A Livorno La Vedova Allegra di Vaccari: «Danziamo sull’orlo di un vulcano»
Al Teatro Goldoni feste a tempo di valzer: il regista racconta l’opera di Lehar
LIVORNO Feste di Natale a tempo di valzer con “La Vedova Allegra”, la famosissima operetta di Franz Lehar che ha 120 anni ma non li dimostra. Inserita nel cartellone della lirica arriva in replica al Teatro Goldoni domenica 4 gennaio, alle 16, con la regia di Giandomenico Vaccari, l’Orchestra del Teatro Goldoni “Massimo de Bernart” diretta da Gianluca Martinenghi e il Coro del Goldoni diretto da Maurizio Preziosi. Un allestimento realizzato dal Teatro Politeama di Lecce in collaborazione con il Goldoni.
Una grande orchestra, costumi “belle epoque”, canto e balli scatenati, risate salottiere, musica frizzante, ma dietro l’apparente frivolezza si nasconde il presagio di un futuro incombente e tetro. Una “Vedova Allegra” che diverte ma fa riflettere come spiega Giandomenico Vaccari che condivide il ruolo di regista con Alessandro Idonea, impegnato anche in palcoscenico nel ruolo di Njegus, il cancelliere dell’ambasciata di Pontevedro il paese immaginario in cui è ambientata la vicenda. Vaccari ha già fatto a Livorno la regia di “Cavalleria Rusticana” e ”Gianni Schicchi” per Il Mascagni Festival del 2024 (biglietti: al botteghino del Goldoni nel giorno di spettacolo aprirà due ore prima dell’inizio. Vendita online ticketone.it; prezzi da 35 ad 43 euro; loggione 20 euro; ridotto Under 35, 20 euro in ogni settore).
L’allestimento, una metafora di oggi?
«Il nostro allestimento della Vedova Allegra è stato pensato come metafora del presente. E infatti si svolge su due piani temporali diversi: uno alla vigilia della prima guerra mondiale e l’altro nel 1943, dove i due protagonisti Danilo e Hanna sono diventati due profughi poveri e laceri, preoccupati di sfuggire alle retate di slavi che facevano i nazisti per sterminarli e occupare la loro terra. I due ricordano il tempo che fu, il valzer della loro giovinezza e quanto erano felici. Lo spettacolo è un loro ricordo e queste scene avvengono in platea con loro che guardano e vedono materializzarsi sul palcoscenico la Vedova Allegra».
In che senso lo spettacolo ci parla del presente?
«Perché le condizioni in cui si trovava l’Europa prima dell’attentato di Sarajevo del 1914 in cui morì Francesco Ferdinando d’Asburgo sono le stesse di oggi. Il tempo che precedette la prima guerra mondiale era un tempo felice, l’Europa era in pace da tantissimo tempo, in Austria si stava bene, a Parigi pure, l’economia andava bene. Forse troppo bene e si sa che le economie floride prima o poi vanno a cozzare. La storia si ripete: anche oggi veniamo da un lungo tempo di pace e fino a poco tempo fa avevamo l’illusione che queste condizioni non sarebbero mai cambiate».
I personaggi ballano e non si rendono conto di quello che sta per succedere?
«Non ne sono consapevoli tranne Danilo che è il testimone di questo mondo in decadenza. Ce lo fa capire subito con il suo atteggiamento disincantato, parla di guerra e spiega al pubblico il suo pensiero con una battuta che spesso è stata sottovalutata: Noi danziamo sull’orlo di un vulcano. Se con il nostro spettacolo riuscissimo a far partecipi gli spettatori anche della metà di tutte queste cose, sarei felice».
Un’operetta che ha la dignità delle grandi opere.
«La Vedova Allegra è un capolavoro teatrale e musicale. Lo stesso termine operetta è sbagliato e dispregiativo. Lo chiamerei teatro brillante in musica, un genere difficile e complicato. A differenza del musical qui non si canta amplificati, si canta con la propria voce. Chi canta l’operetta deve saper cantare con un’impostazione abbastanza lirica, deve saper recitare bene, deve conoscere i tempi comici e brillanti. E si deve divertire a farla. E’ teatro totale e il pubblico risponde. Piacerà, spero, anche al pubblico livornese che è un pubblico affettuoso e interessato. Al di là delle riflessioni di cui abbiamo parlato prima, lo spettacolo non perde un grammo di comicità».l
