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Livorno

l’appello 

La Chiesa: dateci la possibilità di tornare a celebrare funerali

M.Z.

«Abbiamo tanti edifici grandi, siamo pronti a mettere in campo i volontari per aiutare chi  piange un defunto a rispettare le distanze di sicurezza»

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Oltre al caso della famiglia multata mentre portava la bambina leucemica in ospedale, il vescovo Simone Giusti prende di petto anche un’altra ferita aperta di cui abbiamo parlato in questi giorni: le esequie impossibili, ridotte a “non-funerali” perché all’addio al caro estinto possono partecipare solo gli strettissimi familiari, tre o quattro persone.

E se è vero che la Confindustria o l’imprenditoria turistica fanno pressing per riaprire le attività economiche, il mondo ecclesiale invece bussare per chiedere di stabilire un “come”, un “dove” e un “quando” per riaprire una dimensione rituale-simbolica che da sempre è il terreno proprio della Chiesa ma che riguarda non solo i cattolici bensì tutti, a seconda delle varie soggettività.

Ad esempio, sui funerali le gerarchie ecclesiastiche hanno indicato una prospettiva possibile mettendo al centro il distanziamento come misura anti-contagio: «Possiamo contare anche su chiese molto grandi, – sostiene Giusti – in grado di accogliere chi vuol dare l’ultimo omaggio a un parente o a un amico senza che venga meno la distanza anti-contagio, anzi se lo si ritiene utile anche aumentandola. Sono disposti a mettere in campo i nostri volontari nelle parrocchie e nelle associazioni per aiutare chi è nel dolore a rispettare le regole sulle distanze anti-contagio. Sono disposto a far stare le persone nelle panche in chiesa lontane le une dalle altre, assegnando posti distanziati. Insomma, sono disposto a parlarne, a capire, a inventare soluzioni. Ma consentite a chi muore di andarsene in pace e a chi resta di salutarlo con affetto».

Il presule sottolinea che le chiese sono aperte ma, «in nome del rispetto» per chi ha altre fedi o non ne ha «si possono sicuramente trovare spazi abbastanza vasti per risolvere il problema».

C’è un parallelismo – sostiene il vescovo – con «quel che all’inizio poteva apparire come una sorta di “sequestro del familiare”: la barriera anti-contagio impediva ai parenti di andare a informarsi in ospedale su come stava il proprio congiunto. Si è affrontata la questione con la volontà di dare una risposta e ora c’è un centralino che fa da punto di riferimento per le famiglie». E aggiunge: «Non sono un esperto ma quando il defunto è chiuso nella bara zincata, dove sta il pericolo di contagio? Mettiamo al centro il senso di pietà per i nostri morti: è un bisogno che abbiamo noi vivi, ce l’ha insegnato la nostra civiltà a fare i conti con questo momento di trapasso senza abbandonare al proprio destino le persone alle quali vogliamo bene». —

M.Z.

© RIPRODUZIONE RISERVATA



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