Morte Denny Magina, mamma Erika: «Sono a pezzi, ma vado avanti per mio figlio» – Gli interrogativi dopo la sentenza
Nella sentenza di primo grado, i due imputati Hamed Hamza e Amine Ben Nossra sono stati assolti perchè «il fatto non sussiste»
LIVORNO. È stremata, Erika Terreni. La notte dopo l’assoluzione dei due imputati per l’omicidio di suo figlio non ha chiuso occhio. E adesso, guardando al ricorso in Appello, sta cercando la forza per continuare a lottare perché «quella sentenza per noi è stata una doccia gelata. Non ce l’aspettavamo così». E chiarisce: «Non in mio nome». Un mantra, questo, che sta facendo il giro dei social e che è finito pure su alcuni degli striscioni apparsi in città. Il riferimento è alla formula "in nome del popolo italiano" posta in testa a ogni sentenza del tribunale. «Non questa - dice Erika - questa non è in mio nome».
Intanto in città ci si stringe attorno alla famiglia Magina tornando a chiedere «verità per Denny». Quella processuale è stata definita dalla Corte d’Assise: Denny non è stato ucciso. Ma allora - ci si chiede - com’è morto? Cos’è successo quella notte? Come sono andati i fatti? Ma andiamo con ordine.
La sentenza
Giovedì il presidente del tribunale Luciano Costantini ha letto la sentenza che chiude il processo di primo grado per l’omicidio preterintenzionale di Denny Magina. Come sappiamo sia Hamed Hamza che Amine Ben Nossra sono stati assolti perché il fatto non sussiste. Ciò significa che, secondo la Corte, non solo non c’è stato dolo - come già aveva ritenuto la procura - non c’è stato neanche l’omicidio.
La ricerca della verità
Ma quindi, se Denny non è stato colpito con un pugno che gli ha fatto perdere l’equilibrio - come aveva sostenuto la procura - cosa è successo esattamente in quell’appartamento? Come ha fatto il 29enne a volare giù dal quarto piano? È caduto? Si è buttato? «Non l’avrebbe mai fatto», ha sempre detto Erika Terreni. Sia Hamed Hamza che Niko Casoli, da parte loro, durante il processo hanno dichiarato che non si trovavano nella stanza con Magina quando è precipitato, ma che sono accorsi quando hanno sentito il tonfo. «Dove sta la verità?», si chiedono in tanti.
Striscioni e appelli
Quella processuale, l’abbiamo detto, sta nella non sussistenza dell’omicidio. «Il fatto non sussiste. La giustizia non c’è». È la scritta dello striscione che campeggia da ieri mattina sul ponte di Coteto. C’è chi a Livorno fa quadrato intorno ai familiari di Denny Magina. Proprio come successe dopo la morte di Denny, nell’agosto del 2022. Ora come allora si chiede verità per la morte di un ragazzo che è diventato, suo malgrado, simbolo di una parte di città che chiede di cambiare. «Perché non si può morire così a 29 anni. Cadendo dalla finestra di un appartamento popolare occupato diventato mercato per lo spaccio di droga». E ora come allora si chiama alla partecipazione perché, dice Sky Magina, «non può e non deve finire così. Tutta la città deve rispondere "presente" per Denny». Per ricordare chi fosse e per non far dimenticare ciò che gli è successo. Per cercare la verità.
Il ricorso
La famiglia, d’altra parte, va avanti guardando al ricorso e all’impugnazione, già annunciata dalla procura, della sentenza di assoluzione pronunciata giovedì di cui sono attese le motivazioni nel giro di sessanta giorni. «Non ce l’aspettavamo - dice Erika Terreni -. Non c’è stato omicidio e alla fine nemmeno l’omissione di soccorso, nonostante l’abbiano lasciato lì a terra agonizzante». Erika ha sempre detto di voler essere la voce di suo figlio, di voler lottare per lui per arrivare alla verità su ciò che è successo quella notte. L’ha fatto tutti i giorni, da quel 22 agosto di tre anni e nove mesi fa. E ha intenzione di farlo ancora. «Spero di riuscire a trovare la forza per continuare come ho fatto fino a ora - dice la mamma di Denny -. Adesso sono a pezzi».
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