Alberto, Cristina, Priscilla e gli altri: le storie spezzate dei 10 livornesi a bordo del Moby Prince
Livorno, a 28 anni dalla tragedia il ricordo di Wladimiro Pagnini che doveva arredare un residence a Olbia e si imbarcò all’ultimo. Antonio Sini lavorava in Accademia, andava a trovare il padre malato: la moglie gli consigliò l’aereo, lui preferì il traghetto
LIVORNO. Una collisione, le fiamme, i soccorsi che non arrivano. A bordo el traghetto Moby Prince, dirette a Olbia, partirono 141 persone: 65 marittimi, 76 passeggeri. Di questi dieci erano di Livorno. Un solo superstite: Alessio Bertrand, 23 anni, di Ercolano, al primo imbarco. Lo trovarono appeso a poppa. Scioccato ma illeso. Dei dieci livornesi tre si trovarono per caso sulla nave sbagliata, al momento sbagliato. Alberto Bisbocci, 21 anni di Vada, Cristina Farnesi 23 e Wladimiro Pagnini, 59.
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ALBERTO BISBOCCI. Alberto, di Vada, era stato assunto sette mesi prima dalla ditta di costruzioni nautiche “Intermare”. Un ragazzo volenteroso, che si era subito fatto apprezzare e voler bene dal titolare Erminio Gnerre 29 anni, nativo di Avellino. Accadde questo: Gnerre doveva riscuotere 100 milioni ma il cliente sardo pretese la barca (un nove metri) nel giro di due giorni. Alberto Bisbocci, che aveva la patente nautica, si offrì di accompagnare il titolare perché poi avrebbe potuto far provare il mezzo al cliente una volta varata l’imbarcazione in Sardegna. Gnerre si oppose, poi accettò. Caricarono la pilotina su un camion e s’imbarcarono a Livorno.
Furono ritrovati morti uno accanto all’altro nel salone De Lux dove quasi tutti aspettarono i soccorsi che non ci furono. E ieri la madre del ragazzo, Paola Bruno, 75 anni, ci ha rivelato: «L’orologio di Alberto segnava le 4,22. Quello era un orologio che gli aveva regalato suo padre sette anni prima, che si fermava subito se non muoveva il polso. La verità è che ce li hanno uccisi, se i soccorsi fossero stati coordinati, molti, moltissimi si sarebbero salvati, e magari anche il mio Alberto…». Paola Bruno aggiunge: «Provai a fermare Alberto, gli dissi che era meglio se non fosse partito, ma era un ragazzo generoso, sentiva di essere utile…». Il padre di Alberto era morto quattro anni prima, sua madre era sopravvissuta l’anno precedente a un gravissimo incidente stradale. «Credo ancora in un vero processo capace di accertare la verità che noi sappiamo _ conclude Paola, che ieri ha ospitato alcuni parenti delle vittime venuti dalla Sicilia e dal Veneto con i quali era presente alle cerimonie di ieri _ quindi siamo nelle mani delle Procure di Livorno e Roma. Loro possono farci lasciare la terra con il cuore sollevato».
CRISTINA FARNESI. Aveva 22 anni, era iscritta all’Università ma aveva l’orgoglio di volersi mantenere agli studi da sola. Venne assunta dalla Compagnia di Onorato come cassiera a bordo della Moby Love. Tuttavia ci fu un disguido e le dissero che avrebbe dovuto imbarcarsi sulla Moby Prince. Era al primo viaggio, al primo giorno di lavoro. Andò soddisfatta perché a bordo lavoravano le sue amiche Priscilla Giardini e Liana Rispoli. Suo padre Enzo, 90 anni, uno dei più attivi tra i parenti delle vittime, se n’è andato da pochi giorni. L’anno scorso fu proprio lui, durante una intervista che gli feci, a rivelare il tragico destino. E aggiunse: «Fui io ad accompagnare Cristina all’imbarco. La vidi salire raggiante…». Se ne era quasi fatto una colpa. Non è riuscito ad avere verità e giustizia. Ora a portare avanti il lavoro di Enzo c’è il figlio Luca.
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WLADIMIRO PAGNINI. Livornese, lavorava da un anno per una ditta di mobili di Acciaiolo. In Sardegna avrebbe dovuto arredare un residence, però il viaggio di lavoro, per un motivo o per l’altro era saltato già tre volte. Wladimiro quella sera ce la fece a imbarcarsi. Ma non risultava a bordo perché il biglietto era stato intestato alla ditta. Ci spiega la figlia Isabella, allora diciassettenne: «Nessuno ci avvisò perché il nome di mio padre non era negli elenchi degli imbarcati. Io vidi la locandina del Tirreno la mattina e invece di andare all’istituto Vespucci tornai a casa da mia madre che rifiutava la verità. Trascorremmo ore di angoscia terribili, poi arrivò la conferma. E la mia vita e quella di madre Franca cambiò…». Pagnini fu anche tra gli ultimi ad essere stato riconosciuto. «Ci riuscimmo solo grazie a una medaglietta con una croce particolare realizzata da un parente orafo che gli aveva regalato mia madre». Conclude commossa Isabella: «Non ci arrendiamo, lotteremo ancora per sapere cosa è accaduto e per quale motivo non ci furono soccorsi e perché dal processo non è uscito niente che sia vero».
PRISCILLA GIARDINI. Anche lei cassiera. Aveva 23 anni, tanti sogni. La madre Paola e il padre Maurizio hanno lottato per sapere per quale motivo la loro figliola non è più tornata a casa. Non sono mai riusciti a superare il dolore.
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LIANA RISPOLI. Era responsabile della boutique a bordo della Moby. Il padre Pasquale, 89 anni, è stato comandante dei rimorchiatori Neri; il fratello, Loris, da poco in pensione, ha lavorato come impiegato alle Poste. Liana, una ragazza bellissima, era diplomata e conosciuta negli ambienti sportivi per essere una brava pallavolista. Aveva 30 anni, era nata a Licciana Nardi ma viveva a Livorno sin dai primi anni. Era la più esperta delle sue due amiche. Dice Loris: «Toccò a me dire ai miei che non c’erano speranze di trovarla in vita, non so come ci riuscii. Poi andai io al riconoscimento, vidi dei capelli biondi…». Continua: «Da quel giorno dentro di me crebbe la consapevolezza che i nostri morti avrebbero dovuto avere giustizia». L’anno scorso tornando in treno da Roma, dove la Commissione d’inchiesta del Senato aveva riaperto il caso, Loris mormorò: «Saremo il loro incubo fintanto non emergerà la verità». Gli ultimi istanti di vita di Liana e di Cristina Farnesi sono rimasti impressi in un filmino girato da Angelo Canu (pisano, deceduto con moglie e due bambine, una di pochi mesi, l’altra di 5 anni, Sara e Ilenia): si vedono le due amiche sorridenti al lavoro, pochi attimi dopo l’urto contro l’Agip Abruzzo.
ANTONIO SINI. Aveva 42 anni. Nato a Pattada, provincia di Sassari. Era ingegnere, ufficiale di Vascello in Accademia. Dalla Sardegna gli telefonarono che il padre stava male. La moglie Stefania gli consigliò di andare in aereo, avrebbe fatto prima. Antonio però amava il mare. «Prendo il traghetto delle 22, dormo e all’alba sono a Olbia» disse alla moglie. Lasciò due bambini piccoli: Francesca, ora ingegnere, e Giacomo reporter di guerra con collaborazione con i quotidiani europei più prestigiosi. Francesca l’anno scorso al Tirreno rilasciò una intervista toccante: «A quei signori _ disse _ spiego cosa significa crescere senza un padre».
ANTONELLO CASSANO. Aveva 26 anni. Era di Cecina. Sin da piccolo sognava di lavorare a bordo di una nave e ci era riuscito. Era stato imbarcato con la qualifica di “allievo ufficiale di macchina”. I suoi erano orgogliosi. Il giovane dopo il diploma s’era tuffato nel lavoro per il quale aveva una predisposizione particolare. Anche lui è stato ritrovato nel salone De Lux.
MARIA MELA. Aveva 44 anni. Era di origini sarde, nata a Buddusò in provincia di Olbia, ma residente da anni nella nostra città. Aveva intrapreso il viaggio per andare a trovare alcuni parenti.
ROBERTO SANTINI. Aveva 53 anni. Livornese. Una ottima carriera sulle navi iniziata nel 1961. Tanta esperienza. Era responsabile e direttore di macchina. La moglie Piera, 75 anni, parla per la prima volta al Tirreno. «Non ho mai trovato la forza di farlo, lo faccio adesso dopo 28 anni. Questa tragedia ha annientato la nostra famiglia, segnato la mia vita, quella di mia figlia Laura che allora aveva 23 anni e di mio figlio 24, che poi è morto». Mio marito dopo aver frequentato l’istituto Nautico si era imbarcato e fatto tutta la trafila. Poi passò con Onorato e si conquistò un ruolo di primo piano. Io salivo spesso sulla Moby Prince per stare vicino a Roberto, ma quel giorno non andai, c’ero stata la domenica, pochi giorni prima». Aggiunge: «Siamo ancora tutti qui a chiederci perché. Il comandante Chessa era bravissimo e severo, se andò contro l’Agip Abruzzo un motivo deve esserci stato, non fu colpa sua. Perché la Moby non venne soccorsa, perché la lasciarono per ore alla deriva?». Piera conclude: «Vorrei andarmene dopo aver saputo la verità».
PIERA GIACOMELLI. Aveva 55 anni. Era livornese, aveva sposato Giuseppe Gasparini, 62, di Treviso, col quale aveva intrapreso il viaggio per la Sardegna. Ma da alcuni anni la coppia si era stabilita a San Paolo in Brasile.
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