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Livorno, irruzione in Comune: scalfito un "Delfino di Ardenza", ma paga l'assicurazione

di Stefano Taglione
I danni a uno dei "Delfini di Ardenza"
I danni a uno dei "Delfini di Ardenza"

Il bilancio dei danni dopo il caos di venerdì 26 settembre: il pannello è franato contro l'installazione nell'atrio principale. Recuperato il pezzo che si è staccato

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LIVORNO. Il “Capperuccio”, la stola del 1606 che simboleggia la nascita di Livorno come città ed è il simbolo della livornesità, per fortuna è rimasta intatta: «I vetri della teca sono caduti verticalmente, non ci sono danni», spiega il sindaco Luca Salvetti. Uno dei “Delfini di Ardenza”, invece, è rimasto lievemente ammaccato: un piccolo pezzettino è stato scalfito dal crollo dei pannelli abbattuti, anche se è stato recuperato e presto verrà restaurato. Sono limitati i danni materiali provocati dall’irruzione in municipio di Stefano Perullo, il cinquantottenne maestro d’ascia “disarmato” nel primo pomeriggio di venerdì scorso dal primo cittadino, che ha poi consegnato il coltello (lungo 32 centimetri e con la lama di 17) alla polizia municipale.

In ogni caso, l’assicurazione stipulata dall’ente ripagherà tutti i danni. Essenzialmente quelli alla vetrata della stola che si trova in sala giunta, mandata in frantumi con uno sgabello precedentemente preso dal bar interno al municipio, dato che i pannelli del pian terreno che l’artigiano ha preso a calci sono stati rimessi a posto. I “Delfini di Ardenza” sono opere di alto pregio artistico e si trovavano sull’omonimo moletto: realizzati fra il 1834 e il 1839 in ghisa dalle fonderie di Follonica (dove sono tornate per una mostra temporanea nella primavera 2024, dopo un’autorizzazione del ministero) su disegno di Carlo Reishammer, erano elementi di metallo intervallati da panchine in muratura. Non fu tuttavia il moletto la loro prima location. Una parte venne installata alla Dogana d’Acqua, un’altra nell’attuale area di Porta a Mare. Questi ultimi, con lo sviluppo urbano verso sud, trovarono posto lì dove un po’ tutti li abbiamo conosciuti, già alla fine dell’Ottocento, quando erano state costruite le strutture doganali di Barriera Roma e Margherita.

Rimossi quasi 18 anni fa dal moletto, l’unico gruppo che fu giudicato recuperabile è da quasi un decennio – dopo il recupero avviato fra il 2015 e il 2016 grazie ai seimila euro raccolti dall’associazione “Amici dei musei” dalla ditta “Arterestauro” di Cascina dopo l’autorizzazione della Soprintendenza – in esposizione nell’atrio comunale, sul basamento di pietra fermato da una barra in acciaio che fa da perno. Sono gli unici superstiti. Uno di questi, purtroppo, è rimasto lievemente danneggiato a causa della devastazione messa in atto da Perullo, che per questo è stato anche denunciato. Il Comune procederà a breve al restauro, dato che il valore dei “Delfini” viene considerato inestimabile. Come il “Capperuccio”, la cui teca è andata distrutta, ma che per fortuna non è stato interessato dai danni. Un sollievo, dato che l’abito del primo gonfaloniere risale al 1606, ossia a 419 anni fa. E sarebbe stato un enorme danno per la nostra storia.

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