Caporalato in Maremma La Cgil con i lavoratori: 20 denunce in due anni
grosseto
«L’incidente probatorio che si è tenuto nei giorni scorsi di fronte al giudice Marco Mezzaluna, è la prova provata che in questa provincia il caporalato agricolo è un problema reale. Ma testimonia anche il fatto che si stanno formando gli anticorpi per contrastarlo. E su questo la Flai Cgil, e in generale il sindacato, possono legittimamente rivendicare qualche merito». Commentano così Pierpaolo Micci e Paolo Rossi – rispettivamente segretario provinciale della Flai Cgil e membro della segreteria – l’udienza per l’incidente probatorio tenutasi venerdì scorso in tribunale a Grosseto, relativa ad un episodio di caporalato del 2018.
«Negli ultimi due anni – spiega Micci – sono state una ventina le denunce presentate a carabinieri, guardia di finanza o ispettorato del lavoro per violazione del contratto collettivo nazionale di lavoro o per fenomeni di caporalato in agricoltura. E nel 90% dei casi si è trattato di lavoratori stranieri che hanno trovato la forza di uscire dal cono d’ombra della paura e dello sfruttamento, per rivendicare alla luce del sole diritti sacrosanti». Questo è dovuto essenzialmente a due cose: l’entrata in vigore della legge “Martina” 199/2016 che introduce novità significative nella lotta al caporalato e allo sfruttamento e all’azione incisiva del gruppo della Flai Cgil, che si è guadagnato la fiducia dei lavoratori stranieri e ha saputo accompagnarli nel loro percorso di emancipazione.
In provincia di Grosseto il caporalato non è certo la regola, ma c’è ancora una fetta non piccolissima di aziende che vi ricorrono, o che dopo l’arrivo della legge 199/2016, per evitare sanzioni e controlli, sono passate dall’utilizzo di manodopera in nero a pratiche di “lavoro grigio”. «Non caricando tutte le ore lavorate o non pagando integralmente quelle ufficiali, per eludere gli obblighi del contratto collettivo nazionale o gli indici contrattuali - spiega Micci - A volte si verifica anche il paradosso di aziende agricole senza operai o di aziende coi dipendenti ma senza terra. Mentre in alcuni casi abbiamo riscontrato che gli stessi lavoratori svolgono più mansioni in campagna, in ristoranti o nei forni, con pratiche elusive che hanno evidentemente una regia. Stiamo parlano di una platea di riferimento di poco più di 10mila aziende agricole, e di 9-10mila addetti. La cosa positiva è che sta maturando una coscienza dei diritti e dei doveri in chi proviene da zone del terzo mondo, che si manifesta anche nella ribellione ai caporali». —
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