Quarant’anni di lotte per i diritti e il rispetto
Rocchi (Isgrec) ripercorre la storia delle donne in Maremma Dalle eroine della Resistenza alle femministe degli anni ’70
GROSSETO. Dalla Resistenza alle lotte per la terra nel dopoguerra. Dall’Unione donne italiane all’incontro con il femminismo. E poi i mitici anni Settanta, con la conquista di traguardi inimmaginabili, come il primo consultorio d’Italia. La storia delle donne in Maremma e sull’Amiata è la storia stessa di questo territorio, un racconto puntellato da nomi di persone che hanno lasciato un segno silenzioso, che merita di essere amplificato.
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L’occasione buona arriva quest’anno con la Città visibile “Per nascita e per scelta. Arti al femminile in Maremma”, che si inaugura a Grosseto il 17 settembre e che propone mostre, conferenze, eventi sull’arte femminista e delle donne in generale. Una manifestazione organizzata dal Cedav della Fondazione Grosseto cultura, in una città che quarant’anni fa era un centro d’avanguardia del femminismo e che oggi è incapace di rendere merito alle donne perfino nella toponomastica.
La studiosa che meglio di tutti conosce la storia delle donne in provincia di Grosseto è Luciana Rocchi, direttrice dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea (Isgrec), che a fine anni Novanta ha condotto una ricerca sulle donne dagli anni Quaranta agli anni Ottanta, poi confluita nel volume “Voci, silenzi, immagini. Memoria e storie di donne grossetane (1940-1980)” di cui è coautrice Stefania Ulivieri (Carocci, 2004).
Com’è nato questo libro?
«La ricerca nacque nel 1999 su un impulso preciso perché ci fu proposta della commissione pari opportunità della Provincia, allora presieduta da Gloria Faragli. Furono cinque anni di lavoro, che coinvolse anche Cinzia Terraccini e Barbara Solari, col coordinamento della storica Anna Scattigno dell’università di Firenze. Da lì prese avvio un lavoro specifico dell’Istituto che gestisce il Centro documentazione donna».
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Perché questo titolo?
«Perché la storia delle donne è quella di tanti silenzi. E infatti alcune cose non le abbiamo trovate. Abbiamo lavorato soprattutto con fonti orali, facendo molte interviste».
Il libro prende le mosse dagli anni Quaranta.
«Sì, a partire da alcune tracce di donne fasciste, legate all’Opera nazionale maternità e infanzia. Poi le donne nella Resistenza».
Donne che lei ha incontrato. Quale è stato l’incontro più bello?
«Sicuramente quello con Wanda Parracciani moglie di Fernando di Giulio, leader del Pci locale. Una donna impegnata nella Resistenza accanto al marito a Santa Fiora, poi nella lotta delle donne».
Per cosa lottavano?
«C’era la lotta delle mezzadre per la terra, la lotta per i loro uomini, per le altre donne».
Quali altre figure ricorda?
«Sul fronte cattolico Edga Marzocchi, grossetana, una delle fondatrici del Centro italiano femminile».
Quando l’impegno scende in politica?
«C’è un capitolo interessante sul ruolo delle donne in politica nel dopoguerra. Penso a Gabriella Cerchiai, massetana, Licena Rosi Boschi a Grosseto, donna dallo straordinario vigore. Donne che hanno avuto un ruolo subito. Naturalmente rimanevano assessore al sociale, non di più. Ma del resto capita così anche oggi...».
Come erano fra di loro le donne di quegli anni?
«A Massa Marittima le donne si riunivano, cucivano e una leggeva, segno che c’era anche un interesse culturale. Poi ci sono state le donne di Ribolla, le “Amiche della miniera”, mogli dei minatori, criminalizzate quando accettarono i soldi della Montecatini e delle quali difendiamo la memoria. Poi l’Unione donne italiane, nata al cinema Marraccini nel 1944 che, contrariamente a quello che è diventata, cioè organica al Pci, all’inizio raccoglieva donne appartenenti a tutti i partiti che avevano sconfitto il fascismo».
Come nasce il movimento femminista a Grosseto?
«Negli anni Sessanta c’è la vera manifestazione di una sensibilità femminile. Figure come Miranda Salvadori e Gabriella Cerchiai sono state delle “staffette” perché hanno trasferito la loro esperienza e il loro sapere verso il femminismo. Un’altra figura è quella di Vanna Zanini. È un momento di incrocio con il nascente femminismo».
C’è un episodio di rottura?
«La vicenda di Maria Palombo, dipendente del Comune che fu licenziata perché aveva abortito, a fine anni Settanta. Fu un episodio scatenante, con gli uomini che fotografarono il corteo di protesta delle donne. Lo ricordo bene, perché c’ero anch’io. È questo il momento di inizio delle battaglie delle donne, che si iscrive in una forma di grande partecipazione democratica. Penso alle circoscrizioni, che nascono a Grosseto prima che ci fosse una normativa nazionale; al consultorio, che fu un punto alto, un evento chiave per tutta la cittadinanza, che sensibilizzava le donne alla cura del corpo».
Poi la battaglia per i luoghi e l’occupazione del Garibaldi.
«Erano decine di donne, giovani, e lì nacque il Centro donna. Quello fu il momento più alto di scontro e di conquista. L’amministrazione comunale dovette cedere e il Garibaldi divenne un luogo bello, vivo».
Cosa resta di quegli anni?
«Quali tracce abbia lasciato è difficile capirlo. È vero che negli anni Ottanta c’è un “ritorno in cucina”, per dirla con Juana Inés de la Cruz. Però le donne hanno conservato quello che hanno conquistato, ed è una ricchezza in più».
Lei a chi dedicherebbe una strada?
«Non so se a Santa Fiora ci sia una via intitolata a Wanda Parracciani, ma se la meriterebbe. A Grosseto direi Licena Rosi Boschi, la prima entrata in consiglia comunale».
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