Il Tirreno

Livorno

Il mito di Livorno città ribelle e ironica conquista Londra

di Ludovica Monarca
Il mito di Livorno città ribelle e ironica conquista Londra

Enrico Mannari spiega i suoi studi sullo spirito labronico che ha anche recentemente esposto in Inghilterra

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LIVORNO. «Livornese? Peggio che comunista». L'immagine di Livorno città ribelle si è imposta da tempo nell'immaginario collettivo, declinandosi anche in forme singolari come questa frase espressa da Berlusconi a proposito dell'allenatore del Milan, Massimiliano Allegri. Un'immagine chiara per molti italiani per cui questa città rappresenta il mix perfetto tra irriverenza, ribellione e ironia. Per gli italiani, ma anche per gli inglesi. Sì, gli inglesi.

La particolarità della città labronica ha suscitato grossa curiosità oltre la Manica al punto da invitare alla conferenza annuale de “Association for the study of modern Italy” all’University of London uno dei massimi studiosi ed esperti dell’argomento. Chi? Enrico Mannari: direttore scientifico della Fondazione memorie cooperative, poltrona alla comunicazione organizzativa dell’Università di Firenze, ma soprattutto storico e livornese doc.

«Studio questo argomento da tempo – afferma Mannari – ne ho discusso in diversi convegni in Italia, ma, per quanto riguarda l’estero, questa è stata la prima volta». Parlare con Mannari di Livorno è come osservare la città con delle lenti particolari, riscoprire e comprendere alcune caratteristiche che ne attraversano la storia.

«Livorno – afferma – è più conosciuta all’estero di quanto si possa pensare. E non solo per il suo porto. Basti pensare che è una delle poche città il cui nome si declina sia in inglese che francese e spagnolo fin dai tempi del Gran Tour, una prerogativa riservata solo alle capitali. Perché? Perché fin dalla sua nascita la città dei quattro mori è stata caratterizzata da uno spirito libertario unico nel suo genere, uno spirito che non è mai sparito». Lo scrisse anche Gino Capponi, storico fiorentino ottocentesco: se non fosse stato per Livorno, la Toscana non avrebbe mai fatto rivoluzioni. Nessuno può affermare con certezza che ciò sia vero, ma quello che Mannari sta dimostrando con i suoi studi è che a Livorno, da sempre, molti cittadini siano più che “rossi”« ma “dell’idea” », spiega Mannari citando un’espressione del giornalista Giovanni Ansaldo. Di quale “idea”?

«Di quella che, di secolo in secolo, di generazione in generazione, è apparsa la più audace, la più ribelle, la più estrema. Dell’idea liberale, quando il pensiero dei “libertini” faceva venire le convulsioni al Granduca, là nelle sue stanze di palazzo Pitti. Dell’idea garibaldina, quando il garibaldinismo era l’incubo dei moderati. Dell’idea anarchica quando gli anarchici con le bombe a “marmitta”erano l’incubo dei questori del regno. Insomma, in fondo i livornesi sono sempre stati della stessa idea: quella della ribellione alle prepotenze, alle ingiustizie, alle oppressioni, alle regole, qualunque esse siano».

Snocciola dati Mannari e racconta anedotti storici capaci di attraversa diverse epoche seguendo il filo rosso livornese. «In pochi lo sanno – afferma – ma Livorno, tra l’unità d’Italia e la prima guerra mondiale aveva il più alto numero di reati. È un dato fondamentale che ben spiega come la città stava reagendo a quel momento di forte transformazione».

Lotte, ribellioni, ma anche molta ironia. Come gli slogan scritti sui muri durante il fascismo o le frasi ritrovare nelle molte lettere anonime che venivano scritte in quegli anni. “Vincere, ma vinceremo?” si domandava l’anonimo estensore di una scritta rinvenuta allo stabilimento Anic nel 1940. “W il duce che alla rovina ci conduce” si poteva leggere su alcuni ritagli di carta rinvenuti nel dicembre del 1942. «Queste forme di espressione e di protesta – spiega Mannari – risultavano tanto più importanti quanto più esteso si faceva il controllo sull’insieme delle articolazioni della società. E sono fondamentali per capire un altro aspetto fondamentale di Livorno: tra fondo libertario e e sovversivo e le culture politiche c’è sempre stato un intreccio. Non un un’identificazione, ma un intreccio sì. Altrimenti sarebbe difficile spiegare come a Livorno il giorno dopo la liberazione del nazifascimo il Pci sia subito stato dichiarato il primo partito».

Mannari conosce bene Livorno e conosce bene se stesso. Sa che quello spirito irriverente rivoluzionario fa parte anche di lui, ma da buon storico, riesce a fare autocritica mischiando il passato con il futuro. «L’aspetto ribelle e ironico dei livornesi che negli anni hanno manifestato contro le ingiustizie mi appartiene – afferma Mannari –ma ho imparato che è un sentimento non sufficiente. Per cambiare le cose bisogna tradursi in vera innovazione, non fermarsi alla protesta». Una volta combattuto trasformare il “per”in un “contro”.

«Livorno – conclude– da molti punti di visti è una città che ha diversi spunti dal passato che potrebbero aiutarla a guardare il futuro. Abbiamo sempre isolato certi concetti, ma abbiamo sbagliato. Il passato labronico deve essere d’aiuto per un futuro migliore». Eccolo di nuovo, il “per”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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