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C'era una volta il "Sottosopra", la discoteca alla moda ora è un rudere spettrale - Foto

Livorno: abbandonata da 20 anni sulla strada per la Valle Benedetta, resta poco o niente, giusto lo scheletro e qualche oggetto, come il grande lampadario. All'interno anche alcune immagini di come era


14 aprile 2021 Cristiana Grasso


LIVORNO. Solo il lampadario enorme di cristallo è rimasto, pur malconcio, al suo posto, piantato nel soffitto, perché i ladri non sono riusciti a portarselo via. Poi degli antichi fasti di questa ex discoteca “di città”, Il Sottosopra, sulla strada per la Valle Benedetta, resta poco o niente, giusto lo scheletro e qualche oggetto. Un shaker rotto per terra, dei pannelli di legno, i lavandini incassati nella mensola di cemento che ormai hanno perso ogni biancore, gli archi che delimitano il piano superiore fatto a ballatoio, qualche porta, la piccola pedana del privée che veniva usata per il karaoke. E anche qualche traccia del bar, della struttura della postazione del deejay. E quanti deejay famosi, compreso Riccardo Cioni, si sono alternati i qui, per far ballare le ragazze e i ragazzi di allora e allora significa fine degli anni Novanta fino a una seratona finale datata primavera del 2001, venti anni fa esatti.

Era una discoteca e ora è un grande capannone vuoto e abbandonato dove il silenzio ha sostituito la musica che incessantemente, quasi tutte le sere della settimana, qui faceva ballare centinaia e centinaia di persone, livornesi ma non solo. Era il Sottosopra, locale “di città”, nel senso che era facilmente raggiungibile anche in motorino, a pochi minuti dalla rotatoria della Scopaia eppure circondato dal verde, molto di moda nella seconda metà degli anni Novanta. Oggi è sopravvissuta solo la struttura del fabbricato, spogliata di tutti gli abiti del divertimento e non fosse per quel lampadario miracolosamente rimasto semi integro sarebbe difficile immaginarsi le notti di vent’anni fa, quando tra queste quattro mura che ora racchiudono il vuoto risuonavano le note di “Infinity”, di “Let a boy cry”, di “Baby baby”.

L’ingresso, quello dove le serate di apertura si formava la fila di gente in attesa di entrare, ora è murato. Gli infissi distrutti, sul pavimento cavi arrotolati, pezzi di vetro, pacchetti vuoti di sigarette che sono lì da chissà quanto tempo. «Ma tutto quello che poteva avere un valore - racconta Mirco Vannini, uno dei proprietari di allora - se lo portarono via i ladri in una notte. Poi lo scempio è andato avanti, ma a quel punto non c’era più niente da recuperare». Forse il famoso lampadario che fu fatto fare su misura, ma sia rimuoverlo che recuperarlo o smaltirlo ha un costo troppo alto che evidentemente i nuovi proprietari dell’immobile non hanno ritenuto utile sostenere.

Resta quindi solo lui, il gigante a gocce di cristallo, ad aiutare l’immaginazione di chi non ha conosciuto il Sottosopra nel suo splendore. Difficile anche immaginarsi, per chi non la ricorda, la “preistoria” dell’edificio, quando qui c’era la clinica dentistica della famiglia Barcali, servizio h24 e due piani di studi e sale di attesa. Non per niente quando Barcali cedette l’edificio ai primi gestori di quello che sarebbe diventato un circolo Fenalc (e circolo è rimasto anche con il Sottosopra nonostante i mille tentativi dei nuovi gestori di farne un’attività commerciale) il locale fu battezzatoi “X Ray”, raggi x, e arredato a tema. Ma non andava e fu allora che entrarono in scena Mirco Vannini, Andrea Barbieri e Enrico Pischedda, recentemente scomparso. Ragazzi esperti di discoteche e consolle, che andarono all’X Ray a suonare e capirono che il posto non decollava ma aveva delle potenzialità. Così prima chiesero di entrare nella gestione del circolo, poi acquistarono l’edificio e lo ristrutturano, “in stile Capannina” racconta Vannini che del Sottosopra è stata una delle anime.

«Facemmo tantissimi lavori, era un locale che si prestava alla realizzazione del nostro sogno. Abbattemmo il primo piano, costruimmo al suo posto il ballatoio dove prima delle serate dance si cenava, in programma musica diversa ogni sera, così da attirare persone di tutte le età. Alla fine fu un successo, ci lavoravano 40 persone, sempre la fila all’ingresso» continua Vannini. Ma il sogno è durato solo una manciata di anni. «Il problema è che non hanno mai voluto cambiarci la destinazione d’uso e come circolo, guadagnando solo dalle tessere e dalle bevute ma non dagli ingressi, non si riusciva a tirare avanti. Così alla fine chiudemmo e vendemmo l’edificio a una società che non lo ha mai utilizzato. Per fortuna io nel frattempo aprii Villa del Colle e almeno tutta quella gente non perse il lavoro».

I livornesi e anche i “forestieri” che non saltavano un sabato sera di “musica commerciale” o un venerdì latino invece persero un punto di riferimento e tuttora lo rimpiangono con post nostalgici su Facebook. Il capannone rimane lì, capita che ogni tanto qualcuno la usi come discarica, per divani sfondati e sedie rotte, materiale edilizio e vecchi eletttrodomestici. Insomma un’ex cattedrale non nel deserto ma nel verde. Che dal 2001, pezzo dopo pezzo, è sparita lasciando il posto a un enorme locale usato anche da qualche senza tetto oppure per scorribande notturne, cemento per terra, impianti sbarbati via, appunto quel lampadario unico testimone del tempo che fu, e di quell’ultima serata del 15 aprile 2001. Con la gente in coda per entrare forse pensando aun arrivederci cghe invece è stato un addio. —

 

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