Autunno caldo
Un bimbo, una capretta e il sogno di un nuovo futuro dopo la siccità
In Etiopia Il piccolo Derara, 7 anni, spera in una bicicletta e una casa vera. Il progetto Unicef ha aiutato la sua famiglia a ripartire da zero
Sulla terra arida e screpolata di Dubuluk, nel sud dell’Etiopia, la risata di un bambino di sette anni rompe improvvisamente il silenzio pesante di un campo per sfollati. Si chiama Derara. Tra le tende improvvisate e i ripari di fortuna costruiti con i teloni, corre a piedi scalzi e si strofina il naso con il dorso della mano. Per lui quel luogo polveroso è diventato casa, un punto di approdo dove sta cercando faticosamente di ritrovare la normalità dell’infanzia. «Mi piace stare qui perché ho un sacco di amici», dice sorridendo. Ma alle sue spalle, lo sguardo di sua madre, Kabale Molu Godana, conserva tutto il dolore di una tragedia vissuta non troppo tempo fa. Quattro anni fa una devastante siccità ha colpito la zona di Borena, trasformando pascoli un tempo fertili in una distesa di terra morta. In pochi mesi la famiglia di Derara ha visto svanire l’unica fonte di sostentamento che possedeva. «Avevo venticinque capi di bestiame e sono morti tutti, uno dopo l’altro. Non ne è sopravvissuto neanche uno», racconta la donna. Con la terra crollata sotto i piedi, la fame è diventata una morsa quotidiana. I figli piangevano giorno e notte per i crampi allo stomaco e arrivavano a svenire per la debolezza. Senza più latte, la madre bolliva l’acqua aggiungendo solo un po’ di zucchero e tè per cercare di ingannare il loro digiuno.
Senza più nulla, la famiglia è stata costretta a fuggire a piedi verso il campo di Dubuluk. È stato un cammino estenuante, lungo e privo di qualsiasi certezza. Kabale ha percorso chilometri dormendo sul ciglio della strada e portando in braccio Derara, che all’epoca aveva appena tre anni. Una volta arrivati al campo, la sopravvivenza è rimasta appesa per lungo tempo ai piccoli sussidi di emergenza delle organizzazioni umanitarie, utili soltanto per comprare il cibo giorno per giorno, ma insufficienti per ricostruire una vita. La svolta è arrivata con l’avvio del programma di sensibilizzazione climatica promosso dall’Unicef insieme ai partner internazionali, che ha fornito un sostegno economico più consistente a oltre 1.200 famiglie del campo. Invece di limitarsi all’assistenza immediata, il progetto ha consegnato a Kabale un contributo complessivo di ventimila birr, accompagnato da indicazioni pratiche su come adattarsi ai cambiamenti climatici e avviare piccole attività produttive. Dopo aver acquistato i beni di prima necessità e i vestiti per i figli, la donna ha fatto una scelta precisa per il proprio futuro: comprare una capra incinta e alcune galline. L’obiettivo non è vivere di aiuti, ma far riprodurre gli animali, vendere le uova e le caprette e conquistare un’autonomia duratura.
Oggi Derara porta la capra al pascolo insieme al fratello durante la ricreazione, imparando il senso della cura e della responsabilità. Nel contesto delle tradizioni locali della sua comunità, questi gesti quotidiani gli insegnano il valore dell’accudimento verso la propria famiglia. Il bambino non conosce i grandi meccanismi globali del clima che hanno sconvolto la sua vita, ma sa esattamente ciò che conta. «Amo mia mamma perché è forte», dice guardando Kabale. Tra le polveri del campo di Dubuluk, Derara sogna di imparare ad andare in bicicletta e di vivere, un giorno, in una casa vera. Garantire ai minorenni la possibilità di superare la miseria e tornare a studiare significa trasformare questi sogni in una realtà concreta.
*portavoce Unicef Italia
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