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Parmigiano, aceto e mortadella come «nomi generici»: l’attacco Usa alle Ig e la strategia della class action

Parmigiano, aceto e mortadella come «nomi generici»: l’attacco Usa alle Ig e la strategia della class action

Intervista a Paolo De Castro, presidente di Nomisma: «Difendere i patti Ue e portare la partita davanti ai consumatori Usa»

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Bologna «Dobbiamo spostarci sul terreno degli americani, quello del consumatore e della pubblicità ingannevole. Le regole europee valgono in Europa, non possiamo pretendere che valgano negli Stati Uniti: lì però la legislazione sulle class action può aiutarci a difendere le nostre indicazioni geografiche». Non soltanto dazi: Washington adesso tenta di “scippare” persino il nome delle nostre eccellenze, cercando di declassare i prodotti Ig a nomi comuni.

In pratica è come se Amazon, ChatGpt, Facebook e Instagram non fossero più marchi dell’high tech, ma nomi comuni da usare a piacimento. Per noi la minaccia – seria e non da sottovalutare – riguarda le nostre eccellenze Ig come Parmigiano Reggiano, Pecorino, Gorgonzola, Asiago. Oppure la mortadella e l’aceto balsamico. Ne parliamo con Paolo De Castro, presidente di Nomisma, che ragiona sulla stretta americana sulle Ig alla vigilia della presentazione, martedì alle 18.30 a Palazzo Bargellini a Bologna, del libro di Mauro Rosati, direttore della Fondazione Qualivita, “La filosofia della Dop Economy” (Treccani), dedicato al cibo di qualità come generatore di cultura, comunità e futuro.

Con l’autore, oltre allo stesso De Castro, ci saranno il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, che la mattina inaugura a Bologna la fiera Eima, e l’eurodeputato Stefano Bonaccini.

I numeri dicono perché la partita è decisiva, per la nostra economia ma non solo: le indicazioni geografiche valgono in Europa oltre 80 miliardi di euro e in Italia circa 24-25 miliardi, di cui 5 solo per il Parmigiano Reggiano. L’export agroalimentare italiano nel 2026 dovrebbe avvicinarsi ai 73-74 miliardi e gli Stati Uniti sono, dopo la Germania, il primo mercato di sbocco.

Presidente, lo scontro con gli Usa sulle Ig non è una novità. Che cosa cambia?

«Il tema è vecchio, ma la novità è l’aggressività americana. Ad aprile, nel documento con il tabellone sui dazi presentato da Trump nel giardino delle rose della Casa Bianca, c’erano cinque pagine dedicate allo smontaggio del sistema europeo delle indicazioni geografiche. Per loro Parmigiano Reggiano, aceto, prosciutto sono nomi generici, quindi non possono avere nessuna protezione. Ora l’amministrazione Usa è passata ai fatti: gli accordi con i Paesi extraeuropei subordinano l’intesa con gli Stati Uniti al mancato rispetto di quelli firmati con l’Unione europea».

Un esempio?

«L’Argentina. Con il Mercosur abbiamo un accordo importante che tutela un certo numero di indicazioni geografiche. Poi arriva Trump e dice a Milei: facciamo l’intesa Stati Uniti-Argentina, ma tu mi garantisci che non applicherai quanto hai sottoscritto con l’Europa. Questa strategia d’attacco richiede una risposta».

Quale risposta può dare l’Europa?

«Innanzitutto deve difendere gli accordi commerciali che ha fatto: penso al Mercosur, ma anche a Vietnam, Giappone, Messico. Noi li abbiamo votati, per noi sono legge. Anche gli altri Paesi li hanno sottoscritti e non potrebbero sottrarsi, quindi serve un’analoga pressione: abbiamo fatto un patto, bisogna rispettarlo, altrimenti salta tutto. È l’iniziativa vera che può prendere il commissario al Commercio, Valdis Dombrovskis».

Il governo si è già mosso?

«Sì, il ministro Lollobrigida ha già scritto al commissario all’Agricoltura, Christophe Hansen, per chiedere che cosa sta facendo l’Europa per tutelare le indicazioni geografiche, partendo proprio dal primo punto: far rispettare gli accordi siglati con i vari paesi, dall’America Latina all’Asia. Hansen è un ex parlamentare europeo che conosco bene e non può che assecondare la richiesta. Gli aspetti commerciali, però, non sono di sua competenza: toccherà a Dombrovskis occuparsene».

Poi c’è la seconda strada, la class action. Una strategia da attuare direttamente negli Usa.

«Gli Stati Uniti hanno associazioni di consumatori potenti, abituate ad agire per vie legali in un sistema che da sempre protegge dalle informazioni ingannevoli. Il paradosso è che alcune aziende italiane con stabilimenti americani sono state colpite da class action perché il richiamo all’Italia, su prodotti fatti interamente negli Usa, è stato giudicato comunicazione ingannevole. Se ha funzionato contro di noi, può funzionare al contrario».

Con quali presupposti?

«Sul Parmesan una ricerca dice che su dieci confezioni vendute negli Stati Uniti solo una è vero Parmigiano Reggiano. Nove su dieci hanno nomi come Parmesan e richiami all’Italia, ai monumenti, al Colosseo. Per noi i presupposti per una class action per pubblicità ingannevole ci sono tutti, ma è una pista da approfondire. Non diciamo che in Wisconsin non si debba fare formaggio con nomi italiani o francesi: diciamo che sia chiaro al consumatore, con una scritta made in Usa, che è stato fatto lì».

Quanto vale il mercato americano per l’Italia e per l’Emilia-Romagna?

«Parecchio. Noi esportiamo molto vino, formaggi, conserve, e gli Stati Uniti sono dopo la Germania il principale sbocco del nostro made in Italy alimentare. L’Emilia-Romagna fa la parte del leone: l’export verso gli Usa è tra i più importanti per la nostra economia regionale. L’Italian sounding colpisce duramente i nostri prodotti, che con il nome protetto avrebbero mercati molto più grandi».

Trump e i repubblicani hanno perso le midterm: può cambiare qualcosa?

«Non credo. La lobby americana dei common names ha trovato in Trump un alleato formidabile, ma pensare che le midterm cambino qualcosa, secondo me, no: innanzitutto perché è parte della cultura americana. Non dimentichiamo che negli Stati Uniti ci sono 35 milioni di italiani, tra prima, seconda e terza generazione, ed è evidente che quei prodotti sono realizzati spesso da aziende o imprenditori italiani. E poi il tema è assolutamente bipartisan: democratici e repubblicani difendono le proprie produzioni».

Si tornerà a trattare con gli Usa?

«Ai tempi del Ttip, con Obama, lavoravamo a un’etichettatura chiara e trasparente per non ingannare i consumatori americani. Oggi siamo lontanissimi da quel clima, anzi dobbiamo difenderci, ma non escludo che prima o poi si riapra un negoziato: avere regole condivise è interesse anche dei produttori americani».

Contrastare le Ig vuol dire frenare anche lo sviluppo di territori e comunità, spesso montani o fragili?

«Sì, perché le Ig sono uno strumento straordinario per pagare meglio e di più agricoltori e allevatori, e quindi per rivitalizzare le aree. Mentre l’Appennino si spopola, proprio nel comprensorio del Parmigiano Reggiano nascono al contrario nuove piccole stalle: il latte viene pagato 80-90 centesimi al litro, quasi il doppio dei 50 di mercato, e un piccolo allevatore di collina o montagna con 50-70 vacche, a quei prezzi, ci sta alla grande. Lo stesso vale in altre zone d’Italia. Penso alla provincia di Ragusa, una delle zone più povere della Sicilia: grazie all’Igp del cioccolato di Modica è nato un distretto con oltre trenta imprese artigianali che vendono in tutto il mondo. Sono esempi di identità e cultura che riescono a fare valore».  

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