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I turisti nell’era del post-Covid, ma Livorno non li vuole fra i piedi

L'INCHIESTA. Ristoranti, alberghi e localini cresciuti del 47% in 25 anni (e l’industria giù del 30%). Ma buona parte dell’iceberg resta nascosto: a Livorno città più di 300 Airbnb


19 giugno 2022 Mauro Zucchelli


Per capire quanto pesa il turismo nella nostra economia l’iceberg è una metafora a metà. C’è quel che si vede: l’albergone cinque stelle, una sfilza di ristorantini e tutto il contorno di pizzerie e trattorie, ma anche monumenti e tour in battello, biglietti e bookshop ai musei, ombrelloni in riva al mare e aquapark con maxi-scivoli. Ma c’è pure quell’enorme montagna alla rovescia che sta sott’acqua: le agenzie degli affitti estivi, tutto lo zibaldone di bar, pub, gelaterie e birrerie che per nove mesi all’anno servono quelli di qui, per non parlare di tutti i negozi che campano dello shopping di foravia.

Finito qui? Manco per sogno: c’è tutto il mare intorno all’iceberg, e potremmo parlare del ferroviere e del tassista, del marinaio del traghetto e del portuale che lo fa sbarcare, di chi guida il bus, del meccanico che ne ripara la gomma forata, del benzinaio che lo rifornisce di gasolio e del giornalaio che ti vende in biglietto. E c’è anche l’isolotto accanto: i residence, gli affittacamere e gli airbnb, gli artisti di strada e quelli che invece cantano solo fra i velluti dei teatri chic.

«L’elenco, se vuoi, te lo faccio lungo come la Divina Commedia, ma non basterebbe nemmeno così». Nino Bartolini non ha perso la cadenza cantilenata da “ragazzotto del Pontino”, come si definisce lui, neanche ora che ha passato i settanta e più di metà dell’esistenza l’ha spesa lontano da qui a cercar fortuna, mogli e quattrini sulle grandi navi come tuttofare, poi cameriere in Costa Brava, un localino in Algarve, infine Liguria e Gargano conquistando la stabilità economica.

Fuori dai piedi

Ma nella “sua” Livorno mai. «E nemmeno in Toscana, se è per quello», aggiunge. Perché? «Lo dico di malavoglia ma noi toscani, e guardate che dico ancora “noi”, ci sentiamo professori di tutto come se fossimo Leonardo da Vinci. E invece ci condanniamo a campare di una grandeur rinascimentale che è da secoli la fotocopia sbiadita di sé stessa». Anche Livorno? «No, Livorno no: semplicemente noi livornesi i turisti non li vogliamo fra i piedi. Li sentiamo intrusi che potrebbero portar via un po’ di quel che abbiamo a portata di mano e sentiamo gratis come nostra. La Cala del Leone, l’ombrellone e la cabina in quel tal stabilimento balneare da decenni, la cantina sui Fossi dove potrebbero aprire cento localini per far lavorare i figli e invece meglio tenerci la roba per la barca...».

Ma queste sono parole e scappano da tutte le parti: meglio adoperare i numeri che hanno la testa dura e possono essere la nostra “bilancia” per aiutarci a calcolare il “peso” del turismo.

La metà di quel che c’è

La prima cosa che salta fuori è di nuovo proprio questa: quel che si vede è tutt’al più la metà di quel che c’è. Lo dice il dossier curato dal ricercatore Enrico Conti per disegnare l’identikit del turismo toscano, ma in tempi non sospetti né di guai né di virus: 14,3 milioni gli arrivi in strutture ufficiali con 48,2 milioni di presenze. Sorpassate però dalle presenze stimate in strutture non ufficiali («fra 49 e 50 milioni», soprattutto negli affitti di case). Anche qui la metafora è quella dell’iceberg. Parliamo di un “motore” economico che nell’arco decennale che facciamo partire dall’inizio della Grande Crisi post-Lehman ha creato «22.300 posizioni lavorative in più» con un saldo della bilancia turistica che balza «da 2 a 3,1 miliardi di euro» mentre già alla metà del decennio scorso la spesa turistica complessiva aveva sforato i 12 miliardi di euro, quasi un euro ogni nove del Pil toscano.

Blue economy: sul podio

Ma guardiamo la specificità del territorio da Stagno a Riotorto, isole comprese, nel report di Unioncamere sulla blue economy. Appartengono all’ “economia del mare”: a) 18.900 lavoratori, cioè il 13,2% di tutti gli occupati, più di così ce ne sono solo in quattro province in tutta Italia; b) 970,1 milioni di euro di “ricchezza” prodotta, cioè poco meno del 12% di tutto il valore aggiunto “targato” Livorno, ci superano solo cinque su oltre cento province del Bel Paese; c) 4.061 imprese, spesso microditte ma non solo, cioè il 12,4% di tutte quelle esistenti dalle nostre parti, e questa è una percentuale che quasi non ha uguali, visto che solo la provincia di Rimini e quella di La Spezia ne hanno una maggiore, ma di un niente. Per dirci una cosa sola: nella grande “torta” di redditi, lavoro, sviluppo creato dalla nostra gente una fetta su otto viene dal mare.

Un record, ma non dovrebbe sorprenderci: non esiste dalla Val Venosta a Lampedusa un territorio che, come il nostro, sia una striscia di terra allungata su cento chilometri di litorale. Ma soprattutto: non esiste qualcun altro che abbia due porti di rilevanza nazionale dentro la stessa provincia, logico che l’Authority di Palazzo Rosciano abbia il primato nazionale (stretto di Messina escluso) per numero di passeggeri trasportati. A un soffio da quota 10 milioni all’anno: perché, stop da coronavirus a parte, di qui passano i croceristi che vogliono scoprire la Toscana, una delle più ghiotte destinazioni di tutta l’area mediterranea, e di qui passa buona parte dei turisti che vogliono imbarcarsi non solo per l’Elba ma anche per la Sardegna e la Corsica. Un flusso che ci passa sotto gli occhi e che è folle continuare a snobbare.

Niente di uguale a noi

C’è anche un altro “soprattutto”: non esiste un arcipelago-puzzle come il nostro; non esiste in nessun’altra provincia italiana una tal lunghezza di coste (334 chilometri per un territorio che arriva a malapena a 1.214 chilometri quadrati). Non c’è bisogno di star lì a spiegare cosa significa questo dal punto di vista dell’ “industria” del turismo: significa che la “materia prima” c’è, la geografia ce l’ha regalata. Non basta, possiamo anche contare sulla vicinanza di un aeroporto come Pisa che ci mette in comunicazione diretta con mezza Europa: anzi, con qualcosa come 103,4 milioni di persone – quasi un quarto dell’intera popolazione con targa “Ue” – che abitano entro un’ora di auto dalla rete di aeroporti collegati con il “Galilei” senza scali intermedi.

La galassia che cresce

Dev’essere per questo motivo che negli ultimi anni nient’altro è cresciuto come l’imprenditoria turistica. Quantomeno dal punto di vista “demografico”: si contano 738 aziende alberghiere in provincia di Livorno a fine marzo scorso, 111 in più nel giro di dieci anni esatti (più 17, 7%). Ci sono 3.115 ristoranti, bar, pub, birrerie e gelaterie: sono cresciute di 424 in più nell’ultimo decennio (con un balzo del 15,7%). Ma per vedere quant’è fragile basta guardare un indizio: il record del numero di localini si è avuto paradossalmente nel bel mezzo della pandemia, negli ultimi dodici mesi si sono perse per strada nove aziende. È sufficiente passare al numero di imprese effettivamente attive: ecco che si scende attorno al 12% tanto fra gli hotel che fra bar e ristoranti. Di più: nel resto della Toscana l’incremento anche solo numerico delle aziende sfiorava il 20% fra i ristoranti e volava sopra il 25% negli alberghi.

L’evoluzione

È una tendenza che viene da lontano: la galassia di hotel, bar, ristoranti e dintorni in provincia di Livorno nell’ultimo quarto di secolo è aumentata del 47% sì ma in tutta l’altra parte della Toscana la percentuale d’incremento è volata a mezzo dito dal 72%. Peraltro, «negli ultimi tre anni e mezzo, i settori che hanno evidenziato una costante crescita sono stati solo l’alloggio e ristorazione» (e in misura assai più contenuta è solo dal lato grossetano l’agricoltura): ce lo ricorda un report del centro studi della Camera di Commercio guidato da Mauro Schiano.

Dietro questo dato c’è un doppio aspetto. Da un lato, l’odissea del mettersi in proprio buttandosi allo sbaraglio: siccome le nuove leve di manodopera che si affacciano sul mercato del lavoro a suon di almeno mille ragazzi e ragazze in più ogni anno nel solo capoluogo non sono assorbite né dalle grandi fabbriche né dal posto pubblico, ecco che spesso dopo un po’ di lavoretti e lavoricchi non resta che provare ad aprire una attività.

In mancanza di una rete di “Its” (la formazione pratica post-diploma che altrove ha attecchito ma qui proprio no), ci si affida a quel che si ritiene non abbia bisogno di specializzazione e magari sia in linea con le proprie passioni.

L’effetto Masterchef

Quante ditte sono nate come effetto del successo di “Masterchef” e di tutta la grande abbuffata di trasmissioni tv dedicate al cibo: basta parlare con chi nelle organizzazioni di categoria fa consulenza ai debuttanti dell’imprenditorialità, l’altro filone è quello della toelettatura degli animali domestici.

Beninteso, occhio al rischio saturazione: l’ultima “fotografia” dice che, prima ancora che il coronavirus ci azzannasse, bar e ristoranti erano già in diminuzione. Una ventina di attività in meno in tutta la provincia sono una cornacchietta che non fa apocalisse, ma il segnale c’è. Senza contare che anche in altre attività connesse il barometro non è sul bello stabile, anzi. In arretramento negli ultimi dodici mesi le agenzie di viaggio e i tour operator, crescita appena più che zero per gestori di teatri e il mare magnum degli artisti. Qualche sussulto di vita in più semmai per il fronte delle imprese di divertimento e svago: dagli stabilimenti balneari alle sale giochi, dalle discoteche alle sagre e agli animatori: solo che parliamo di 19 imprese attive in più nell’arco di dieci anni.

Le rotte di Airbnb

Ma il turismo è mal catalogabile dentro i codici Ateco. Per dirne una: si pensi a quel che si muove sulle rotte di Airbnb e resta sotto traccia. Benché Livorno sia una città ancora poco turistica, si contano sul portale più di 300 offerte (ad esempio, 52 nella sola Montenero e 21 nella zona di Antignano): il fatto che in tanti casi vi sia una denominazione “turistica” e il buon numero di recensioni lasciano supporre che non si tratti di un pugno di vacanzieri sbandati. Senza contare che Booking mette in elenco 32 bed & breakfast nel solo capoluogo e qualsiasi portale di vacanze in campagna indica più di cento agriturismi nella nostra striscia di costa fino a Populonia.

Nell’era del coronavirus si ridisegnano mappe e preferenze, flussi e approdi. Lo dice uno degli ultimi dossier dell'Irpet guidato da Nicola Sciclone: l'ambito turistico Livorno ha visto lo scorso anno recuperare presenze sì (più 38,5%): quattro punti al di sotto dello standard regionale ma meglio di Pisa che ha visto dimezzare i turisti con lo choc Covid del 2020 ene ha ripresi a malapena la metà, con uno dei risultati peggiori dell'intera regione. Il confronto vero è da fare con il 2019 pre-pandemia: ecco che il meno 7,4% di Livorno è fra gli exploit miglior in campo toscano (la media regionale è meno 35,3%).

Il target del nostro turismo

Mettendo fra parentesi quanti dovranno rinunciare alle ferie perché il bilancio familiare è stato messo da ko dal Covid-19, ad ascoltare gli specialisti del settore salta fuori una doppia ipotesi ma dentro una direttrice di fondo: in vacanza a km (quasi) zero, o con brevi weekend o con villeggiature modello anni’60 con l’affitto lungo fuori dalla propria città o nelle seconde case. Stavolta, insomma, gli operatori della nostra costa potranno ancora strizzar l’occhio ai tedeschi, però in realtà sogneranno di catturare – quando nell’entroterra l’afa estiva farà sudare anche le pentole – l’attenzione delle quasi 600mila famiglie, un quinto delle quali con bambini, che abitano nel triangolo fra la piana di Lucca, la cupola del Brunelleschi e le Colline Metallifere. E dovranno farlo offrendo tranquillità e distanze anziché una babele di corpi appiccicati sulla battigia: l’opposto di quel che è stato finora.

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