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Grosseto, calzolaio chiude dopo 43 anni: «Cerco un erede per la bottega»

di Elisabetta Giorgi
Grosseto, calzolaio chiude dopo 43 anni: «Cerco un erede per la bottega»

Storico artigiano lancia un appello: «Fatevi avanti o il mestiere sparirà»

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GROSSETO. Chiuderà la sua bottega a fine anno e cerca “un erede”: un passaggio di testimone che è anche un appello – netto e senza giri di parole – a chiunque voglia continuare il mestiere con impegno e passione. Il rischio è che il suo lavoro artigianale antico e meticoloso, quello del calzolaio, vada a scomparire.

«Il 31 dicembre lascerò il banco per godermi la pensione, ma prima vorrei consegnare il negozio a qualcuno disposto a raccoglierne il valore – racconta il calzolaio Salvatore Macchiano – Amo il mio lavoro, non voglio che svanisca. Ormai a Grosseto siamo rimasti in pochi. Il mio laboratorio è pronto, lo vedete, ci sono tutti gli attrezzi che servono: possono essere la base per un giovane o per un artigiano esperto. Io ci sono, posso mettere a disposizione la mia esperienza anche per un anno intero a chi vorrà comprare il fondo e proseguire la mia attività».

Sessantatré anni, origini siciliane, Salvatore Macchiano è il titolare de “Il calzolaio” in via della Pace 90. Una bottega che in città (ma anche in provincia) conoscono in molti e che lui stesso ha costruito negli anni con pazienza e tessendo un rapporto franco e diretto con la clientela. Oggi in città le calzolerie rimaste si contano sulle dita di una mano: sono 5 compresa la sua, presto potrebbero restare 4 se qualcuno non subentra.

La storia di Salvatore parte da lontano. «I miei genitori emigrarono in Germania, poi tornarono in Sicilia. Durante una vacanza a Grosseto decisero di fermarsi qui. Io ho iniziato a lavorare giovanissimo in questa città». Il mestiere lo imparò da ragazzo, quasi per caso. «Finite le scuole non sapevo cosa fare, mi giravo i pollici, allora presi a frequentare come apprendista una calzoleria in via Giulio Cesare: il titolare si chiamava Alfredo Menconi e mi insegnò il mestiere. Avevo 15 o 16 anni. Con lui mi appassionai, imparai molte cose e capii che quella sarebbe stata la mia strada». Da allora Salvatore non ha più cambiato direzione, prima prendendo un fondo dal 1984 al 1993 in via Cesare Battisti, dove ha lavorato in proprio, da solo come calzolaio; poi trasferendosi definitivamente in via della Pace e rilevando una calzoleria già esistente.

«La bottega qui c’è stata fin da quando fu costruita la palazzina. Io la presi e la feci mia. Da 43 anni lavoro qua», sorride. Macchiano sta da solo sia al banco che nel retrobottega con i suoi strumenti di lavoro, le foto alle pareti: lui da giovane, i premi vinti, i ricordi di una vita. Oggi però il corpo chiede il conto. «Sono stanco. Tante ore in piedi, ogni giorno, per una vita intera, mi hanno affaticato: soffro di mal di schiena e poi vorrei iniziare a coltivare un po’di hobby, stare all’aria aperta, godermi l’orto». Ha famiglia, una nipote.

C’è però un problema strutturale, generazionale: il ricambio non c’è. Chi è disposto oggi a fare il calzolaio?

«Via via ho anche messo annunci, ho parlato con persone interessate. Qualcuno è venuto, ci ha pensato e si è fatto avanti ma poi ha lasciato perdere: è un lavoro impegnativo dicono, e magari hanno già un altro impiego. Il problema è che le botteghe in questo modo chiudono e non riaprono più, e mi dispiace perché il mestiere del calzolaio serve eccome. Come si può stare senza?». L’appello è rilanciato oggi, più forte che mai. Fatevi avanti, dice lui: «purtroppo non ci sono corsi per imparare il mestiere, ma il lavoro è bellissimo». Un lavoro che negli anni è cambiato, «per certi versi è pure più semplice: sono cambiati i materiali, il cuoio è sempre più raro, oggi lavoriamo molto sulla gomma». Ed è cambiato il mercato. «Mi arrivano scarpe comprate a poco, 15 o 20 euro, e che però durano poco tant’è che spesso non vale la pena ripararle. Ai clienti lo dico chiaramente». L’onestà è la sua cifra.

Dentro la bottega, tra quelle scarpe, ci sono macchine che raccontano decenni di lavoro: «una cucisuole, una pressa, attrezzi per il finissaggio. Quella macchina blu ha cinquant’anni, l’ho presa usata e funziona ancora benissimo».

Sulle pareti c’è un quadretto con un collage di immagini; sugli scaffali le scarpe da aggiustare. «Ma qui non si riparano solo scarpe: arrivano borse. A volte mi hanno portato pure sellini di motorino e teli di divani». Il via vai è continuo anche in queste ore. «Vengono anche venti o trenta persone al giorno ma molti li mando via: se non conviene fare il lavoro glielo dico».

Oggi Macchiano punta a vendere il fondo (piuttosto che affittarlo) insieme agli strumenti di lavoro. «È il momento di fermarmi, ma cerco un erede, qualcuno che porti avanti l’attività. Posso restargli accanto in affiancamento anche per un anno», dice.

Mentre parla entra un’anziana con un paio di scarpe in mano: le porge a Macchiano, parlano un minuto, si ringraziano reciprocamente con una bella espressione. «Oggi non siamo più abituati alla gentilezza», dice la signora sorridendo. Siamo nel cuore del commercio di vicinato. 


 

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