Il Tirreno

Livorno

Il lutto

Livorno piange Manrico Bernini, imprenditore e simbolo della Baracchina Rossa

di Giulio Corsi
Livorno piange Manrico Bernini, imprenditore e simbolo della Baracchina Rossa<br>

Addio a Manrico Bernini: una vita nei bar, dallo spaccio dell’ospedale ai Pejani e Lido

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Livorno Con Manrico Bernini, a lungo patron della Baracchina Rossa (ma non solo), se ne va un pezzo di storia della città. E non soltanto perché Manrico ha attraversato la vita di decine di migliaia di livornesi che si sono fermati a prendersi un cappuccino, una brioche o un Crodino nei bar che ha gestito, ma anche perché i suoi locali hanno segnato le epoche di Livorno, hanno indirizzato mode e abitudini, hanno anticipato tendenze.

Aveva 90 anni Bernini, compiuti la scorsa estate. Si è spento ieri all’ospedale, dove era ricoverato da una settimana. Oggi alle 15 nelle stanze della Svs di fronte al Cimitero dei Lupi è prevista una funzione religiosa, domani mattina avverrà la cremazione.

Bernini lascia la moglie Liliana, che l’ha accompagnato per oltre sessant’anni nella vita e nel suo lungo viaggio tra bar e ristorazione, rimasta alla cassa della Baracchina Rossa fino al momento in cui il locale, nel 2018, è stato venduto, e due figli, Emanuela e Luca, oggi titolari rispettivamente dell’Alhambra Caffè (nome originario della Baracchina) a Porta a Terra, e del bar Aurelia davanti al cimitero della Misericordia.

Ex portiere di calcio con un trascorso anche in serie C negli anni Cinquanta, da sempre legato al mondo della Svs, sommozzatore, appassionato di sport, Bernini lavorava come tecnico delle macchine che producono caffè Hag quando decise di mettersi in proprio e iniziare una storia imprenditoriale che si è trasformata in un successo. Era la fine degli anni Sessanta, con la moglie Liliana acquistò il suo primo bar ad Ardenza, all’angolo di piazza Sforzini, dove ora c’è il Monte dei Paschi. Fu la rampa di lancio, che negli anni portò Bernini a gestire una serie di attività, anche in contemporanea, dai bar e ristoranti dei bagni Pejani e dei bagni Lido, allo Chalet della Rotonda ben prima del recente restyling, fino allo Chalet Bernini ad Ardenza Mare, proprio di fronte alla Baracchina Rossa.

Ma sono stati due i locali di cui più di tutti Manrico è diventato il simbolo: lo spaccio dell’ospedale, guidato per due decenni, negli anni Ottanta e Novanta e soprattutto la Baracchina, che ha capitanato, accompagnato da tutta la famiglia, per 33 anni, personalizzandola con la sua passione per i quadri, i grandi Pelagatti, i Natali, i Romiti affissi alle pareti, l’amicizia con i pittori che ai tempi frequentavano il lungomare di Ardenza, l’amore per la lirica, il carattere solare, quella capacità rara di entrare in confidenza con tutti i suoi clienti e la passione per Dante che amava citare al bancone già trent’anni fa tra un caffè e un tramezzino. «Noi siamo cresciuti dentro la Baracchina e con noi sono cresciuti e invecchiati tutti i suoi clienti – ricorda commossa la figlia Emanuela –. Babbo diceva sempre che erano tutti suoi figli o nipoti, perché li aveva visti bambini e poi ragazzi e poi genitori».

«La Baracchina Rossa era sempre stata il suo sogno – racconta –, fummo chiamati dai precedenti proprietari e subentrammo nel 1985. Babbo era amico dei pittori, coltivava la passione dei quadri. Appassionato di arte, di musica classica, di lirica, di quadri, di dischi, di libri, andò in pensione nel 2010 lasciandoci le redini del locale, ma continuava a stare lì, con noi. Fino all’ultimo avrebbe voluto che non vendessimo, per tutti noi era un posto meraviglioso, ma era anche diventato un luogo totalizzante e così abbiamo deciso di lasciare, sebbene il nostro cuore e il suo siano rimasti lì». l
 

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