"Livornesi miei, io arrivato da fuori vi descrivo così"
Lui è "Anonimo Piemontese": ora sta al Cern di Ginevra ma per alcuni anni ha vissuto a Livorno. In "Ecco lui" racconta con ironia il suo rapporto con Livorno e i livornesi
LIVORNO. «Era la mia prima domenica a Livorno, così pensai di andare a fare colazione verso il mare. Mi fermai in un bar nelle vicinanze del porto. Dall'altra parte spunta la testa di un uomo che può avere dai 35 ai 40 anni. “Buongiorno” dico con un sorriso che rivela il mio entusiasmo. Il tipo rimane impassibile e si limita a sporgere leggermente il mento in avanti in un gesto quasi impercettibile e poi ritorna con la stessa espressione di prima. A quel punto faccio: “Vorrei un croissant”. “Èèèhhh?” Io imbarazzato: “... ehm, un croissant”. “Caavòiii???”. A quel punto indico con un dito ciò che desidero e lui: “Aaahhh quello lì voi, la brioscia!”».
Si intitola “La mia prima colazione a Livorno” ed è una delle prima avventure, o disavventure, dipende dai punti di vista, raccontate da Anonimo Piemontese nel libretto “Ecco lui! Un forestiere a Livorno”(Edizioni Erasmo). Un centinaio di pagine, una sorta di breve diario, nel quale sono riportati gli aneddoti e le memorie di un piemontese che nel 2000 arriva a Livorno per lavoro e che, suo malgrado o per sua fortuna, si trova risucchiato nel dissacrante quanto viscerale e scanzonato turbinio del modo di essere livornese.
Una “labronicità” che non lascia scampo, quella che emerge dagli episodi riportati nel libro, 32 in tutto, soprattutto per chi livornese non lo è di nascita: anonimo piemontese, di cui non si conosce l'identità, è un ingegnere che arriva da Lu Monferrato, un piccolo comune di 1160 abitanti della provincia alessandrina.
Un nome, quello del suo paese, che certamente non è passato inosservato agli orecchi dei livornesi che, molto incuriositi dal suo accento, gli hanno più volte chiesto spiegazioni circa la sua provenienza. Così si legge nel racconto “Da dove vieni?”: «Ogni volta che dicevo a qualche nuova conoscenza: “Piacere di conoscerti!” con il mio tipico accento piemontese, la prima cosa che puntualmente ottenevo in risposta era: “Ah, ma te 'un sei di Livorno!” e poi: “Da dove vieni?”. Io rispondevo: “Vengo da Lu”. “Èèèèèèèè? Da dove?? O che posto è Lu???”".
Anonimo Piemontese, che non vive più a Livorno e che attualmente lavora al Cern di Ginevra, racconta con passata perplessità gli anni della sua strana e vivace permanenza a Livorno, dal 2000 fino a tre anni fa circa, descrivendo con lucida ironia il rapporto con i livornesi, con le ragazze livornesi come nell'episodio “Uscita galante”, e con gli abitanti della Guglia e di via Provinciale Pisana, dove ha vissuto gli anni livornesi.
Il libro, uscito qualche giorno fa, è stato presentato alla libreria Erasmo di via degli Avvalorati: un modo per accompagnare le celebrazioni del decimo compleanno della casa editrice labronica. Molte le persone che hanno affollato gli spazi della libreria e che hanno ascoltato, ridendo e gradendo, le testimonianze lasciate da Anonimo Piemontese lette e spiegate dalla voci di alcuni suoi amici: Michele Cecchini, Antonio Bardi, Michele Crestacci, Simone Lenzi e Tommaso Eppesteingher (quest’ultimo ha realizzato una vivace e colorata copertina).
«Da essere piemontese – racconta Antonio Bardi dei Virginiana Miller – era diventato quello che voleva essere livornese, che voleva parlare il livornese, sbagliando tutti i tempi comici. Una caratteristica, questa, che da subito è stata bersaglio preferito dello spirito labronico».
Sono stati gli amici di Anonimo Piemontese, prima fra tutti Serafina Benigni, spiega Bardi, a volere che lui scrivesse questo libro: una raccolta delle perle che era solito raccontare durante le cene con una certa enfasi.
Il libro, voluto fortemente da Franco Ferrucci, è dedicato alla memoria di Ettore Borzacchini che ne doveva scrivere la prefazione (curata poi dalla sua discepola Roberta Bancale), ma che ha avuto il tempo di lasciare questa massima: «Il confronto tra il truce livornese e il bencreato torinese assurge a repertorio pop di inciviltà in cui il piemontesino bello e garbato attinge stupore, scandalo e meraviglia non tanto dal lessico quanto dal comportarsi dell'homo labronicus semierectus».
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