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Polizia di Livorno, allarme del sindacato Siulp: «Viaggi estenuanti per i rimpatri»

di Stefano Taglione
Una volante della polizia di Stato (foto d'archivio)
Una volante della polizia di Stato (foto d'archivio)

Agenti costretti a fare 1.500 chilometri in un giorno per le espulsioni dei cittadini stranieri da accompagnare nei centri

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LIVORNO. Percorrere fino a 1.500 chilometri in un solo giorno per accompagnare i cittadini stranieri nei centri per il rimpatrio, accumulare tra i 130 e i 150 giorni di ferie mai godute, lavorare senza adeguati tempi di recupero: è da qui che bisogna partire per comprendere la reale condizione dei poliziotti livornesi, secondo quanto spiegato dal sindacato provinciale Siulp. Una quotidianità fatta di sacrifici silenziosi, lontani dai riflettori delle celebrazioni ufficiali, ma che incide profondamente sulla qualità del servizio e sulla vita personale degli operatori.

È questa la fotografia tracciata da Angela Bona, segretaria generale della sigla che rappresenta i lavoratori labronici. «Oltre ai disagi lavorativi in senso stretto, si avverte il peso sempre più gravoso di disutilità economiche. Il mancato pagamento delle ore di straordinario – spiegano dal sindacato – che i poliziotti attendono con sempre meno pazienza da oltre due anni, rappresenta una criticità che incide sulla dignità e sulla motivazione del personale. Lo stesso a dirsi per il pagamento delle previste indennità di specialità, che restano sospese in un limbo altrettanto risalente. Quindi viva la polizia, viva il 174° anniversario, ma adesso è il momento di agire concretamente e risolvere i problemi. Ecco, a noi piacerebbe, e purtroppo temiamo resti un mero desiderio che non sarà mai esaudito, vi fosse un minimo di sensibilità istituzionale per quelle poliziotte e quei poliziotti che, lontano dai riflettori, quelli che non possono permettersi di essere leggeri o superficiali con le carte, e che dovrebbero essere pienamente coinvolti quando si parla di sicurezza, venissero quantomeno menzionati nei discorsi solenni e sovente troppo sbilanciati in una prospettiva auto celebrativa».

«Il controllo del territorio – prosegue Bona – è sicuramente un asset fondamentale del sistema sicurezza. Ma non potrebbe mai funzionare se non ci fosse l’impegno e la dedizione di chi si occupa delle altrettanto irrinunciabili attività di alimentazione dei sistemi informatici, delle notifiche, delle istruttorie per l’emanazione degli avvisi orali e del rilascio di porto d’armi, dei passaporti e delle pratiche amministrative in generale e, ultimi in elenco ma non certo per l’importanza, delle decine di migliaia di permessi di soggiorno lavorati ogni anno che consentono alla parte più virtuosa degli stranieri di potersi inserire dignitosamente nel nostro tessuto sociale. Anche questa è sicurezza, ma siccome è la componente non visibile della filiera produttiva, viene sistematicamente ignorata. Insomma, l’evento Festa della polizia in sé è un rituale importante per il riconoscimento e la visibilità del lavoro delle donne e degli uomini della polizia di Stato. Ma non può essere una cornice che esclude la riconoscenza verso quei poliziotti che ogni giorno danno il massimo per l’amministrazione, perché i riconoscimenti non possono e non devono limitarsi ad una dimensione esclusivamente formale e celebrativa». Servono interventi concreti – conclude la sindacalista – investimenti e scelte che migliorino le condizioni di lavoro e l’efficacia del servizio della polizia di Stato. Quindi concludiamo dicendo che celebrare è giusto. Ma ascoltare, intervenire e migliorare è indispensabile».

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