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Il commissario dal cuore amaranto (e amaro): l'ultimo giallo di Collaveri

Diego Collaveri
Diego Collaveri

La morte violenta di un geometra del Comune che il commissario Botteghi aveva strapazzato nelle sue indagini: parte da qui l'ultimo giallo dello scrittore livornese Diego Collaveri (che sarà presentato venerdì 2 alla libreria Ubik)

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LIVORNO. Chissà se c’è mai stato un “geometra Morelli” fra i tecnici del Comune. Probabilmente non aveva la responsabilità di un ufficio municipale che cura i siti storici cittadini (non sia mai che esista…), e comunque di sicuro non l’hanno trovato in casa ammazzato a coltellate. Questo avviene solo nella fantasia di Diego Collaveri, che l’ha messo nero su bianco nell’ultimo libro dal titolo “Il passato ha un prezzo” ed è edito da Fratelli Frilli, una casa editrice ligure che ha una bella collana di gialli molto legati a singole città: come in questo caso Livorno. La "brutta storia livornese", come recita il sottotitolo, sarà presentata venerdì 2 ottobre ore 18 alla libreria Ubik (ex Teatro Lazzeri), via Del Fante.

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Collaveri sta diventando la voce “gialla” di Livorno: e l’impronta labronica si sente nel suo commissario Botteghi. Un po’ come la Vigata di Montalbano o il Nordest dell’Alligatore, la Parma del commissario Soneri o la Aosta del poliziotto Rocco Schiavone, l’Allier di Maigret o la Reykjavik di Erlendur Sveinsson...

Per le edizioni dei Fratelli Frilli ha alle spalle “L’Odore Salmastro dei Fossi”, “Il Segreto del Voltone”, “La Bambola del Cisternino” (in concorso al Premio Scerbanenco 2017) e “Il Commissario Botteghi e il Mago. L’ultima illusione di Wetryk”.

Stavolta la storia è una lama di coltello a doppio taglio: anche perché sul biglietto che l’ammazzato stringe nel pugno c’è proprio il nome di quel Botteghi che l’aveva quasi rovinato. È il passato, foss’anche il trapassato remoto, che nelle storie del commissario livornese torna a gola peggio di «quell’ ovo sodo dentro che non va né su né giù» a Piero Mansani nel film di Paolo Virzì: se in qualche altro round aveva preso le forme del ricordo di Wetryk, lo straordinario mago che a Livorno aveva vissuto davvero prima di spariure come per magia, nell’ultimo libro rispunta in resti mummificati del secolo scorso che erano stati ritrovati proprio da Morelli nella ristrutturazione della Dogana D’Acqua. Un omicidio, forse più di uno o magari una strage nella Livorno a cavallo fra fine della Grande Guerra, prima giunta “rossa” e assalto dei fascisti a Palazzo Civico. Che la storia c’entri qualcosa lo dice anche un altro inizio: il testo storico in appendice porta la firma di un bravo divulgatore di memoria cittadina come Fabrizio Ottone, presidente delle Guide Labroniche.

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Nelle storie del commissario Botteghi c'è spesso il rinvio a fantasmi e incubi di un passato lontano che dunque non è così passato…

«Il passato è quello che ci rende ciò che siamo oggi, nel caso di Botteghi è una croce, una ferita che si porta dentro e che pian piano sembrava rimarginarsi. Ho voluto mettere il personaggio di fronte a un bivio e lasciarlo su quel baratro senza respiro della scelta che lo porterà a disegnare il suo futuro, legando proprio questa decisione a quel passato che l'ha segnato e che ore è tornato a chiedere un pesante conto».

Livorno è la città dell'autore ma davvero si presta a misteri  e gialli?

«Assolutamente sì. Conosciamo la minima parte della storia nostra e della città, e spesso male anche quella. Livorno ha un fascino nascosto incalcolabile e il nostro passato si è tinto di giallo e noir molto spesso. Per me è diventato un vero piacere andare a ripescare fatti e personaggi che io per primo ignoravo. Molte ombre si annidano dietro ogni angolo urbano, svelarne i misteri riportandoli alla luce è qualcosa che non ha prezzo e accende l'anima dei miei concittadini».

Botteghi sembra avere spesso rimpianti: ma più per il mondo che c'era nel passato che per ragioni private esistenziale. Perché?

«Botteghi è un personaggio malinconico che si sente un rudere in un mondo che cambia a una velocità troppo elevata. Il suo guardarsi intorno, ad esempio, e non riconoscere più negozi, botteghe e altro, è un po' la tristezza che ogni essere umano prova nei confronti del cambiamento, ancora più forte per noi che abbiamo un legame così particolare con la nostra città. Si tratta di un parallelismo tra esteriore e interiore: il commissario ha perso qualcosa di importante e la città sta cambiando la sua faccia diventando sempre più asettica, distaccata, impersonale. Credo che la chiave di lettura di questa sensazione sia questa».

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