Il conflitto
Livorno, il medico che sfida l’inferno: Soriani, una vita di missioni per dare speranza alle vittime di guerra – «I miei giorni tra bombe e fame»
Tra i villaggi devastati del Darfur e gli ospedali improvvisati sotto le tende, il chirurgo livornese ha affrontato fame, ferite impossibili e bambini-soldato, portando cure dove mancano luce, strumenti e perfino la speranza
LIVORNO. Terra che vai, guerra che trovi. Cambiano i motivi, le armi e gli interpreti, ma l’orrore è sempre lo stesso. La distruzione, le atrocità e il dolore vanno a braccetto nel filo rosso che unisce popoli lontani. Da Haiti alla Libia, dalla Siria a Gaza, dall’Iraq al Congo. Ma dove c’è l’inferno, sopravvive la speranza. E a portarcela ci pensano i “soldati buoni” che hanno il bisturi al posto del fucile, le medicine come munizioni e un’umanità sconosciuta per chi è abituato a parlare con fucili, coltelli, bombe e missili. Nell’esercito degli angeli, Giuseppe Soriani è un alto graduato, con decine di missioni in tutto il mondo, capaci di lasciare un segno che va bel al di là del freddo curriculum. Esperienze incise nella mente: sguardi indelebili di dolore, gesti di riconoscenza; sorrisi restituiti sui volti dei bambini, lacrime di mamme disperate. Sempre in contesti di povertà estrema, dove rispetto ai tradizionali colori del triage che conosciamo tutti, esiste anche il nero, assegnato a chi è spacciato, perché provare a salvarlo sarebbe troppo complicato e dispendioso in termini di tempo (da togliere alle cure di altri) e materiali. Il medico livornese ha 61 anni. E dal 1999 si mette costantemente dalla parte delle vittime delle guerre in tutto il mondo, cercando di salvare vite, in condizioni estreme, dove quando si parla di ospedali le tende sostituiscono il cemento, i macchinari per la diagnostica non esistono, spostarsi è impossibile. E si lavora praticamente “H24”. Per anni l’ha fatto “sfruttando” le ferie per andare in missione con le organizzazioni umanitarie. Poi, nel 2016, dopo aver lavorato negli ospedali di Piombino, Livorno e Cecina, ha deciso di lasciare l’Asl per diventare chirurgo di guerra con Medici senza Frontiere. E proprio con l’organizzazione umanitaria non governativa con sede a Parigi, ha affrontato per 6 settimane la sua trentottesima esperienza umanitaria all’estero, la 24ª come chirurgo di guerra.
Dottor Soriani, dov’era esattamente?
«In Sudan. Ero a Tawila, nel Darfur, a 60 chilometri da El Fasher, nell’epicentro di una terribile crisi umanitaria. Dove arrivano decine di migliaia di sfollati, in fuga dalla guerra tra due gruppi militari. Una città che aveva 25mila abitanti, ora ne conta addirittura 125mila. È servita una settimana di viaggio, attraverso il Ciad. Da N’Djamena con un volo interno ho raggiunto una zona di confine. Poi in jeep fino a Tawila».
Che situazione ha trovato?
«Terribile. Una povertà infinita. E un enorme campo profughi con 100mila persone che non hanno più niente, scampate a uccisioni di massa, torture, rapimenti».
Quali problematiche ha trattato?
«Infettive, soprattutto. E ferite da arma da fuoco. C’è chi arrivava in ospedale anche dopo due settimane, perché costretto a nascondersi. E questo genere di ferite sono ancora più difficili da curare, per il rischio infezioni. In molti casi c’è bisogno di più interventi chirurgici. Si parte con la rimozione del tessuto morto e poi si procede con gli altri. A meno che non si tratti di dover ricostruire l’arteria: hai 4 ore di tempo dal momento del ferimento per evitare l’amputazione. E poi c’è da fare i conti con la medicina tradizionale…».
In che senso?
«Lì c’ero soltanto io, è come se ci fosse un solo chirurgo per tutta la Toscana. La popolazione si affida molto ai “medici” del posto, che non hanno la minima idea di cosa sia una sepsi e “curano” i pazienti con rimedi naturali – anche attraverso rituali – che possono causare ulteriori danni. Mi è capitato di trovare all’interno di ferite, foglie, radici in polvere, perfino feci di animali».
Com’è scandita la giornata?
«Si lavora praticamente di continuo. Avevamo una media di 150 accessi al giorno al pronto soccorso. Non ci si possono permettere pause, spesso tornavo anche la sera nelle tende, per controllare i pazienti. Non stacchi mai: mi ero portato un paio di libri e qualche film, ma non ho avuto il tempo per rilassarmi. Lì c’è bisogno di tutto, continuamente. La chirurgia di guerra è un mondo a parte: devi essere in grado di fare qualsiasi cosa. Mi è capitato di fare anche dei cesarei, per esempio».
Il livello di stress è molto elevato…
«Decisamente. Ed è proprio per questo che le missioni hanno una durata relativamente breve: non è possibile sopportare a lungo un ritmo del genere in certe condizioni. Infatti è previsto anche un supporto per noi operatori: a Gaza, per esempio, era obbligatorio il controllo psicologico».
Cosa l’ha colpita di questa missione?
«La malnutrizione dei bambini. In pediatria ce n’erano veramente tantissimi per questo motivo, molti dei quali con il tubicino per nutrirli perché non hanno neanche la forza di mangiare autonomamente».
Tra le tante difficoltà ci sono anche quelle legate alla comunicazione…
«Parlo inglese, francese e spagnolo, ma non l’arabo. Ho imparato alcune frasi utili per avere un minimo di informazioni dal paziente. Ma tutto è difficile in un contesto del genere. Spesso, per esempio, eravamo senza energia elettrica e utilizzavo una pila sulla testa. In sala operatoria c’era un vecchio condizionatore: operavo in condizioni molto complicate, con temperature molto elevate. Dobbiamo fare molta attenzione all’utilizzo degli anestetici. E poi c’è anche un altro aspetto che complica il lavoro nelle zone di guerra».
Prego. ..
«La maggior parte dei soldati, in tutto il mondo, è sotto effetto di sostanze stupefacenti. Vengono drogati, anche con mix di cocaina, eroina e anfetamine, per eliminare la paura ed evitare che fuggano: restano perché hanno bisogno della droga. In questi casi il trattamento del paziente diventa chiaramente più difficile. E comunque, chi prova a fuggire, se scoperto, viene ucciso di fronte agli altri soldati, che così imparano la “lezione”. Spesso si tratta di bambini di 12-14 anni, presi e arruolati durante gli assalti ai villaggi, dove di solito gli uomini vengono uccisi e le donne violentate».
A livello diagnostico quali strumenti aveva?
«Nessuno. Possiamo fare soltanto l’esame dell’emoglobina. Niente ecografie o radiografie. Tanto per fare un esempio, mi è capitato di sterilizzare i ferri in una pentola sul carbone».
C’è un’immagine che le è rimasta particolarmente impressa?
«Un giorno mi arriva al pronto soccorso un ragazzone di 2 metri, sulle proprie gambe. Era stato accoltellato e la lama gli aveva sfiorato il cuore. Lo visito e sento che il polmone sinistro non funziona: aveva una lacerazione di dieci centimetri. Hanno una resistenza incredibile».
Nel suo futuro ci sono nuove missioni?
«Certo, ho un amore senza fine per questa professione. E andrò avanti finché il fisico me lo consentirà. Medici Senza Frontiere mi ha anche proposto di tenere dei corsi ai più giovani. Intanto a fine aprile partirò nuovamente per Gaza, dove sono stato anche 18 mesi fa a lavorare in un ospedale poi bombardato dagli israeliani».
