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Livorno

La sentenza

Buttafuori livornese condannato a sei anni per usura ed estorsione. Ecco chi è

di Stefano Taglione
Buttafuori livornese condannato a sei anni per usura ed estorsione. Ecco chi è

Avrebbe incassato interessi fino all’800% del prestito da un libero professionista. Coinvolto anche un portuale che nel maggio scorso ha patteggiato quattro anni

13 febbraio 2024
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Livorno È stato condannato a sei anni di reclusione per usura ed estorsione. Si è concluso così in primo grado il processo al trentasettenne livornese Michel Pagnini, ex addetto alla sicurezza dei locali della città, che nell’estate di un anno e mezzo fa era stato arrestato dai carabinieri dopo la denuncia di un libero professionista labronico – di cui Il Tirreno non scrive il nome e cognome per non renderlo identificabile, in quanto vittima dei presunti strozzini – disperato per gli interessi dal tasso altissimo («da usura», appunto, secondo gli inquirenti) che si era ritrovato a pagare e che, mese dopo mese, ormai non riusciva più a soddisfare: «Mi hanno messo il cappio al collo», furono le sue prime parole pronunciate ai militari del nucleo investigativo, diretti dal maggiore Guido Cioli, che lo avevano ricevuto nei loro uffici quasi in lacrime.

Seconda pronuncia

La condanna al buttafuori – difeso dagli avvocati Marco Siviero e Gabriele Rondanina – si somma al patteggiamento del coetaneo portuale Saimon Lorenzini, difeso dai legali Barbara Luceri e Riccardo Melani, concordato con la pubblico ministero Ezia Mancusi poco meno di un anno fa per gli stessi reati davanti alla giudice per le indagini preliminari Tiziana Pasquali. Una pena complessiva, quella all’operaio, ridotta di un terzo grazie al rito premiale scelto dai suoi difensori: è per questo che i due, che dovevano rispondere in concorso delle stesse accuse, dalla giustizia hanno ricevuto un trattamento diverso. Le motivazioni della sentenza di primo grado – da parte del collegio presieduto dal giudice Luciano Costantini, a latere le colleghe Rosa Raffaelli e Roberta Vicari – verranno comunque depositate fra meno di tre mesi. Solo dopo verrà deciso un eventuale ricorso in appello. Attualmente Pagnini è ancora agli arresti domiciliari, in regime di custodia cautelare, mentre Lorenzini è da tempo tornato libero.

Il racconto della vittima

Secondo il libero professionista, che sarebbe stato vittima di usura per tre anni, i suoi presunti strozzini dopo una serie di prestiti da 12.000 euro avvenuti fra il 2019 e il febbraio di quest’anno lo avrebbero costretto a pagarne ben 21.000, quasi il doppio. Senza accontentarsi, dato che fino al gennaio del 2022 gli avrebbero imposto il pagamento di 3.000 euro al mese a causa dei debiti insoluti e dei saldi ritardati (arrivando a un totale di 40.000): «Se non paghi i debiti è un casino...». Parliamo di una persona, la vittima, in grado di guadagnare sui 2.000 euro al mese (anche di più con le provvigioni) ma che, a causa di alcuni mancati pagamenti di cambiali avvenuti in passato e di un successivo licenziamento, non godeva più della fiducia delle banche, che gli avrebbero sbattuto le porte in faccia. Per questo, a suo dire, sarebbe stato costretto a rivolgersi al mercato nero. La prima volta, in realtà, viene contattato: è il 2019 quando non riuscendo a pagare le rate di un’auto usata contrae il debito iniziale con Pagnini (quest’ultimo subentrato al venditore della macchina, con Lorenzini estraneo all’episodio), mentre poi – siamo nel febbraio del 2022 – dopo che rimane senza lavoro e ha nuovamente bisogno di denaro si rivolge sempre al buttafuori, chiedendogli 3.000 euro.

Le cifre

«Nei primi mesi del 2022 – avevano spiegato i carabinieri in una nota successiva agli arresti – la vittima avrebbe ricevuto due prestiti di tremila e cinquemila euro pattuendo tassi usurai (per il primo l’800% e per il secondo il 350%), concordando poi, per un ulteriore prestito di quattromila euro, la restituzione della somma complessiva di 40.000 euro, pari alla corresponsione di un tasso di interesse del 1.000%. Quando la vittima, che nel frattempo attraverso prestiti concessi da persone vicine (fra cui la madre) era riuscita a restituire solo i capitali ricevuti, avrebbe riferito ai due presunti usurai di non essere più in grado di corrispondere gli interessi, sarebbe stata aggredita e minacciata pesantemente. Non solo, nei giorni successivi gli indagati avrebbero continuato a intimidirla con telefonate minatorie, sempre più insistenti», chiamandola anche mentre li stava querelando in caserma. I carabinieri avevano sequestrato anche «un’ingente somma di denaro (diverse migliaia di euro), due carte di credito e alcuni dispositivi informatici». «Dopo aver iniziato a rimborsare parzialmente il debito, la vittima ha manifestato agli stessi le difficoltà economiche a cui stava andando incontro per continuare a pagare la cifra pattuita e per questo i due hanno iniziato a minacciarlo e, a metà agosto, usare violenza nei suoi confronti», avevano spiegato poche ore dopo l’applicazione delle misure cautelari i militari del nucleo investigativo del comando provinciale, augurandosi che «questa vicenda rappresenti l’occasione per sensibilizzare i cittadini sull’importanza di denunciare ai carabinieri gli episodi di usura, ma anche di estorsione cui potrebbero essere soggetti». Quell’anno, secondo i dati de Il Sole 24 Ore, la provincia di Livorno era l’undicesima d’Italia col maggior numero di denunce per usura (due però, quindi solo quelle ndr), mentre addirittura la prima per le estorsioni: 148 in tutto, 45,5 ogni 100.000 abitanti (da qui il parametro che sancisce il triste primato labronico davanti a Gorizia, Roma, Bologna, Rimini, Crotone, Forlì-Cesena, Trapani, Foggia e Trieste).

Un terzo coinvolto

Nell’inchiesta dei militari dell’Arma era stata coinvolta anche una terza persona, all’epoca dei fatti denunciata per il solo reato di usura: il buttafuori ed ex ristoratore di origine albanese Anxhelo “Mimmo” Dyrmishi, all’epoca dei fatti titolare della pizzeria Italia, vicino alla Terrazza Mascagni. Secondo l’ordinanza firmata nel 2022 dal gip Mario Profeta Dyrmishi, con Pagnini, sarebbe subentrato al venditore dell’auto nel credito di 6.000 euro nei confronti della vittima di usura, il debitore che poi lo ha denunciato, facendosi consegnare 5.000 euro quali interessi sulla somma capitale iniziale (pari a 120% su base annua). Per lui, il processo, è ancora in corso. 


 

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