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cronaca

La cozza inquinata sta bloccando così la Darsena Europa (e il porto futuro)

le cozze acchiappa-inquinanti per il monitoraggio

L’Istituto superiore di sanità frena sulla “deperimetrazione” e il ministero non convoca la conferenza dei servizi


05 marzo 2021 MAURO ZUCCHELLI


Imperturbabile, imperscrutabile. Impermeabile a qualsiasi sussulto politico o istituzionale, resterà comunque a galla o quasi: inaffondabile, a dispetto dell’arrivo del nuovo presidente al timone dell’Authority, del nuovo ministro al vertice delle infrastrutture o della nuova formula di governo alla guida del Paese. Eppure basta lei a stoppare la procedura per costruire la Darsena Europa, l’espansione del porto verso il largo per la prima volta da quando siamo diventati qualcos’altro rispetto al Porto Mediceo dei granduchi: una inaspettata botta di freno a mano in extremis alla “deperimetrazione”, cioè alla fuoriuscita dai rigidi vincoli del “Sin” per la bonifica dell’area dove sono previste le nuove banchine.

“Lei” non è un’altissima funzionaria di chissà quale misterioso ufficio governativo, è nient’altro che una cozza. Lo stop dipende dal fatto che per opere di questo tipo sono previsti (giustamente) studi ambientali: la nostra cozza sta nei cestelli posizionati in mare là dove sono le vasche di colmata in cui, nel corso degli anni, sono stati sversati milioni di metri cubi di melme dragate nel porto.

Quei mitili li hanno messi lì come “termometri biologici” dei livelli di inquinamento. Ma molto meglio che con un test sul quantitativo di inquinanti presenti in quel preciso momento: quelle cozze sono organismi viventi in cui gli inquinanti si accumulano nel tempo e si concentrano in misura ben maggiore che nell’ecosistema tutt’attorno. A quanto è dato sapere, l’Istituto superiore di sanità si è messo di traverso rispetto alla “deperimetrazione” perché in uno dei sei cestelli di queste cozze-termometro c’è uno sforamento del benzopirene, un idrocarburo per niente raccomandabile in fatto di vista della salubrità ambientale (è ritenuto anche cancerogeno).

Gli altri cinque no, nel sesto sì: a dar retta a informazioni in attesa di riscontro, si tratta proprio di uno sforamento. Nell’ordine di una dozzina di punti percentuali rispetto al limite standard.

«Non una anomalia drammatica», riferisce una fonte che preferisce non essere citata. «E poi – rincara la dose – lì mica deve nascere un allevamento di cozze o uno stabilimento balneare: ci passeranno navi da 300 metri, comprese le petroliere che andranno alla Darsena petroli. Pensate che se quelle cozze le buttate in Darsena Toscana oggi trovate qualcosa di meglio?».

Assomiglia un po’ all’idea di fare i dragaggi pescando dal mare detriti da portare fuori dall’acqua per essere trattati, sciacquati e ributtati un po’ più in là.

Sia chiaro, non si tratta di una cozza qualsiasi: è il “mytilus galloprovincialis”, e ora non mettetevi a ridere. Ammesso che non sia uno sfottò di strapaese, c’è un mistero buffo in questo nome che sembra tirato fuori da uno sceneggiatore beffardo: dentro quel “galloprovincialis” come si fa a non intravedere la traccia di Giuliano Gallanti e Massimo Provinciali, l’accoppiata al vertice dell’Authority che in tandem con l’allora presidente della Regione Enrico Rossi mise in pista il progetto iniziale della maxi-Darsena? E non è tutto: proprio quella specie di “mytilus”, qui usata come indicatore per la salvaguardia ambientale più intransigente, in realtà figura nella lista delle cento specie alloctone che dall’équipe dell’organizzazione “conservazionista” della natura sono state individuate come una minaccia per l’habitat proprio perché invasive come il cinghiale o il topo, lo storno, l’alga killer o il pesce siluro.

Cos’è che aveva messo la pulce nell’orecchio? Il fatto che il ministero dell’ambiente avesse aperto prima dell’estate l’iter istruttorio in vista della conferenza dei servizi che dovrebbe portare all’uscita delle aree della futura maxi-Darsena dal “Sin” richiesta dall’Authority guidata da Stefano Corsini: era prevista per fine febbraio, invece no: è il passaggio fondamentale per arrivare alla pubblicazione dei bandi per la maxi-Darsena.

Sulla base del dato anomalo della cozza-termometro il ministero dice: ho le mani legate, non posso arrivare alla “deperimetrazione”. A dirla tutta, il dicastero dell’ambiente aveva dalla sua quanto avevano detto due soggetti pubblici come l’Arpat e l’Ispra, l’uno è l’agenzia regionale che si occupa di tutela ambientale e l’altro è il braccio operativo proprio del ministero dell’ambiente. L’Authority aveva integrato i loro studi dentro il progetto della Darsena Europa per metterlo in piedi in forma corretta dal punto di vista ambientale, visto che si tratta di una grande opera il cui impatto è innegabile. Risultato: i due enti pubblici di riferimento del settore si sono trasformati, come d’incanto, in soggetti di parte. Il ministero ha scelto di andare a caccia di qualcos’altro che facesse da contraltare, anche se magari di solito si occupa di altro: l’Ias Cnr e l’Istituto superiore di sanità. Il primo si sarebbe limitato a indicare alcune prescrizioni relative al monitoraggio e ad altre cautele utili di fronte a una infrastruttura di questa entità. Il secondo no: colpa della cozza fuori limite.

Bisogna chiarire un aspetto: l’altolà dell’Istituto superiore di sanità – sicuramente sotto stress perché “cuore” del potere decisionale nella pandemia di fronte a una politica debole – riguarda la “deperimetrazione del Sin”, non è un giudizio sulla Darsena in sé. Una infrastruttura che sta nel bel mezzo delle grandi manovre fra guerre e alleanze in tutto l’Alto Tirreno: a cominciare da Genova, dove i fondi internazionali Infravia e Infracapital (che a Livorno hanno in mano il terminal Tdt) si sono alleati con i singaporeani di Psa certificando la difficoltà di fare qualcosa insieme con il colosso ginevrino Msc (che a Livorno è socio al 50% del terminal Lorenzini).

Eppure impallinare la “deperimetrazione” significa di fatto affondare la Darsena Europa, vediamo di spiegare perché. Il primo progetto di Darsena Europa è rimasto al palo anche perché era sovradimensionato. Ma a determinare la grandezza del terminal in quelle mappe non era stato un capriccio megalomane: bisognava trovare collocazione a 15 milioni di metri cubi di detriti escavati dai fondali e l’unico posto ammissibile era all’interno del perimetro dell’area “Sin”. Dunque, i piazzali dei futuri container erano previsti grandi quanto serviva per poterci buttar dentro tutti i sedimenti da portar via dai fondali.

Nel settembre 2016 viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale un decreto ministeriale che incrocia il lavoro di quattro dicasteri: quello delle infrastrutture e trasporti, quello dell’ambiente, quello dello sviluppo economico e, chissà perché, quello delle politiche agricole e forestali. Dentro lo staff di ingegneri e esperti che scrivono quel cambio di regole c’è anche Stefano Corsini, ora agli ultimi giorni del suo mandato al timone di Palazzo Rosciano, sede dell’Authority: dev’esserci anche il suo zampino come coordinatore delle linee guida per i sedimenti marini. È forse lì che si apre la porta del suo futuro a Livorno su incarico del ministro Graziano Delrio, modificando in corso l’iniziale destinazione a Venezia. La modifica è tale che nel progetto bis i detriti escavati dai fondali possono finire, com’è indicato attualmente (cinque milioni di metri cubi), a ridisegnare i fondali del mare per proteggere la costa di Marina di Pisa. Indifesa di fronte alla minaccia di erosione.

Possibile che le sabbie dei fondali livornesi diano una mano a difendere il litorale pisano dalle mareggiate? Possibile: solo che Corsini se la gioca male e Pisa comincia anziché dirgli bravo lo mette nel mirino.

Però se non c’è “deperimetrazione” si torna alle dimensioni del progetto iniziale: respinte dal mercato, se è vero che la prima scadenza era stata prevista il 22 marzo 2016, poi a suon di proroghe e slittamenti arrivato senza offerte fino al settembre dell’anno successivo raccogliendo sì interesse e attenzioni ma nessuna offerta concreta.

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