Il Tirreno

Livorno

Il bandito scrittore

Otello Chelli
Sopra Silvano Ceccherini A sinistra sigarette al mercato nero nella zona del porto
Sopra Silvano Ceccherini A sinistra sigarette al mercato nero nella zona del porto

Ceccherini, una vita con la pistola e la penna

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Chi è Silvano Ceccherini?  Livorno è una città che spesso ignora i suoi figli dotati di genio. Lo ha fatto con Amedeo Modigliani, con Piero Ciampi, almeno fino a quando qualcuno non li ha valutati per quanto valevano realmente. Lo stesso Giorgio Caproni è stato ignorato dalla "cultura livornese", esaltandone l'opera soltanto dopo il riconoscimento della sua grandezza di poeta fra i migliori del Novecento. E' vero che il Silvano scrittore, livornese di scoglio, non è un prodotto dell'intellighenzia italiana, è stato ben altro e però la sua vita poteva benissimo fruttargli il titolo di "scrittore maledetto", per il suo essere un inquieto giramondo, scaricatore di porto, giostraio, contrabbandiere, anarchico, soldato nella Legione Straniera e capobanda ai tempi della Livorno Xº Porto, quando un fiume di ricchezza formato da merci di varia natura usciva dai depositi dell'esercito Usa per essere avviato verso il fronte prima e verso la Germania a guerra finita.  Comunque lo hanno chiamato il Jean Genet italiano e scusate se è poco.  L'ho conosciuto quando, deportate a Matelica nelle Marche, numerose famiglie livornesi, in gran parte abitanti nel rione Venezia, vennero sistemate nel campo profughi allestito nella ex colonia della gioventù italiana del littorio tra Calambrone e Tirrenia, al centro di numerose altre colonie trasformate in caserme per i soldati yankee. Pur essendo un ragazzino di dodici anni, trafficavo con i liquori del Vittori che, chissà per quale motivo, erano le preferite dai "liberatori" e rifornivo di frutta e verdura un "villaggio" che si trovava in Tombolo, abitato da disertori Usa, ex prigionieri tedeschi e da trafficanti e banditi italiani, tutti con le loro "segnorine", facce patibolari e parecchi assassini. Fu qui che conobbi Silvano Ceccherini, statura media e corporatura robusta, due occhi dove si coglieva un bagliore di tristezza e che sembrava ti frugassero dentro.  Sistemato comodamente dietro ad una lunga tavola di legno posta davanti ad una tenda militare, con accanto la sua donna, una bellissima napoletana mora dai lineamenti arabi, gestiva i suoi affari. Su di lui si narravano storie a non finire, addirittura che era stato pilota da caccia, ma l'unica verità era quella della Legione, di Sidi Bel Abbes e di Meknès in Marocco e quando me ne parlava - chissà per quale motivo mi aveva preso a benvolere e mi proteggeva, forse sapendo che mio padre era in Germania e dovevo portare pane e companatico ai miei fratelli e sorelle - non era per esaltarne la bellezza, ma diceva quanto il sole tormentasse i legionari e quanta sabbia aveva ingoiato in quei cinque anni.  Descrizioni che poi ho ritrovato leggendo il suo bel romanzo "Sassi su tutte le strade", edito nel 1968 da Rizzoli. La sua banda assaltava le colonne dei truck Usa carichi di materiale prezioso che serviva a rifornire tutti i ricettatori da Grosseto a Genova, gestiva ogni genere di traffici e usava la pistola per regolare i suoi conti.  Quando il bengodi finì, invece di trasferirsi all'estero con tutti i suoi guadagni e fare una vita da nababbo, qui non poteva restare a goderseli, in quanro era ricercato per scontare quattro anni di galera per aver picchiato un ufficiale, rivolse la sua attenzione alle splendide ville che i ricconi si erano costruiti a Castiglioncello e a Quercianella. Il Paese stava riorganizzandosi e anche polizia e carabinieri stavano diventando efficienti e così, un bel giorno, dopo un conflitto a fuoco che non provocò fortunatamente dei morti, Silvano Ceccherini venne catturato e finì in galera a scontare dai venti ai trent'anni.  Fu un peregrinare in parecchi penitenziari, Pisa, San Gimignano, Saluzzo, infine, mentre il suo cuore cominciava a cedere, fu destinato a Porto Azzurro dove rimase fino alla scarcerazione. La distesa del mare visto dietro le sbarre, dalla bocca di lupo, il suo sguardo che inseguiva qualche vela bianca che gli ricordava la libertà perduta e i giorni di esaltazione in quel triennio (1944. 1947) nel quale si sentiva padrone del mondo, la sua fortuna di carcerato fu la passione per la lettura. Centinaia di libri che macinava nella sua mente acquisendo sapere e alimentando una voglia matta di scrivere quanto le sue esperienze e la maturazione di sensazioni e sentimenti gli imponevano, quasi. Il suo primo libro, "La traduzione" e il suo personaggio, Olgi Valnisi, sfiorano e spesso rientrano nella grande letteratura e l'uomo che pure non ha studiato, mostra di essere diventato un puro intellettuale. Giorgio Bassani che è il suo scopritore, scrive di lui: "Non abbiamo mai avuto molta fiducia nella letteratura dei non letterati, ma una volta tanto abbiamo avuto torto, torto marcio". Luigi Baldacci scriveva di lui: "Dieci anni durante i quali Ceccherini ha scritto cose di prim'ordine, "La Signorina della posta", "Dopo l'ira", "Lo specchio nell'ascensore", "Sassi su tutte le strade", "L'avventuriero di Dio" (un libro destinato ai cattolici nel quale Silvano racconta il senso e i significati della religiosità e della spiritualità ndr). Anche quando si è presentato in veste memorialistica, basta pensare alle sue struggenti immagini di una ormai perduta Livorno, non si è fermato a piangere su se stesso, ma ha cercato di ricavare il significato probabile della propria esistenza".  Quando seppi, si era alla fine del 1973, che dopo aver vissuto in Francia e in Svizzera, si dice anche in una comunità benedettina, Silvano era tornato nella sua Livorno e abitava dalla sorella in via Emilio Zola, mi recai a trovarlo. Suonai e mi venne ad aprire una signora e mentre le chiedevo di lui, sentii una voce esclamare: "Otellino, Otellino, non sei cambiato per niente". Un forte abbraccio, commozione e un profluvio di ricordi, ma vidi con dolore come fosse sofferente e nonostante gli fosse difficile parlare, non si chetò per un'ora. Qualche mese dopo morì e, ignoto ai livornesi allora, lo è anche oggi, nonostante da più parti si invitino Rizzoli, Feltrinelli e Garzanti a rieditare questo scrittore.

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