Italia
Campione nella vita il Principe goleador ha i piedi per terra
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NEL SUO ALBERGO. In alto, accanto al titolo: Igor Protti nel verde del suo “Antico Borgo San Martino”6 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Partito diciottenne da Rimini negli anni Ottanta per essere adottato da Livorno, Igor Protti, per i livornesi allora "il bimbo" oggi è un uomo sereno che, messe le scarpe da calciatore al muro, si occupa di ristrutturazioni immobiliari, gestisce a Riparbella un albergo con centro benessere e si occupa dei suoi figli: Nicholas Flavio di 18 anni, che al pallone preferisce la moto e Noemi di 13, che ha scelto la danza.
Abbiamo raggiunto il "principe Igor" nel suo rifugio in mezzo al verde, a pochi chilometri da Livorno, per farci raccontare la sua seconda vita, ma anche i ricordi d'infanzia e la famiglia d'origine, ai cui insegnamenti dice di dovere tutto ciò che è diventato. Spiegando che essere nato nel posto giusto e aver avuto una famiglia solida alle spalle, ha fatto sì che il suo percorso di calciatore, ma anche di uomo, non subisse deviazioni pericolose. «Vedendo il destino di molti ragazzi - ha detto Protti - mi sono spesso domandato: "Se io fossi nato in un luogo a rischio? Se avessi avuto un padre camorrista e se mia fosse stata costretta a fare la prostituta, come sarebbe stata oggi la mia vita?". Anche se se poi è anche vero che ognuno di noi, al di là delle sue origini, se lo vuole davvero può avere la possibilità di cambiare la propria esistenza».
Che valori le hanno inculcato i suoi genitori? «Quelli dell'onestà e del sacrificio. E più che con le parole mi hanno insegnato con l'esempio. Mio padre faceva il muratore e vedendolo arrivare la sera stanco, con il cemento armato nella testa perché aveva fatto la gettata, o uscire all'alba per andare al lavoro, mi rendevo conto dei sacrifici che faceva per tirarci su dignitosamente». E diventava meno esigente nei suoi confronti. «Più comprensivo senz'altro. Ricordo, per esempio, che un giorno gli chiesi un pallone che allora andava per la maggiore. E che lui mi disse: "Te lo compro, ma prima devi venire una settimana in cantiere con me". Ci andai, alzandomi ogni mattina alle cinque e facendo tutti i lavori che mi venivano affidati».
Il pallone arrivò? «No, perché in cambio chiesi i soldi dicendo: "Ho fatto troppa fatica per buttarli in un pallone"».
In seguito però è stato proprio il pallone a portarla al successo e suo padre ne sarà stato orgoglioso. «Molto, ma purtroppo non mi ha visto arrivare in serie A, perché è morto nel 1993 e io ho fatto il capo cannoniere in A nel '95/96. Tutto questo mi è pesato moltissimo, anche se non nascondo che quando facevo dei gol importanti, avevo la sensazione di non essere solo, come se sopra di me ci fosse il suo sguardo».
E' stato papà Protti ad iniziarla al calcio? «Lui mi portava allo stadio quando ero ancora molto piccolo, però credo che la passione calcistica sia nata con me: se da bambino mi regalavano un pallone, lo portavo addirittura a letto».
In famiglia dunque quando ha detto "farò il calciatore" non ha avuto ostacoli. «Da parte di babbo no, ma neppure dalla mamma che, pur essendo possessiva come quasi tutte le mamme italiane, quando a diciotto anni non ancora compiuti mi chiamarono a Livorno, non si oppose soffrendo in silenzio, perché sapeva che quella era la mia vita».
Come è stato l'impatto con Livorno? «Ottimo. I livornesi mi hanno preso subito a benvolere, ero "il bimbo". E all'inizio non ho sentito la mancanza della mia gente. Cosa che invece ho provato l'anno dopo, quando sono tornato a casa per un mese, perché al momento di ripartire mi sono reso conto che il mio era ormai un viaggio definitivo e che le pause per il ritorno in famiglia, da allora in poi sarebbero state brevissime».
A Livorno dove viveva? «In un appartamento insieme a dei compagni di squadra: il primo anno eravamo in quattro, poi nel secondo e terzo anno solo in due».
Grandi bagordi... «Per niente! La mattina alle sette andavo a scuola, poi dopo pranzo all'allenamento e la sera studiavo. Quei sacrifici allora non mi pesavano perché avevo nella testa solo il calcio, ma oggi se penso a quegli anni mi rendo conto di aver rinunciato a molte cose, alle grandi amicizie, al gruppo».
Le manca quell'adolescenza non vissuta? «Più che altro mi manca il fatto di non aver amici: quando torno a Rimini, a parte la famiglia, non ho nessuno con cui condividere ciò che è stato».
Non ha amici neppure fra i livornesi? «Ho tante conoscenze questo sì, ma se parliamo di gente con cui ci si può confidare anche nei momenti difficili, il cerchio si stringe».
Livorno le deve molto dal punto di vista calcistico. «Anche io devo tanto a questa città e sono contento di essere riuscito a darle ciò che volevo».
Durante la sua carriera ha cambiato squadra, è andato, è ritornato, ma la sua base è rimasta qui. «A diciotto anni ho conosciuto una ragazza di Livorno ci siamo fidanzati e poi sposati, decidendo di fermarci nella sua città: i miei figli sono livornesi a tutti gli effetti».
In un'intervista ha detto: "Per me Livorno come una moglie". Nulla da rimproverarle? «Nulla. Anche se ci sono stati dei momenti in cui la gente ha inventato su di me cose non vere, che mi hanno creato qualche problema. Ma forse sarebbe successo dovunque perché il pettegolezzo è un fatto umano».
Igor Protti, oltre a essere stato un bravo calciatore, è un uomo che si è sempre impegnato nel volontariato: lo sta facendo anche ora dalla "panchina". «Vengo coinvolto in tanti progetti a cui vorrei partecipare senza apparire, ma poiché mi dicono che il mio nome può fare da traino, se c'è una buona causa l'appoggio volentieri mettendoci la faccia».
Pochi sanno che ha appena preso il patentino di base per fare l'allenatore. Questo vuol dire che ci dobbiamo aspettare un suo ritorno in campo? «Con quel patentino posso solo allenare i ragazzi e squadre di dilettanti. L'ho voluto per togliermi una soddisfazione, niente di più ma per ora non ho nessuna intenzione di usarlo perché continuo ad aiutare i miei cugini a gestire l'Hotel & Residence "Antico Borgo San Martino" e a occuparmi di ristrutturazioni immobiliari».
Ma in futuro... «Se un giorno avrò il patentino da professionista e qualcuno mi chiamerà, valuterò. Aldo Agroppi, a questo proposito, mi dice sempre: "Igor io tornerei ad allenare se fossi sicuro che un presidente mi fa un contratto per tre amni e poi, dopo una domenica, mi manda via". E non ha tutti i torti, perché fare l'allenatore è una grande responsabilità».
Però i suoi tifosi possono sperare? «Si vedrà. La vita mi ha insegnato a non fare mai programmi e che tutto può cambiare, in un attimo».
Abbiamo raggiunto il "principe Igor" nel suo rifugio in mezzo al verde, a pochi chilometri da Livorno, per farci raccontare la sua seconda vita, ma anche i ricordi d'infanzia e la famiglia d'origine, ai cui insegnamenti dice di dovere tutto ciò che è diventato. Spiegando che essere nato nel posto giusto e aver avuto una famiglia solida alle spalle, ha fatto sì che il suo percorso di calciatore, ma anche di uomo, non subisse deviazioni pericolose. «Vedendo il destino di molti ragazzi - ha detto Protti - mi sono spesso domandato: "Se io fossi nato in un luogo a rischio? Se avessi avuto un padre camorrista e se mia fosse stata costretta a fare la prostituta, come sarebbe stata oggi la mia vita?". Anche se se poi è anche vero che ognuno di noi, al di là delle sue origini, se lo vuole davvero può avere la possibilità di cambiare la propria esistenza».
Che valori le hanno inculcato i suoi genitori? «Quelli dell'onestà e del sacrificio. E più che con le parole mi hanno insegnato con l'esempio. Mio padre faceva il muratore e vedendolo arrivare la sera stanco, con il cemento armato nella testa perché aveva fatto la gettata, o uscire all'alba per andare al lavoro, mi rendevo conto dei sacrifici che faceva per tirarci su dignitosamente». E diventava meno esigente nei suoi confronti. «Più comprensivo senz'altro. Ricordo, per esempio, che un giorno gli chiesi un pallone che allora andava per la maggiore. E che lui mi disse: "Te lo compro, ma prima devi venire una settimana in cantiere con me". Ci andai, alzandomi ogni mattina alle cinque e facendo tutti i lavori che mi venivano affidati».
Il pallone arrivò? «No, perché in cambio chiesi i soldi dicendo: "Ho fatto troppa fatica per buttarli in un pallone"».
In seguito però è stato proprio il pallone a portarla al successo e suo padre ne sarà stato orgoglioso. «Molto, ma purtroppo non mi ha visto arrivare in serie A, perché è morto nel 1993 e io ho fatto il capo cannoniere in A nel '95/96. Tutto questo mi è pesato moltissimo, anche se non nascondo che quando facevo dei gol importanti, avevo la sensazione di non essere solo, come se sopra di me ci fosse il suo sguardo».
E' stato papà Protti ad iniziarla al calcio? «Lui mi portava allo stadio quando ero ancora molto piccolo, però credo che la passione calcistica sia nata con me: se da bambino mi regalavano un pallone, lo portavo addirittura a letto».
In famiglia dunque quando ha detto "farò il calciatore" non ha avuto ostacoli. «Da parte di babbo no, ma neppure dalla mamma che, pur essendo possessiva come quasi tutte le mamme italiane, quando a diciotto anni non ancora compiuti mi chiamarono a Livorno, non si oppose soffrendo in silenzio, perché sapeva che quella era la mia vita».
Come è stato l'impatto con Livorno? «Ottimo. I livornesi mi hanno preso subito a benvolere, ero "il bimbo". E all'inizio non ho sentito la mancanza della mia gente. Cosa che invece ho provato l'anno dopo, quando sono tornato a casa per un mese, perché al momento di ripartire mi sono reso conto che il mio era ormai un viaggio definitivo e che le pause per il ritorno in famiglia, da allora in poi sarebbero state brevissime».
A Livorno dove viveva? «In un appartamento insieme a dei compagni di squadra: il primo anno eravamo in quattro, poi nel secondo e terzo anno solo in due».
Grandi bagordi... «Per niente! La mattina alle sette andavo a scuola, poi dopo pranzo all'allenamento e la sera studiavo. Quei sacrifici allora non mi pesavano perché avevo nella testa solo il calcio, ma oggi se penso a quegli anni mi rendo conto di aver rinunciato a molte cose, alle grandi amicizie, al gruppo».
Le manca quell'adolescenza non vissuta? «Più che altro mi manca il fatto di non aver amici: quando torno a Rimini, a parte la famiglia, non ho nessuno con cui condividere ciò che è stato».
Non ha amici neppure fra i livornesi? «Ho tante conoscenze questo sì, ma se parliamo di gente con cui ci si può confidare anche nei momenti difficili, il cerchio si stringe».
Livorno le deve molto dal punto di vista calcistico. «Anche io devo tanto a questa città e sono contento di essere riuscito a darle ciò che volevo».
Durante la sua carriera ha cambiato squadra, è andato, è ritornato, ma la sua base è rimasta qui. «A diciotto anni ho conosciuto una ragazza di Livorno ci siamo fidanzati e poi sposati, decidendo di fermarci nella sua città: i miei figli sono livornesi a tutti gli effetti».
In un'intervista ha detto: "Per me Livorno come una moglie". Nulla da rimproverarle? «Nulla. Anche se ci sono stati dei momenti in cui la gente ha inventato su di me cose non vere, che mi hanno creato qualche problema. Ma forse sarebbe successo dovunque perché il pettegolezzo è un fatto umano».
Igor Protti, oltre a essere stato un bravo calciatore, è un uomo che si è sempre impegnato nel volontariato: lo sta facendo anche ora dalla "panchina". «Vengo coinvolto in tanti progetti a cui vorrei partecipare senza apparire, ma poiché mi dicono che il mio nome può fare da traino, se c'è una buona causa l'appoggio volentieri mettendoci la faccia».
Pochi sanno che ha appena preso il patentino di base per fare l'allenatore. Questo vuol dire che ci dobbiamo aspettare un suo ritorno in campo? «Con quel patentino posso solo allenare i ragazzi e squadre di dilettanti. L'ho voluto per togliermi una soddisfazione, niente di più ma per ora non ho nessuna intenzione di usarlo perché continuo ad aiutare i miei cugini a gestire l'Hotel & Residence "Antico Borgo San Martino" e a occuparmi di ristrutturazioni immobiliari».
Ma in futuro... «Se un giorno avrò il patentino da professionista e qualcuno mi chiamerà, valuterò. Aldo Agroppi, a questo proposito, mi dice sempre: "Igor io tornerei ad allenare se fossi sicuro che un presidente mi fa un contratto per tre amni e poi, dopo una domenica, mi manda via". E non ha tutti i torti, perché fare l'allenatore è una grande responsabilità».
Però i suoi tifosi possono sperare? «Si vedrà. La vita mi ha insegnato a non fare mai programmi e che tutto può cambiare, in un attimo».
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