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Nuovo assetto della Chirurgia a Grosseto, l'assessora Monni non arretra: «Riorganizzazione necessaria»

di Massimiliano Frascino

	Un intervento in una sala operatoria (foto d’archivio) e l'assessora Monia Monni
Un intervento in una sala operatoria (foto d’archivio) e l'assessora Monia Monni

L’assessora regionale dopo le polemiche: «Non stiamo tagliando gli ospedali, occorre garantire qualità. I fondi? Pochi». Il 29 sarà in città con i sindaci

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GROSSETO. Dialogo sulle scelte operative rispetto ai singoli ospedali, ma l’atto d’indirizzo sulla riorganizzazione dell’attività chirurgica in provincia di Grosseto è sostanzialmente corretto e figlio di una doppia necessità. Le risorse sono poche e l’appropriatezza sulla base dell’evidenza clinica è il faro che guida le scelte dell’azienda. Per chiarirsi coi sindaci, il momento buono sarà il 29 settembre quando l’assessora regionale sarà a Grosseto. Monia Monni, titolare della delega a salute e welfare, apre al dialogo ma non cede di un millimetro. Argomenta, risponde col bon ton alle critiche e chiama in causa il governo per il definanziamento della sanità: come dire, difficile fare le nozze coi fichi secchi.

Dalle dichiarazioni di sindaci e politici, di destra e sinistra, sembra ci sia stata un’amnesia collettiva. Nessuno sapeva?

«Non parlerei di mancata conoscenza, ma di metodo da perfezionare. La delibera nasce dal lavoro tecnico dell’Azienda, e va accompagnata al confronto preventivo coi territori. È il punto su cui stiamo lavorando: distinguere il piano tecnico da quello politico, e coinvolgere sindaci e comunità prima che le proposte assumano forma definitiva».

L’impressione è che la Regione non ha più soldi ed è costretta a tagliare...

«La sanità pubblica è in difficoltà e servono più risorse. Tra il 2022 e il 2025 in Italia sono mancati 17,5 miliardi di finanziamento rispetto al mantenimento della quota sul Pil. Continuiamo a chiedere al Governo più risorse. Noi cerchiamo di utilizzare al meglio quelle disponibili».

Per questo la riorganizzazione della rete ospedaliera arriva ora?

«Anche. Ma sarebbe sbagliato pensare nasca soltanto da questo. La medicina cambia rapidamente: tecnologie, possibilità di cura, competenze necessarie ed esigenze dei professionisti. Gli ospedali devono stare al passo con quest’evoluzione, garantire maggiore qualità e sicurezza delle cure, ed essere attrattivi per chi ci lavora. Per questo nella rete non tutti gli ospedali fanno necessariamente le stesse cose, ma ogni presidio ha un ruolo chiaro, competenze forti e professionisti che lavorano insieme tra le diverse sedi».

A Massa Marittima e Orbetello otto interventi di tumore al colon per ogni ospedale in un anno, con un benchmark che dovrebbe essere come minimo di 50. È questo il problema?

«Organizzare meglio per curare meglio. Le attività più complesse vanno concentrate dove esistono competenze, tecnologie, équipe e volumi in grado di garantire i migliori livelli di qualità e sicurezza. Gli ospedali dei territori li valorizziamo dove esprimono qualità e competenze consolidate. Tutti devono lavorare insieme, come un’unica rete, condividendo professionisti e competenze».

Non c’è quindi il rischio di ridurre i servizi negli ospedali periferici?

«No. Un ospedale può diventare più forte se ha una vocazione chiara, professionisti qualificati, investimenti adeguati e un collegamento stabile con gli altri presidi della rete. Questo permette anche di aumentare l’attività, ridurre le liste d’attesa e mantenere servizi di qualità vicini alle persone».

Perché garantire tutte le prestazioni in tutti i presidi ospedalieri? Quando chiunque si sposta anche fuori regione per fare un’operazione perché magari non si fida dell’ospedale locale o di quello provinciale?

«È una preoccupazione che comprendo e rispetto, che nasce dall’attaccamento delle comunità al proprio ospedale. Tuttavia, la sicurezza degli interventi ad alta complessità richiede concentrazione di competenze specialistiche e volumi adeguati di casistica: è un principio scientifico, non un’opinione. Il nostro compito politico è coniugare quest’evidenza con la fiducia dei cittadini: i grandi centri devono garantire l’alta complessità, gli ospedali di territorio restano essenziali per urgenza, chirurgia programmata e prossimità quotidiana.

Quale futuro avrà il Sant’Andrea di Massa Marittima?

«Un ruolo importante per chirurgia generale laparoscopica di medio/bassa complessità, chirurgia del piede e della caviglia, traumatologia dell’arto inferiore e chirurgia protesica di anca e ginocchio. Inoltre, ragionare sull’organizzazione non significa cancellare le urgenze dal Sant’Andrea. Non partiamo da zero. L’attività di complessità medio/bassa è già cresciuta: gli interventi di chirurgia generale sono passati da 991 nel 2022 a 1.133 nel 2025 e per il 2026 prevediamo un’ulteriore crescita. Anche per ortopedia e traumatologia, la previsione supera i 2.000 interventi nell’anno. Numeri che ci dicono che Massa Marittima è un ospedale da valorizzare in rete».

Quali saranno i passaggi successivi alla delibera approvata dall’Azienda?

«La delibera è un atto di programmazione, che indica la direzione con una visione della rete ospedaliera. Ora la programmazione andrà tradotta in scelte organizzative e operative. Ulteriori passaggi che vogliamo costruire coinvolgendo professionisti, organizzazioni sindacali e delle istituzioni locali. Una riorganizzazione così importante funziona solo se condivisa».

A proposito. La Cgil è stata chiara: non li stupisce la riorganizzazione delle chirurgie, ma è stufa dell’Asl che non mettere a disposizione dati ed evidenze cliniche, rinviando il confronto di merito. Proponendo atti singoli che non tengono conto del quadro generale…

«Raccolgo la sollecitazione, che condivido nel metodo. La trasparenza su dati ed evidenze cliniche è la base stessa su cui può fondarsi un confronto serio: giusto siano messi a disposizione di tutti gli interlocutori. Ma la delibera assume come presupposto proprio tali dati, mettendoli a disposizione di tutti in totale trasparenza».

Cgil pone anche un altro problema. Bene le riorganizzazioni se portano più efficacia clinica, ma ogni risparmio deve tradursi in un servizio aggiuntivo sul territorio.

«Sintonia piena. Riorganizzare ha senso se genera un beneficio tangibile per le persone, altrimenti resta un esercizio contabile. Il mio impegno è che ogni efficientamento nell’area chirurgica resti sulla sanità del territorio, per rafforzare i servizi locali e rispondere alle esigenze concrete che i sindaci raccolgono ogni giorno dai cittadini».

Luca Minucci, di FdI, le ha chiesto di tornare indietro. È già campagna elettorale?

«Non è il momento delle contrapposizioni e non intendo entrare in questa logica. Il compito che sento mio è gestire con responsabilità un passaggio delicato. Alla campagna elettorale penseremo a tempo debito: oggi la priorità è un’altra».
 

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