«Se non paghi è un casino»: portuale livornese patteggia 4 anni per usura ed estorsione
Il trentottenne era stato arrestato e da pochi giorni è stato scarcerato. La presunta vittima ai carabinieri: «Mi avevano messo il cappio al collo»
LIVORNO. Un patteggiamento a quattro anni di reclusione e un rinvio a giudizio. Si è conclusa (a metà) l’inchiesta per usura ed estorsione che poco meno di un anno fa aveva portato agli arresti di due livornesi: il trentaseienne Michel Pagnini e il trentottenne portuale Saimon Lorenzini, finiti in carcere nel settembre scorso dopo un’indagine lampo dei carabinieri del nucleo investigativo di Livorno, diretti dal maggiore Guido Cioli, che il 22 agosto precedente avevano ricevuto in lacrime la denuncia della presunta vittima – un libero professionista livornese che Il Tirreno non rende identificabile in quanto ritenuto bersaglio degli strozzini – che giunto ormai al punto di non ritorno ha deciso di reagire e rivolgersi alle forze dell’ordine, facendo arrestare gli usurai: «Mi hanno messo il cappio al collo», fu il suo racconto.
Il processo
Nel frattempo, poco più di otto mesi dopo l’ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari Mario Profeta, davanti alla gip Tiziana Pasquali si è conclusa la fase preliminare del processo. Lorenzini è tornato libero: i suoi avvocati, Barbara Luceri e Riccardo Melani, hanno infatti patteggiato con la pubblico ministero Ezia Mancusi la pena di quattro anni di reclusione, già compresa dello sconto di un terzo della pena come beneficio della scelta del rito alternativo. Pagnini, invece, è ai domiciliari e sta affrontano il dibattimento. Anche il portuale, in realtà, da tempo non era più in carcere, visto che la misura cautelare per entrambi era stata alleggerita rispetto alla carcerazione preventiva disposta inizialmente.
Il racconto della vittima
Secondo il racconto del libero professionista i suoi presunti strozzini, dopo una serie di prestiti da 12.000 euro avvenuti fra il 2019 e il febbraio di quest’anno, lo avrebbero costretto a pagarne ben 21.000, quasi il doppio. Senza accontentarsi, dato che fino al gennaio del 2023 gli avrebbero imposto il pagamento di 3.000 euro al mese a causa dei debiti insoluti e dei saldi ritardati (arrivando a un totale di 40.000): «Se non paghi i debiti è un casino...». Parliamo di una persona, la vittima, in grado di guadagnare sui 2.000 euro al mese (anche di più con le provvigioni) ma che, a causa di alcuni mancati pagamenti di cambiali avvenuti in passato e di un successivo licenziamento, non godeva più della fiducia delle banche, che gli avrebbero sbattuto le porte in faccia. Per questo, a suo dire, sarebbe stato costretto a rivolgersi al mercato nero. La prima volta, in realtà, viene contattato: è il 2019 quando non riuscendo a pagare le rate dell’auto usata contrae il debito iniziale con Pagnini e un altro indagato stralciato dal processo (Lorenzini è estraneo all’episodio), mentre poi – siamo nel febbraio del 2022 – dopo che rimane senza lavoro e ha nuovamente bisogno di denaro si rivolge a Pagnini, chiedendogli 3.000 euro.
«Tassi da usura»
«Nei primi mesi del 2022 – avevano spiegato i carabinieri in una nota successiva agli arresti – la vittima avrebbe ricevuto due prestiti di tremila e cinquemila euro pattuendo tassi usurai (per il primo l’800% e per il secondo il 350%), concordando poi, per un ulteriore prestito di quattromila euro, la restituzione della somma complessiva di 40.000 euro, pari alla corresponsione di un tasso di interesse del 1.000%. Quando la vittima, che nel frattempo attraverso prestiti concessi da persone vicine (fra cui la madre) era riuscita a restituire solo i capitali ricevuti, avrebbe riferito ai due presunti usurai di non essere più in grado di corrispondere gli interessi, sarebbe stata aggredita e minacciata pesantemente. Non solo, nei giorni successivi gli indagati avrebbero continuato a intimidirla con telefonate minatorie, sempre più insistenti», chiamandola anche mentre li stava querelando. I carabinieri avevano sequestrato anche «un’ingente somma di denaro (diverse migliaia di euro), due carte di credito e alcuni dispositivi informatici».
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