessuna di queste identità.

La teoria del “pensiero complesso”

Autore di oltre un centinaio di libri, tradotti in una trentina di lingue e appartenenti tanto alle scienze umane quanto alle scienze esatte, oltre che all'attualità più immediata, Edgar Morin può essere considerato, per il suo rifiuto di compartimentare i saperi e per la sua diffidenza verso ogni approccio dogmatico, un erede dell'enciclopedismo dell'Illuminismo. Iniziatore della teoria del "pensiero complesso", lo studioso francese era famoso per l'approccio transdisciplinare con il quale ha trattato un'ampia gamma di argomenti, tra cui l'epistemologia, ispirandosi alle tesi di Hegel, Marx, Freud. A livello internazionale, Morin è riconosciuto per aver creato le grandi linee di una sociologia del presente, basandosi soprattutto sul concetto di complessità. È stato presidente dell'Associazione per il Pensiero Complesso, con sede a Parigi, e presidente dell'Agenzia europea per la Cultura. Professore onorario dell'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dove dal 1977 era stato direttore di studi, Morin aveva iniziato la carriera accademica come direttore del Centre de communication de masse del Centre national de la recherche scientifique (1950-89).

La famiglia originaria di Livorno

Nato a Parigi l'8 giugno 1921 in una famiglia ebrea sefardita, originaria di Livorno, come Edgar Nahoum, Edgard Morin ha partecipato dal 1941 da partigiano alla Resistenza antinazista assumendo il cognome della sua futura moglie: Morin. Aderente al Partito comunista francese, venne espulso nel 1951 dopo quasi dieci anni di militanza, in seguito alla pubblicazione di un articolo sui processi stalinisti. Morin ha raccontato la vicenda nel libro "Autocritica. Una domanda sul comunismo" (Il Mulino, 1962). Da ex comunista, che aveva rinnegato "il Vangelo secondo san Marx", Morin si dichiarava ''vaccinato'' contro le ideologie e i semplicismi. E da questa ribellione contro il pensiero riduttivo ha fatto presto l'opera della sua vita, cercando di comprendere come le discipline scientifiche avanzano mettendo in discussione le evidenze e si sviluppano confutandosi, come ha mostrato l'epistemologo Karl Popper.

Una vita dedicata allo studio

Laureato in lettere e diritto all'università di Tolosa, nel 1945 Morin divenne capo dell'ufficio della propaganda presso il governo militare francese in Germania. Tornato a Parigi nel 1947, fu redattore capo di un quotidiano locale e nel 1950 entrò al Cnrs di Parigi (Centre national de la recherche scientifique), dove ha condotto e diretto per oltre trent'anni studi e ricerche sul cinema, il divismo, i giovani e la cultura di massa. Da questo viaggio nelle scienze del suo tempo, Edgar Morin ha elaborato un'imponente ''metodologia'', attraverso la quale si impegna a insegnare la ''complessità'' di ogni fenomeno, sia fisico che psichico, politico o umano. Qui ''complesso'' non va inteso nel senso comune di ''complicato''. Per Morin, pensare la complessità significa sapere che il processo stesso di conoscenza e di riflessione ''costruisce'' l'oggetto di cui parla, in un certo senso lo produce e lo interpreta attraverso i suoi strumenti teorici. "Il nemico della complessità non è la semplicità, è la mutilazione", scrive Edgar Morin. "La mutilazione può assumere la forma di concezioni unidimensionali o di concezioni riduttive. La mutilazione nasce quando si nega ogni realtà e ogni senso a ciò che è stato eliminato".

L’opera monumentale

Così Morin ha teorizzato con la monumentale opera in sei volumi "Il metodo" (Feltrinelli, 1983; 6 volumi, Raffaello Cortina, 2001- 2008) - pietra miliare della teoria della complessità - la necessità di una nuova conoscenza interdisciplinare che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di educare ad un pensiero della complessità. Protagonista di dibattiti che hanno spaziato dalla filosofia alla politologia, dalla sociologia del cinema all'epistemologia delle scienze umane, le ricerche di Morin hanno toccato problemi di pertinenza del mondo dei media, della biologia e delle scienze naturali, della società e della vita politica del Novecento. E' stato fondatore nel 1956 della rivista "Arguments", che ha diretto fino al 1962; nel 1967, con Roland Barthes e Georges Friedmann, ha dato vita alla rinomata rivista di cultura "Communications", che ha diretto dal 1972. Nel 1998 venne nominato presidente del comitato scientifico per la riforma dei saperi nelle scuole secondarie superiori dal ministro dell'Istruzione francese. E' autore di studi pionieristici in campo etnologico ("Indagine sulla metamorfosi di Plodémet", Il Saggiatore, 1969), di popolari interventi sul Sessantotto parigino e sulle rivolte studentesche ("La rivoluzione senza volto", "La Comune di Parigi del maggio '68", Il Saggiatore, 1968), di saggi sul totalitarismo sovietico ("La natura dell'Urss. Il complesso totalitario dell'ultimo impero", Armando, 1989) e sulle sfide più pressanti per la civiltà europea nell'era della globalizzazione ("La nostra Europa", Raffaello Cortina, 2013). Morin è stato insignito dei massimi riconoscimenti internazionali nel campo della saggistica, tra cui il Premio europeo Charles Veillon (1987).

Premi e lauree honoris causa

Era Cavaliere della Legion d'onore, Grand'Ufficiale dell'Ordine Nazionale al Merito (Francia), Commendatore dell'Ordre des Arts et des Lettres (Francia), Gran Groce dell'Ordine di San Giacomo della Spada (Portogallo), Commendatore dell'Ordine dell'efficienza intellettuale (Marocco), Croce di ufficiale dell'Ordine al merito civile (Spagna). Ha ricevuto 21 lauree honoris causa da altrettanti atenei nel mondo (tra cui in Italia dalle università di Messina, Milano, Bergamo, Perugia, Palermo, Napoli, Macerata, Iulm). In Italia gli sono stati consegnati il Premio internazionale Viareggio-Versilia (1989), il Premio Nonino "Un Maestro del nostro tempo" (2004), il Premio Scanno per la sociologia (2012).

Dal 2005 era membro della giuria internazionale del Premio Nonino. Morin ha delineato, in una produzione eterogenea e vasta, una "sociologia della cultura" orientata, in una prima fase, nella direzione della cultura di massa e, a partire dagli anni Settanta, nella direzione di problematiche metodologiche ed epistemologiche. L'"umanità dell'uomo", secondo Morin, è caratterizzata, oltre che dalla complessità biologica, dalla complessità della "situazione umana", perennemente oscillante tra ordine e disordine. Da questo dualismo consegue, a parere di Morin, l'obbligo fondamentale di non interrompere la riorganizzazione (''quasi cartesiana'') dell'esperienza e delle conoscenze umane. L'antropologia sociale contemporanea è il punto di raccordo dei molteplici interessi di Morin sia quando sviluppa una sociologia delle comunicazioni di massa ("Il cinema o dell'immaginario", Silva, 1962; "I divi", Mondadori, 1963; "L'industria culturale. Saggio sulla cultura di massa", Il Mulino, 1963), sia quando ispeziona i fondamenti del sapere ("Il metodo - Ordine, disordine, organizzazione", Feltrinelli, 1983; "La vita della vita", Feltrinelli, 1987; "La conoscenza della conoscenza", Feltrinelli, 1989).


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