Il Tirreno

Livorno

Si è spento a 91 anni Emanuele Cocchella il prof gentiluomo

di Mauro Zucchelli
Si è spento a 91 anni Emanuele Cocchella il prof gentiluomo

Dai cristiano sociali al Psi, poi il Psiup, il Pci, i Ds e ora Sel con un unico filo rosso: il sogno di un mondo meno ingiusto

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LIVORNO. Avrebbe compiuto 91 anni fra poche settimane, se n'è andato in punta di piedi alla vigilia dell'Epifania. Emanuele Cocchella ha attraversato tutto il “secolo breve” con una lunga storia di passione civile e politica: al punto che, nonostante l'età avanzata e la malattia, era sceso in campo anche a fine novembre alle primarie del centrosinistra per difendere le ragioni di Nichi Vendola.

«Non esitava a schierarsi – dice il figlio Piero – ma era un uomo buono: voleva il bene di tutti e aveva amici in tutti gli schieramenti. Cercava di unire».

Nel Palazzo dal ’60. Il debutto in consiglio comunale l'aveva fatto nel novembre '60 con il Psi di Elio Zeme e Sirio Carlesi entrando a far parte della squadra del sindaco Nicola Badaloni come assessore supplente. Diventerà effettivo tre anni più tardi, in un team di assessori come Ugo Bassano, Bruno Gigli e Bino Raugi. Al fianco di quest'ultimo – dopo esser tornato a Palazzo civico nel '65 ma con i dissidenti della sinistra socialista sotto il simbolo del Psiup – diventerà vicesindaco nel ’70. Poi nel ’72 sparisce questa costola dell'area socialista e confluisce nel Pci, il partito nel quale militerà accompagnandone le successive evoluzioni (fino a diventare tesoriere del Pds durante la segreteria di Susini). Infine, la conferma di una marcata identità di sinistra con l'adesione a Sinistra Ecologia Libertà.

La sua parabola di amministratore non si è però fermata a Palazzo civico: nel ’75 lo ritroviamo in Provincia come assessore della giunta guidata da Barbiero, cinque anni più tardi è lui a guidare l'amministrazione di Palazzo Granducale.

Generazione anni Venti. Non è solo per ragioni di anagrafe che può essere inserito in quella generazione nata negli anni ’20 che avrebbe reso unica la storia della nostra città: il riferimento è a figure del calibro di Carlo Azeglio Ciampi, Furio Diaz, Nicola Badaloni, Guido Torrigiani, tanto per citarne alcune fra le più illustri. Dei primi due Cocchella era stato compagno di studi dai gesuiti.

Cocchella aveva alle spalle una famiglia della borghesia democratica: avvocato lo zio Giacinto, avvocato il padre Luigi (che è stato assessore della primissima giunta Diaz dopo la liberazione della città e, successivamente, in Provincia dal ’50 in poi sotto la presidenza di Giorgio Stoppa). Una famiglia antifascista, se è vero che il padre – ora ricordato dall'intitolazione di una strada fra Colline e Coteto – viene ridotto in gravi condizioni dagli squadristi che poi ne assaltano la casa.

Le radici. È quella borghesia illuminata che, nel solco della tradizione ottocentesca democratico-garibaldina, sarà determinante nel costruire la Livorno del Novecento.

«Socialista il padre legato ai riformisti di Modigliani, cattolico vicino agli ambienti di papa Leone XIII lo zio, perseguitato dal regime: Emanuele Cocchella – spiega lo studioso Gianluca Della Maggiore (Università di Roma Tor Vergata) – vedeva in questa doppia radice familiare il cuore della propria identità». Identità politica e umana: esponente di sinistra e uomo di fede. La incarnerà con i cristiano-sociali di don Angeli, dice Della Maggiore: «Fra i gesuiti livornesi è stato presente a Livorno fino al '40 padre Adolfo Bachelet, fratello di quel Vittorio che sarà assassinato dalle Br. Aveva creato i boy scout antifascisti clandestini, si chiamavano “Frecce bianche” e il giovanissimo Cocchella era il punto di riferimento».

La caduta del fascismo lo trova a Livorno ma praticamente in contemporanea arriva la cartolina militare di richiamo per il secondo periodo come allievo ufficiale: l'8 settembre ’43 è in servizio in un aeroporto pugliese, entra nell'esercito badogliano e con gli alleati va all'attacco delle truppe naziste. È la verve antifascista che contraddistinguerà l'ultima fase del suo impegno civile: prima come vicepresidente dell'Istoreco (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea), poi al vertice dei partigiani dell'Anpi (ne era diventato il presidente da poco più di un anno e mezzo).

Il sogno e la speranza. “Manuel” Cocchella – i familiari e gli amici non hanno mai smesso di chiamarlo così – non era un uomo a una dimensione: accanto al politico c'era l'intellettuale, c’era l'uomo di scuola. «Lo contraddistingueva un grande entusiasmo e anche una punta di sogno», ricorda Laura Bandini, presidente dell'Istoreco: «Con quella sua voglia di cambiare il mondo che non ha mai perso per strada neanche negli ultimi anni di vita. Ha sempre sperato».

La speranza era anche rimboccarsi le maniche senza tanta prosopopea: era diventato preside alle scuole medie Gamerra appena costruite a Coteto – aggiunge – e non si risparmiava di fronte ai casi più difficili («al punto che era lui a dar da mangiare ad alcuni ragazzini più problematici, senza star tanto a badare né al ruolo né ai mansionari»).

Anche nello sport. Ma era anche uomo di sport, una passione contagiata al figlio Piero, maestro di tennis da trent'anni. Del Tennis Club è stato al timone nel periodo in cui spuntavano gli astri di campioni come Volandri e Martelli. Successivamente, l'impegno nel consiglio d'amministrazione della società dell'ippodromo come vicepresidente («una persona straordinaria», afferma Attilio D'Alesio, che in quegli anni è stato direttore al Caprilli).

I funerali. La città gli darà l'ultimo abbraccio domani: i funerali sono alle ore 10,45 al nuovo camposanto della Misericordia, dove oggi resta aperta la camera ardente.

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