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Livorno, truffa dall'home banking: in due chiedono il patteggiamento

Le Poste degli scali Bettarini
Le Poste degli scali Bettarini

Per padre e figlio, livornesi, la richiesta è un anno di reclusione con mille euro di multa. Verso il processo il terzo indagato

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LIVORNO. Due patteggiamenti e una richiesta di rinvio a giudizio dopo l’operazione della Squadra mobile che, poco meno di un anno fa, aveva portato all’arresto di tre persone con l’accusa di concorso in truffa aggravata e autoriciclaggio ai danni di due livornesi. Dei loro complici mai individuati, infatti, si erano spacciati per operatori antifrode della banca, paventando il rischio di operazioni finanziarie non autorizzate, ed erano riusciti a farsi consegnare via telefono le credenziali dell’home banking dei due correntisti, inibendo loro l’accesso informatico e disponendo due bonifici da 14.490,20 e 29.840 euro. Soldi che i due, purtroppo, hanno visto all’improvviso andare in fumo e che, i tre, avrebbero poi fatto in modo di ritirare dalle carte di Poste italiane create appositamente, trattenendone una percentuale, stimata dagli investigatori attorno al 10%, quindi circa 4.500 euro.

La decisione

Due giorni fa Carlo e Luca Tangheroni – padre e figlio, il primo pensionato di 71 anni, vogatore ed ex cantiniere in Venezia, il secondo quarantacinquenne disoccupato – hanno proposta come patteggiamento la pena di un anno di reclusione e mille euro di multa ciascuno. Entrambi, difesi dall’avvocato Luciano Picchi, oltre alla pena concordata con la procura che dovrà essere confermata dal giudice per le indagini preliminari, dovranno svolgere lavori di pubblica utilità secondo le modalità che verranno stabilite. All’epoca, dopo l’arresto in flagranza di reato, furono ristretti ai domiciliari. Diversa la posizione di Giovanni Lana, quarantaseienne di Pollena Trocchia (Napoli) e assistito dal legale Marco Antonio Cioffi. Per lui il patteggiamento non sarà possibile: il suo avvocato aveva già individuato un’associazione disponibile ad accoglierlo per lo svolgimento dei lavori di pubblica utilità, ma l’accordo è saltato poiché l’uomo si trova attualmente in regime di custodia cautelare nel carcere partenopeo di Poggioreale per un altro procedimento penale. Una condizione che ha impedito di definire il rito alternativo: per questo è stato chiesto il rinvio a giudizio e nei prossimi mesi, a maggio, ci sarà l'udienza.

L’inchiesta

L’indagine era scattata dopo la denuncia delle due vittime che, convinte di parlare al telefono con gli operatori della propria banca – il numero visualizzato sul display coincideva infatti con quello della filiale, ma era stato creato artificialmente – avevano condiviso con loro le credenziali del sistema informatico dell’istituto di credito. Da qui lo svuotamento dei conti correnti e la querela presentata alla polizia di Stato, con l’immediata attivazione degli agenti della Squadra mobile, coordinata dal vicequestore aggiunto Riccardo Signorelli. I Tangheroni erano stati fermati nei pressi dell’ufficio postale degli scali Bettarini mentre effettuavano prelievi ritenuti sospetti con carte Bancoposta e Postepay. Lana, invece, era stato rintracciato in un’abitazione riconducibile a uno degli altri indagati, con 8.000 euro in contanti e documentazione bancaria che, secondo gli inquirenti, lo collegava alle operazioni contestate. Le indagini avevano inoltre ipotizzato un sistema articolato, con possibili telefonisti operanti da fuori città – forse dalla zona di Napoli – incaricati di contattare le vittime, mentre ad altri sarebbe spettato il compito di recuperare e movimentare il denaro.

Il presunto sistema

Ma come funziona la truffa degli “home banking”? La “manovalanza territoriale” è solo l’ultima parte di un ingranaggio che appare purtroppo come ben strutturato. Alla base, infatti, c’è probabilmente un cospicuo furto di dati. Intrusioni in database finanziari che hanno svelato all’organizzazione, ad esempio, nomi di correntisti, iban collegati e dati di accesso. Aspetti che però, da soli, non bastano per accaparrarsi i soldi dai conti. Serviva altro: il messaggio di conferma, il cosiddetto “codice otp”, che viene inviato via cellulare quando qualcuno cerca di entrare nei portali online degli istituti di credito. I truffatori – a monte del sistema, non certo Lana o i Tangheroni – chiamando al telefono la vittima e spacciandosi per finti dipendenti della filiale, fra l’altro con un numero di telefono come mittente uguale a quello della banca, la confondevano, spiegandole che c’erano in atto delle truffe e, guadagnando la sua fiducia, si facevano appunto dare l’”otp”. Un punto di non ritorno, purtroppo, come quando nei raggiri tradizionali si apre la porta a chi si finge carabiniere, poliziotto o tecnico dell’acqua e vuole arraffare quanti più soldi e gioielli possibili dall’appartamento. Infatti, nel giro di pochi secondi, i conti correnti sono stati svuotati a suon di bonifici: quasi 45.000 in tutto) verso le carte e i conti aperti ad hoc, con la promessa del 10% dei guadagni sui prelievi, dai Tangheroni. È così che avrebbe funzionato la truffa in salsa labronica, anche se è presumibile ipotizzare che l’organizzazione a monte non operasse solo in città, ma un po’ in tutta Italia, con referenti territoriali dappertutto, altri “Tangheroni” insomma.

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