Il Tirreno

Livorno

Il personaggio

L'addio a Federico Frusciante, il rivoluzionario della critica che sapeva divulgare il cinema: per lui l’omaggio dell’Italia intera

di Claudio Marmugi

	Da sx la vignetta di Tommaso Eppesteingher e Federico Frusciante
Da sx la vignetta di Tommaso Eppesteingher e Federico Frusciante

Potente e originale attraverso Youtube e i social era amato da migliaia di ragazzi a cui trasmetteva cultura

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LIVORNO. Come un film bruttissimo di cui non accetti il finale, la morte improvvisa di Federico Frusciante ha scioccato la città, l’Italia intera e tutto il popolo di internet, il “suo” popolo, di lui che, negli anni, da Livorno, si era inventato un nuovo modo di fare critica cinematografica, potente e originalissimo, portando, attraverso YouTube e i social, la semiotica dell’immagine verso il “pop” e decostruendo la struttura della recensione pomposa e un po’ snob di matrice accademica per (ri)costruirla sui device, regalandola a tutti.

Per chiunque, “Fede” o “il Frusciante”, era il gigante buono della critica, l’amico che tutti vorrebbero avere, che all’uscita del cinema ti distruggeva, tra il serio e il faceto, ogni tuo mito, all’occorrenza con un monologo fiume, dove ti spiegava per filo e per segno perché “stavi sbagliando” a pensare che “quel film” fosse un capolavoro, che quel regista fosse particolarmente dotato, che quel film campione d’incassi fosse bello. Ma anche il contrario. Sapeva intuire il talento in cineasti sconosciuti, che poi dopo qualche anno facevano il botto e venivano venerati da tutti. Perché aveva cuore, testa, cultura, carisma. Si poteva essere d’accordo con lui o in opposizione, ma la sua cultura cinematografica (e non solo – maneggiava con scioltezza musica, letteratura, pittura, fotografia) ti lasciava a bocca aperta; e se per smontare un film qualsiasi ci volevano cinque ore, lui realizzava un video di cinque ore. Questo era un altro dei suoi grandi talenti: non scendere a patti con nulla e nessuno.

Quel video da 18 ore

In un mondo dove i “reel” diventano sempre più brevi per “funzionare” (addirittura non più lunghi di 15 secondi), la sua schiettezza, la sua assoluta onestà intellettuale, l’avevano portato a stabilire record incredibili, come i video più lunghi su Youtube: 6 ore e 25 minuti per “Il meglio e il peggio del 2018” e otto ore e cinquanta minuti per “Il meglio e il peggio del 2019”, fino ad arrivare al kolossal di diciotto ore e mezzo per il “2024” (toccando 21 ore nel ’25). In testa a quest’ultimo video, la sua introduzione snella e velocissima, rivela tutta la sua visione del sul mondo, la cifra stilistica personalissima che lo aveva fatto diventare l’intellettuale alla portata di tutti: “Questa è la classifica dei 50 film più belli e dei 50 più brutti, ci saranno film di cui mi sono scordato, film di cui avevo già parlato l’anno scorso, film di cui parlerò anche il prossimo anno, posizioni con cui tanto non sarete d’accordo, ma tanto le classifiche sono solo un gioco e sono tutte una cazzata”.

I Criticoni

Ascoltare Federico Frusciante parlare di film era come avere davanti il Quentin Tarantino delle “Speculation” o il Kevin Smith di “Clerks” che ti spiegano il cinema (come i due registi, Frusciante aveva gestito, per molti anni, una videoteca, “Videodrome”, dal titolo di uno dei capolavori di Cronenberg). Con altri tre irriducibili della critica social poi, Francesco D’Alò, VictorLaszlo e Mr. Marra, aveva fondato il collettivo “I Criticoni”, una sorta di “Vendicatori” dell’immagine – i loro video e i loro incontri “live” col pubblico sono entrati nell’olimpo degli eventi di culto di migliaia di appassionati. Federico Frusciante sapeva arrivare al cuore del cinefilo, era una sorta di “Enrico Ghezzi” ma comprensibile (non ce ne voglia Ghezzi), che non se la tirava mai e che, grazie alla sua ironia e autoironia, non si prendeva mai sul serio pur facendo estremamente sul serio.

L’horror antiborghese

Aveva realizzato le interviste che chiunque avrebbe voluto realizzare, come quella al padre di tutti gli zombi, George A. Romero, nel 2016, un regista fortemente “politico” con il quale aveva molto in comune (come il suo amato Carpenter), o al maestro Dario Argento, incontrato più volte.

Con i suoi occhi chiari taglienti e il suo sguardo sempre diretto in macchina Federico Frusciante pensava che la cultura underground e il cinema horror “dal basso”, come la sua critica, fossero uno strumento politico per cambiare il mondo, soprattutto contro la piatta società borghese di un cinema accomodato e accomodante, e proprio il cinema italiano “borghese” (con i suoi registi da salotto) era sovente oggetto dei suoi strali, ben poco allineati col mainstream.

Il cinema in lutto

La notizia della morta improvvisa per un malore del critico è deflagrata come una bomba sui social intorno alle 20 di domenica sera. Migliaia i pensieri di cordoglio e di autentico dolore da tutta Italia. Il vignettista Natangelo ha dedicato all’artista (anche musicista e regista) una vignetta tenerissima, così come il disegnatore Tommaso Eppesteingher – entrambe ne catturano lo spirito iconoclasta.

I due editorialisti di “Film Tv” – il più importante settimanale di critica cinematografica italiana – Filippo Mazzarella e Roy Menarini hanno affidato a Facebook due pensieri molto toccanti. Il professor Menarini scrive: “Non conoscevo Federico di persona ma quel che leggo da parte di chi lo ha conosciuto e da parte di chi semplicemente lo seguiva è sufficiente per capire che tipo di passione ha lasciato”. Mazzarella, che conosceva benissimo Frusciante e col quale aveva condiviso tante volte il palco, anche al “Fi-Pi-Li Horror” ha scritto: “La notizia della scomparsa di Fede mi lascia con una sensazione difficile da misurare, perché non riguarda soltanto la perdita di un amico fraterno e un collega, ma quella di una voce, di un’energia, di un modo irripetibile di abitare il cinema (e la musica) e condividerlo. Fede è stato, prima di tutto, un appassionato nel senso più pieno e radicale del termine. Il suo amore per il cinema non era esercizio di stile, professione costruita a tavolino, mediazione intellettuale: era solo una febbre felicemente contagiosa, un’urgenza, una necessità quotidiana. Un dialogo. Fede dialogava (e provocava, e demoliva compromessi, e difendeva l’indifendibile e stroncava l’instroncabile), esponendosi sempre e comunque. In una sola parola: era vero. E quando qualcosa lo colpiva davvero, si accendeva: negli occhi, nella voce, nelle parole. Era contagioso”.

Nella serata di ieri, la Lucky Red, la società di produzione e distribuzione di Andrea Occhipinti, ha pubblicato sulla sua pagina un sentito omaggio a Frusciante corredato da una foto di gruppo a “pugno chiuso” per la proiezione-evento del 25 aprile di “Porco Rosso” il film antifascista di Miyazaki.

Non si contano, poi, i ricordi e le manifestazioni d’affetto dei livornesi, verso la moglie Eleonora, la sorella Fabiana e tutta la sua famiglia. Il bassista dei “Tres” Simone Luti, grande amico di Federico, sottolinea l’immenso contributo che Frusciante ha dato alla cultura in generale, come divulgatore, come uomo che ha stimolato a pensare intere generazioni di ragazzi e ragazze: “Se scorri TikTok stamani ti accorgi di quanti ragazzini amanti di musica, cinema e letteratura puntualizzino quanto per loro sia stato fondamentale guardare quella moltitudine di video di Federico dal piglio punk e diretto, magari incominciando a ascoltarli mentre giocavano ai videogiochi, da bambini e proseguendo poi fino a laurearsi, chi in filosofia, chi in ingegneria, chi in arti dello spettacolo, chi in lettere”.

Da qui in avanti, tutti quelli che lo hanno conosciuto, apprezzato, seguito, ascoltato, studiato, guardando un nuovo film, al cinema o a casa, non potranno mai più fare a meno di pensare “Chissà cosa ne avrebbe detto Federico”.

Il cinema, in questa maledetta domenica di febbraio, ha perso una voce unica, libera, che ti induceva e incoraggiava a riflettere su tutto – in primis, su te stesso e sulle tue certezze. Ora c’è solo un grande freddo intorno, urla il silenzio e il buio s’avvicina.
 

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