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Ricordi di quartiere

Livorno e il delitto al circolo Pizzi di Ardenza che segnò l’estate 1978: «Non scorderò mai il corridoio pieno di sangue»

di Franco Marianelli
Livorno e il delitto al circolo Pizzi di Ardenza che segnò l’estate 1978: «Non scorderò mai il corridoio pieno di sangue»<br type="_moz" />

In via della Gherardesca si ripercorrono i terribili momenti a distanza di quasi mezzo secolo. La presidente Bottici, all’epoca 16enne: «Una scena terribile, mi vengono ancora i brividi»

10 luglio 2024
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LIVORNO. Tutta colpa di quel maledetto lunedì d’estate. «Quel giorno Carlo e Mario trovarono chiusi i bar che erano abituati da tempo a frequentare e di conseguenza, sapendo che era aperto, tornarono al circolo Arci Pizzi in via della Gherardesca nei tempi nei quali accanto sorgeva ancora il confinante Cinema Ardenza. E successe quello che successe…». Susy Bottici, attuale presidente del circolo e barista dello stesso, aveva 16 anni quando l’ultrasettantenne Carlo uccise il coetaneo Mario (i nomi sono di fantasia nel rispetto del diritto all’oblio per la memoria degli interessati e per la privacy dei familiari che ancora vivono nel quartiere) nell’ingresso del bar ma «nonostante siano passati quasi 50 anni mi ricordo ancora il corridoio pieno di sangue – racconta Bottici – una scena terribile, mi vengono ancora i brividi a pensarci».

Ma perché successe? A ricostruire il fattaccio di cronaca, oltre alla presidente, anche Nedo Manzi e Orlando Giorgi, due ottantenni (all’epoca ragazzi) che troviamo ancora oggi, come allora, a giocare a carte al circolo. «Nel quartiere di Ardenza girava da sempre un pettegolezzo – racconta il primo – : che la moglie di Carlo, operaio di una fabbrica livornese, avesse avuto molti anni prima un relazione extraconiugale con Mario, impiegato in un sindacato. Probabilmente nulla di vero oppure un normale fidanzamento precedente al matrimonio con Carlo, nessuno sa dirlo con esattezza visto il secolo passato: tanto bastava però all’operaio per vivere malissimo il presunto pettegolezzo». I giornali di allora, che riportarono la notizia dell’omicidio, aggiunsero un particolare che potrebbe costituire la molla che scattò in Carlo quel maledetto lunedì: ogni volta che quest’ultimo aveva modo di entrare nel circolo per bersi un caffè, dall’attigua sala dei giocatori, qualcuno emetteva un verso che nel gergo dei livornesi di allora avrebbe avuto come significato “È entrato un…”, e il sostantivo che seguiva stava per identificare in maniera pesante un marito che avesse subito un adulterio. Particolare di non secondaria importanza il fatto che Carlo stesse lì con loro come, pur involontario, complice degli autori del crudele mormorio. «La situazione diventò talmente pesante che ci fu una sorta di tacito accordo suggerito dagli amici di entrambi – racconta Manzi – che portò i due a frequentare due bar ardenzini diversi dal circolo Pizzi».

«Il problema sembrava risolto finché non si arrivò a quel tragico pomeriggio dell’estate 1978 – interviene Giorgi – nel giorno in cui al bar frequentato da Carlo, chiuso come ogni lunedì per turno, si aggiunse quello frequentato da Mario chiuso per ferie. Tutti e due quindi si ritrovarono in via della Gherardesca. Mario stava giocando a carte quando si alzò per andare in bagno: passando davanti al bancone del bar, incrociò probabilmente lo sguardo di Carlo che stava seduto di fronte alla cassa. Proseguì per il bagno nel corridoio di ingresso, dov’è ancora oggi: Carlo si alzò e lo seguì».

«E prima che entrasse nella toilette – aggiunge Giorgi- oppure aspettando che uscisse dal bagno, lo accoltellò più volte». L’assassino si allontanò ma fu lui stesso dopo poche ore, senza opporre resistenza, a consegnarsi alle forze di polizia intervenute, mentre nel circolo si era diffuso il panico e, non essendoci stati testimoni oculari, nessuno fu in grado di capire, prima dell’arresto, cosa fosse successo». Si parlò di resa dei conti fra tossicodipendenti – racconta Manzi – e fino alla confessione del colpevole ognuno si sbizzarrì a inventarsi una tesi». Carlo, peraltro conosciuto nel quartiere come abilissimo pescatore al rezzaglio, morì dopo qualche anno in un manicomio criminale in quanto il giudice rilevò nei suoi confronti un accertato grave status psichiatrico. «E pensare – termina Susy Bottici – che tutto avvenne per quel maledetto giorno di ferie».

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